• Apr
    12
    2019

Album

Lakeshore Records

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PJ Harvey non è nuova a progetti orientati al teatro: nell’ultimo decennio era già capitato un paio di volte che musiche a sua firma fossero impiegate per alcuni riadattamenti teatrali, che fossero di Hedda Gabler o dell’Amleto. All About Eve, però, è la prima colonna sonora da lei composta a uscire come vero e proprio album, seppur al momento soltanto in formato digitale, grazie alla partnership fra Lakeshore Records e Invada Records. Si tratta della trasposizione in chiave moderna, ambientata in un’epoca imprecisata, del celebre film Eva Contro Eva di Joseph L. Mankiewicz, per la regia di Ivo Van Hove, in scena a partire dal prossimo maggio. La pellicola del 1950 si ispirava al racconto The Wisdom Of Eve di Mary Orr e illustrava le vicende di un’affermata e matura attrice di Broadway e di una giovane “rivale” dapprima sotto la sua ala protettrice e in seguito destinata a scalzarla, arrivando quasi a rubarle l’identità. Critica sociale miscelata al tema del successo, al concetto di meta-recitazione.

«Mi sono ritrovata immediatamente nella storia perché Margo, la protagonista, è un’attrice un po’ in là con gli anni che si trova a quel punto della sua carriera in cui inizia a sentirsi a disagio sul palco. Come performer femminile comprendo bene quel tipo di sensazione». Per una musicista che, negli ultimi trent’anni, non ha mai sbagliato un colpo ed è rimasta riconoscibile lanciandosi sempre in nuove esplorazione stilistiche, la prova dell’opera interamente strumentale è da leggersi come l’ennesima, stimolante sfida. In scaletta ci sono dodici brani, tra i quali appena due cantati – ma cantati dalle due attrici principali della pièce, ovvero la meravigliosa Gillian Anderson e Lily James (ad assumere i ruoli che all’epoca furono di Bette Davis e Anne Baxter), con tonalità intimiste che richiamano certe soluzioni adottate dalla songwriter inglese per White Chalk: la fantasmatica The Sandman e la più drammatica The Moth, che si rifà al Liebesträume di Franz Liszt, presente nel lungometraggio originale del 1950, sono state scritte appositamente per i due personaggi.

Fa effetto che la voce della divina Polly, strumento iper duttile e ineguagliabile di per sé, non sia qui dispiegata, ma il lavoro appunto strumentale – iniziato a fine 2018 – è senz’altro eccelso e coglie l’opportunità della sperimentazione al di là dell’“abituale” forma-canzone, per quanto si segua al solito le implicazioni emotive e psicologiche di una storia. Una storia che, però, non scaturisce in questo caso né dalla fantasia né dalle ultime esperienze di viaggio in Kosovo e Afghanistan, che hanno generato dischi politici come Let England Shake nel 2011, e The Hope Six Demolition Project nel 2016 (del quale stiamo peraltro aspettando il documentario correlato, A Dog Called Money, girato dal fido Seamus Murphy e presentato alla Biennale).

Le esecuzioni sono eseguite in prima persona, con il supporto del collaboratore di vecchia data James Johnston e di Kenrick Rowe. Persino la produzione è a cura della stessa Harvey, affiancata da Adam “Cecil” Bartlett al mix. Becoming, in apertura, si estende per circa sette minuti di durata: il classico avvio degli archi fa pian piano spazio alle note di pianoforte e a un organo sacrale, ma aleggia un mood sinistro che rende teso il preludio degli eventi. Il resto degli episodi intraprende una linea più concisa: dalla baluginante Shimmer alla programmatica Waltz, da una Lieben che riprende con piglio vagamente jazzy il lascito di Liszt all’ambient da camera di Cadenza, sino all’interessante pathos digitale iniettato in Träume, alla cupezza ancestrale di Arpeggio Waltz e alla conclusione dinamica di Change In C. Molto bene, dunque, anche se forse Polly compie un piccolo passo indietro in termini di personalità, per mettersi al servizio dell’altrui arte: con i piedi ben saldi a terra, diremmo addirittura con umiltà. C’è complessità nella semplicità, c’è aderenza al mito che preesiste alla creazione. Spiccano in maniera particolare le speculari Descending e Ascending, che puntano sulla reiterazione di ossessive spirali elettroniche e crescendo rock a innestarsi su un’architettura di base tradizionalista, generando un effetto singolare e straniante in chi ascolta, ipotizzando strade da approfondire per il futuro. Sì, perché cogliamo la pubblicazione di All About Eve per domandarci poi cosa ci riserveranno le prossime mosse della donna del Dorset: una continuità da autrice ormai “impegnata”, seppur alla larghissima da ogni moralismo didattico, oppure l’ennesimo cambio di pelle?

Intanto, dopo Thom Yorke, un altro pezzo grosso del rock inglese si è cimentato con il mondo delle soundtrack. Non sappiamo se ne verrà fuori un’autentica carriera parallela, come avvenuto per colleghi d’oltreoceano come Nick Cave e Trent Reznor (accompagnati, rispettivamente, da Warren Ellis e Atticus Ross). Polly Jean (che a febbraio aveva tirato fuori pure la notevole ballad noir-folk An Acre of Land, realizzata con Harry Escott sulla falsariga di uno standard del diciottesimo secolo, per il thriller Dark River) al solito gioca un campionato tutto suo, per conto suo. All about Polly, it all belongs to her (anche il nostro cuore, non si era capito?).

14 Aprile 2019
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