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Come nel pluripremiato ed emozionante ROMA, Dolor y gloria trasforma l’acqua nell’elemento di connessione tra un presente che ricorda e un passato che ritorna. Conservato in un tempo lontano ma mai perduto, il film di Alfonso Cuarón innescava il suo piano-sequenziale flusso mnemonico attraverso i vani tentativi della domestica Cleo di tenere pulito lo stretto cortile della casa per cui lavorava; la presunta autobiografia di Pedro Almodóvar si apre invece sulla superficie riflettente di un fiume calmo, dentro il quale un piccolo gruppo di donne si riserva la possibilità di lavare i panni al ritmo di un dolce e inclusivo coro. Ma se il regista messicano osservava le fondamenta della propria persona da dietro la macchina da presa, non ritagliandosi mai veramente uno spazio fisico all’interno della storia, Almodovar mette proprio sé stesso al servizio della finzione, o attraverso il volto stanco e invecchiato di un tenero Antonio Banderas (la cui interpretazione è stata premiata giustamente al recente Festival di Cannes) o con quello della sua silenziosa e “laterale” controparte giovane (il piccolo Asier Flores). Anche se entrambi puntano lo sguardo nostalgico verso lo stesso centro narrativo, la figura di una madre che rende “casa” tutto quello che rammenda e abbellisce (Cuarón la sdoppiava tra la madre naturale e l’affettuosa domestica, così come il regista spagnolo dirige prima Penélope Cruz e poi l’anziana Julieta Serrano), la differenza sostanziale tra i due cineasti risiede nelle modalità con cui viaggiano romanticamente nel tempo. Immaginando il passato come un confortante tappeto, il bianco e nero di ROMA preferisce ricordarne contesto e composizione, mentre il brillante pop-ismo di Almodóvar sfrutta la geografia del presente per ritrovarne (o ricrearne) il colore, l’odore e la sensazione che ne derivava al tatto.

Dopo la tormentata parentesi di Julieta, dove anche i tipici colori saturi del regista finivano in secondo piano rispetto alla tragicità della storia, Dolor y gloria riaccende il variopinto estro del suo autore e lo guida nuovamente verso l’altra faccia del racconto intimo, quella più personale e corporale. Raccontando dell’ipocondriaco Salvador (Banderas), un regista cult degli anni Ottanta che oggi percorre il viale del tramonto, Almodóvar disegna e dipinge (in quest’ordine) uno specchio in cui ci si possa riflettere, lui compreso. Ragionando in questo senso, sia i caleidoscopici titoli di apertura che le giocose radiografie astratte immaginate dal protagonista (curate dal collaboratore di vecchia data Juan Gatti) attaccano sensorialmente lo spettatore, trasportandolo sullo stesso piano di un uomo di mezza età imbottito di oppiacei (in maniera sorprendentemente comica hanno la stessa funzione di una macchina del tempo) e di un bambino che viene sopraffatto dalla sensuale bellezza di un ragazzo “formato”. Questo conferma che il cinema di Almodóvar non ha mai smesso di esaltare il valore plastico dell’inquadratura, copiosamente riempita di corpi da modellare, ammirare, toccare, ricordare e riabbracciare: dai mestieri che necessitano la trasformazione (Gli abbracci spezzati) ai fantasmi che tornano dall’aldilà per un’ultima occasione (Volver), dal mondo della transessualità e dell’accettazione di sé stessi (Tutto su mia madre, La mala educación) alle ossessioni più inquietanti di un chirurgo estetico (La pelle che abito).

Forse mai come prima, Dolor y gloria strumentalizza il corpo dei suoi protagonisti per raccontarci l’amore più grande del cineasta spagnolo. Oltre ad essere un lavoro creativo, il cinema è anche una questione di fatica fisica, e questo lo sa bene Salvador. È talmente convinto di non riuscire a dirigere col corpo che preferisce affidare uno dei suoi ultimi racconti (tra l’altro, uno dei più importanti a livello sentimentale) alle doti registiche e recitative di un’altra persona. Al contrario, l’esperienza che è riuscito ad accumulare nel tempo non è disposto ad abbandonarla, anzi, cerca in tutti i modi di rievocarla attraverso la parola e il pensiero; infatti, solo il ricordo gli rende possibile vedere e rivedere sua madre nell’aspetto della bellissima Cruz, la cui sola camminata leggermente goffa rievoca subito il tanto caro cinema neorealista italiano (con un occhio di riguardo a Sophia Loren e Anna Magnani, già citate in altre occasioni).

E infine, grazie a una piccola differenza di colore tra gli occhi dei “due” affetti (di nuovo si fa appello ai sensi), commuove la consapevolezza di Almodóvar che il passato non possa ritornare, che il cinema non corrisponda mai alla realtà. «Non sei stato un buon figlio», si sente dire Salvador, quando fino a quel momento sembrava esattamente il contrario. In parallelo, è altrettanto importante sapere che non esiste alcuna colpa in chi si lascia andare al rassicurante abbraccio di un sogno idealizzato, proprio perchè ha il tempo limitato di un film.

31 Maggio 2019
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Motorpsycho, Locomotiv Club, Bologna, 29 maggio 2019

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