• Mar
    03
    2014

Album

Columbia Records

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Che il personaggio Pharrell, a queste latitudini, sia arrivato un po’ distorto, ci pare assodato. L’abbiamo preso per rapper vacuo, senza corona e senza sostanza, catena al collo, meteoritico e, forse, persino improduttivo. Così è stato quando è arrivata di striscio l’ondata hip hop dei Neptunes, quando coi N*E*R*D passava della strana psichedelia funky su MTV, ma anche, quando, il suo (discutibile esordio) In My Mind veniva sostanzialmente e giustamente snobbato da molta stampa e pubblico. Non che in America le cose fossero andate meglio, ma il ragazzotto (ormai ne ha 40) ha zigzagato, raccolto gusti, ispirazioni e molti amici importanti, ed è giunto ad essere – lo diciamo senza mezzi termini – il produttore più influente del pop contemporaneo.

Non c’è da stupirsi, dunque, se fra il misconosciuto esordio e il nuovo G I R L siano passati ben otto anni. Otto anni per riprendersi dalla batosta del flop, certo, ma otto anni anche per creare il mito di una generazione di canzoni che odorano inconfondibilmente di lui. La facilità e la felicità con cui – da producer – concepisce i ritornelli è già storia, una storia che il Nostro sente finalmente il bisogno di cucirsi addosso, libero dal fardello dell’interpretazione. Il tempismo è perfetto, naturalmente: il 2013 è stato il suo anno di grazia, coronato dai due cardini essenziali del pop della passata stagione: Get Lucky e Blurred Lines, entrambi in qualche modo debitori della sua grande personalità, oltre che della sua curiosissisima vocalità, ma soprattutto entrambi hit planetarie uscite in tempo brevissimo l’una dall’altra, dalla sua stessa penna. Quanti altri ci riescono?

Di G I R L – se ne possono accorgere tutti – si deve dire che poteva essere un disco maiuscolo (come suggerisce la grafica), ma gli impegni (presumibilmente) e una sorta di “ti piace vincere facile?” (più plausibilmente), lo rendono il tripudio del derivativo. Fermi tutti: non è certo un male. Stiamo parlando di un coloratissimo collage di post–Michael Jackson (forse più Jackson 5), di Motown allegrotta, di Prince, di Talking Heads e di Blondie. Il punto è che si poteva e si doveva pretendere di più, date le premesse e dato soprattutto il singolo sul quale si basa il disco: Happy, già colonna sonora di Cattivissimo Me 2, candidata all’Oscar e, soprattutto, gustosa cavalcata black in levare e falsetto potentissima.

I fior di collaboratori, ancora una volta, non mancano: oltre all’amico/rivale Justin Timberlake, con il quale il musicista fonde le note alte nel funk di Brand New, compare Miley Cyrus (dalla trasversalità di Pharrell non avremmo potuto aspettarci di meglio) nella versione aggiornata di Blurred Lines, che, percussioni alla mano, si intitola Come Get It Bae; Gust Of Wind è un affresco barocco di melodie per archi, che, non a caso, è anche un featuring con quei Daft Punk che con Pharrell condividono l’idea di un rilancio della qualità anche sotto gli spotlight; Know Who You Are (ft. il vocione di Alicia Keys) è un reggae urbano che, come Hunter, chiama in causa Tom Tom Club, Blondie e un po’ di scena newyorkese di fine anni Settanta.

Dieci potenziali singoli, i brani di G I R L; dieci ritagli perfetti che ascolteremo molto, troppo, tanto da calcificarsi nella nostra “linea del fastidio”, un po’ come ha fatto Get Lucky. Tanto più che nel disco c’è persino il tentativo di far emergere un messaggio di femminismo universale in risposta alle feroci critiche di sessismo scagliate a Blurred Lines. Il problema è che qui (a differenza, ad esempio, dell’omonimo disco di Beyoncé), il femminismo fa rima con Hunter, con donne & motori o, peggio ancora, con Marilyn Monroe e, Pharrell, neanche lui ha un’idea definita di quello che avrebbe voluto fare con la sua “morale”: “Le donne sono la forza fondamentale del mondo e la pietra angolare dell’esistenza”.

L’aspettativa riposta in Pharrell e nelle sue doti da musichiere contemporaneo viene velatamente delusa da G I R L, album che preferisce appoggiarsi sulla tradizione, sul facile, piuttosto che tentare di spostare l’asticella. È giusto rammaricarsi, così com’è giusto godere di un disco fresco e divertente. 

7 Marzo 2014
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