Recensioni

7.2

Abituati alle numerose traiettorie di Peter Broderick, c’è poco da stupirsi nel leggere che questo Partners aggiunge un nuovo capitolo alla vicenda personale del musicista. In principio fu John Cage: appassionatosi al celebre compositore e cercando di riprodurre In A Landscape (1948) al pianoforte, Broderick si confronta con diverse teorie del Maestro, tra cui gli studi sui metodi alternativi di composizione per brani e poesie. Tra questi spicca il metodo mesostico, così descritto nel dizionario italiano: «componimento poetico, tipico della letteratura latina, in cui le iniziali delle parole centrali di ciascun verso, lette in senso verticale dall’alto verso il basso, formano una parola o una frase». Per l’occasione il Nostro sceglie come frase – ovviamente – la già citata In A Landscape, tira i dadi per scegliere l’ordine casuale delle composizioni e delle letture da selezionare (nuovo vizio di casa Erased Tapes, vedi i primi due album dei Nonkeen) e il gioco è fatto. Anzi, Alea iacta est.

Come scritto inizialmente, Partners segna un nuovo sentiero affrontato da Broderick, che dopo essersi confrontato con modern-classical (Float), ambient (Home) e soprattutto cantautorato avant-folk (www.itstartshear.com, Colours Of The Night, These Walls Of Mine), sceglie stavolta di intraprendere un percorso ancor più solitario, tornando sì alle glorie del pianoforte, ma sotto una lente mai così minimalista e fredda. Per la prima volta la voce di Broderick si presta agli 88 tasti, accompagnando dolcemente e in maniera quasi impercettibile la struttura basilare, sobria e a suo modo spietata della incisioni, accompagnata da giri di piano stabili e senza particolari progressioni, che si trasformano lentamente attraverso crescendo rilassati e mai vicini a un vero culmine. Fondamenta solide di un disco che potrebbe sembrare impantanato nella monotonia, ricordando a tratti un Nils Frahm nelle sue fasi meno argute.

In apparenza, proprio come per il nuovo del compagno d’etichetta Ben Lukas Boysen, la perfetta e accademica esecuzione dei brani sembrerebbe correre il rischio di spostare lateralmente la variante emotiva, in realtà invece ben presente se ricercata attraverso lunghi e concentrati ascolti che facciano apprezzare di volta in volta le elucubrazioni sonore del coraggioso protagonista. Un album che in fin dei conti si trova dinanzi all’eterno problema che caratterizza questa nuova corrente pianistica, ovvero costringere l’ascoltatore a bilanciare ogni volta il suo gusto tra sentimento e classe da conservatorio.

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