• gen
    22
    2016

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Mescal

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Rimane un caso piuttosto unico in Italia, quello dei Perturbazione. Venuti fuori dal mondo indie con la benedizione dei nomi grossi del rock italiano (Manuel Agnelli, Paolo Benvegnù, Max Casacci), la band è riuscita un po’ alla volta a farsi strada nel mainstream nostrano, fino a raggiungere due anni fa il palco di Sanremo. Un lungo percorso affrontato mantenendo una precisa e definita riconoscibilità, restando credibili e raccogliendo apprezzamenti diffusi. È un caso piuttosto raro, perché a fronte di un pop-rock leggero, mai troppo cantautorale né troppo sempliciotto, la formazione piemontese ha sempre vantato un’estrema ricercatezza negli arrangiamenti e buon gusto nelle scelte delle soluzioni melodiche, oltre che rivendicato un’attenzione particolare verso quelle storie minori, solitarie e dimenticate. Il tutto prima della nuova leva cantautorale, degli hipster e di quello che ne è seguito.

Dopo l’esperienza sanremese e quella sorta di summa rappresentata da Musica X – un album servito a mettere un punto la nuova direzione della band di Rivoli – la formazione ha ridefinito innanzitutto la line up, passando a quattro elementi a seguito degli abbandoni del chitarrista Gigi Giancursi e della violoncellista Elena Diana. Questo Le storie che ci raccontiamo è il settimo album in studio, registrato a Londra da Tommaso Colliva (Muse, Calibro 35), qui in veste di produttore artistico. Un lavoro piuttosto denso: dieci tracce che rispettano la riconoscibilità di cui si parlava prima, con una verve nuova che spinge forte e decisa verso l’elettronica. Tra l’algidità degli XX e la sfrontatezza de I Cani, Cerasulo e soci si immergono nel pop british e ne escono con un acquarello in scala di grigi, per raccontare il microcosmo che circonda un rapporto d’amore ormai stanco, il tempo che gli passa sotto i piedi, la polvere che si accumula, la noia che incombe, le riletture alternative e la perenne indecisione che rende tutto senza fine.

La morbida delicatezza, sincera e genuina dei Perturbazione rimane il tratto che rende interessante questo lavoro: un disco per lo più amaro, che però non si abbatte e trova la forza per reagire, a partire dalla ballata pop del primo singolo Dipende da te, messa in apertura. Si vira poi verso il ritratto di un amore confuso, allargato ad una generazione e osservato da saggi occhi femminili che meditano e aspettano (Trentenni), le spiegazioni mancate di Una festa a sorpresa con i ricordi in fila, le infinite attese, tra malinconia e disincanto, pronte a esplodere nel ritornello di Ti aspettavo già. Su un arpeggio acustico un amore che sta per nascere su un sito di incontri (Cara rubrica del cuore) muore invece in un inganno, con lui che preferisce nascondersi dietro la foto di un attore e la voce di Andrea Mirò a rimettere ordine tra quello che siamo e quello che vorremmo essere: “le cose che ti direi / le cose che ti farei / ma è molto più difficile ammettere chi sei”. Si riflette sull’identità anche in Cinico, sulle note di un pop obliquo, rincorso e smorzato, mentre i Nostri si divertono a giocare con l’edm in La prossima estate. Tra gli obiettivi e le decisioni da prendere distribuite sulla saltellante Everest (con un intervento del rapper Ghemon), si arriva al finale con la disillusa Da qualche parte nel mondo e una title track che ci restituisce i Perturbazione più squisitamente sognanti.

Nonostante le buone intenzioni del nuovo corso elettronico, non è questo il disco che rivoluziona, aggiunge o toglie qualcosa a quello che il gruppo ha saputo mostrarci negli anni. Ne conferma piuttosto l’estro e l’abilità nell’agire su quel baricentro che tiene insieme diversi mondi sonori, aggiungendo e togliendo elementi, con la cifra stilistica di chi sa raccontare facendoti sentire parte della storia. Con l’eleganza di sempre e quella profondità che solo la leggerezza sa dare. E non è poco.

22 Gennaio 2016
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