Recensioni

A due anni dal pregevole Voices, il duo electropop Phantogram torna col terzo album, Three per l’appunto. Sarah Bartel e Josh Carter sono tornati alle origini, ad Atlanta, per scrivere il nuovo materiale, appesantiti da un’aura di negatività. Come affermato dalla stessa Bartel, l’album fa perno sul dolore, sulle esperienze vissute durante un anno molto difficile culminato nel suicidio della sorella di Josh Carter ma anche nella dipartita di David Bowie e Prince. Se Voices aveva barlumi di malinconia pura, Three – nei suoi momenti migliori – coniuga il trip hop di qualità (Funeral Pyre ricorda le Cibo Matto), il dance pop à la Sophie Ellis Bextor (Calling All è il pezzo più ballabile dell’album) e ballate agrodolci (Answer).
Sullo sfondo delle dieci tracce domina tuttavia una sorta di dolore inespresso, un memento mori, ma la sensazione è che Bartel e Cartel ambiscano ad una catarsi (la copertina è emblematica) non solo attraverso pensieri tragici («I keep on having this dream where I’m stuck in a hole and I can’t get out / there’s always something that’s pulling me down», da Same Old Blues) ma anche per mezzo della gioia e del piacere di fare un pop dignitoso in bilico tra dream e synth. Nei momenti peggiori, l’album sembra bloccato in un loop: si scade nella “musica da centro commerciale” o da finale di puntata di serie TV, quando c’è l’ennesimo cliffhanger della stagione. È difficile riscontrare una vera e propria evoluzione: ci sono sentimenti inespressi, impossibilitati a uscire dall’epidermide degli autori. In Cruel World aleggia un senso di disillusione allarmante.
La caduta dei propri eroi, i citati Prince e Bowie, le tragedie famigliari, il crollo di ogni certezza ha spinto i due ad abbracciare una terapia fatta di testi emozionali e suoni pesanti. Ma Three è supportato anche da collaboratori come the-Dream, Tricky Stewart e Ricky Reed che hanno levigato il suono quel tanto che basta per renderlo più accessibile. Il duo, cieco nel proprio dolore, è riuscito così ad aprirsi alle contaminazioni, e la scelta di non isolarsi nella propria idea in musica (in passato ai limiti dell’arroganza) l’ha resa appetibile ad un bacino più ampio di ascoltatori, mostrando però alcune debolezze e contraddizioni. Quella sensazione di ridondanza nella vita, al limite del nonsense, il bisogno di sentire qualcosa, qualsiasi cosa, e che niente sia abbastanza buono o giusto di cui parla You Don’t Get Me High Anymore (metaforicamente tratta di dipendenza), si è riflessa tragicamente in quella che avrebbe dovuto essere l’evoluzione di Voices. La desolante sensazione che quest’album avrebbe potuto essere qualcosa di più lascia l’amaro in bocca, come la vita.
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