• apr
    15
    2016

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Island

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A tremare non era solo l’Inghilterra, ma il mondo intero. Let England Shake (2011) portava con sé le voci, i suoni e le atmosfere di un tempo lontano ma terribilmente simile al nostro presente, un tempo in cui gli artisti erano consapevoli del loro ruolo nella società e agivano sospesi a metà tra la velleità estetica e la quotidiana cronaca di continui orrori. PJ Harvey riannoda il filo concettuale e musicale del disco vincitore del Mercury Prize nel 2011 e in The Hope Six Demolition Project si spinge ancora più in là: non era soltanto l’Inghilterra a tremare, non era soltanto la battaglia di Gallipoli a seminare morti sulla Battleship Hill, era tutto il mondo che si stava sgretolando sotto i nostri occhi. Per questo motivo il nono album in studio della fu Polly nasce e si sviluppa nell’arco di quattro anni e di vari viaggi tra il Kosovo, l’Afghanistan e Washington. Ed è proprio quest’ultima a suggerire il titolo del disco, riferimento al progetto Hope VI tramite il quale il governo degli Stati Uniti ha demolito gli alloggi pubblici dei quartieri più poveri della città per far spazio a nuovi nuclei abitativi e a una nuova assegnazione delle abitazioni, situazione che ha creato molti disagi alle famiglie meno abbienti.

«Quando scrivo una canzone visualizzo l’intera scena. Posso vedere i colori, dire l’ora del giorno, percepire lo stato d’animo, vedere il cambio di luce, le ombre in movimento, tutto è racchiuso in quella foto», scrive PJ Harvey nel comunicato stampa che accompagna il disco. Mike Williams, in una recensione di Let England Shake apparsa sulla rivista NME, affermava che se Coppola ed Hemingway possono fregiarsi del film e del romanzo per eccellenza sulla guerra, Polly Jean Harvey può rivendicare a pieno titolo l’album sulla guerra. Con The Hope Six Demolition Project però la Nostra si erge ad artista della guerra: a dimostrazione di ciò basti pensare che la realizzazione del disco è stata una vera e propria istallazione artistica, intitolata Recording Process e con tanto di pubblico, che ha avuto luogo nella Sommerset House tra il 16 gennaio e il 14 febbraio dello scorso anno. Non mancano di certo i collaboratori storici: le maestranze John Parish e Mark Ellis (in arte Flood) come produttori e il fotografo-regista Seamus Murphy che ha seguito la Harvey nei suoi viaggi in questi anni e ha diretto i video dei primi singoli usciti. The Wheel è la prima testimonianza sonora di The Hope Six Demolition Project, suonata per la prima volta nell’ottobre 2015 durante una lettura del libro di poesie The Hollow Of The Hand, e ripropone le atmosfere di Let England Shake con sax, dissonanze e una potente ritmica incalzante e sincopata dalla quale emerge la visionaria voce di PJ che parla di bambini scomparsi, allusione alla crisi dei rifugiati che l’Europa affronta con tanta difficoltà. The Community Of Hope è stata la seconda anticipazione del disco e ha l’onore di aprire la tracklist: il brano scorre via con un ritmo sostenuto sorretto da una melodia solare che nasconde una forte critica al progetto Hope VI sopracitato. Per questo brano, che ha destato polemiche negli ambienti politici del distretto di Anacostia, a Washington, è stato fondamentale l’apporto del giornalista del Washington Post, Paul Schwartzman.

The Hope Six Demolition Project riesce nell’intento di abbracciare anche il passato della Harvey, come le chitarre acide in primo piano nella marcia di The Ministry Of Defence, un altro dei momenti più aspri di invettiva politica dell’intero disco, con un intreccio tra cantato e parlato funzionale che fa emergere ulteriormente il potere delle parole di Polly Jean. In questo stesso filone di sonorità appartenenti al passato della Harvey ma riprese in un’ottica fedele al sound attuale dell’artista di Yeovil ricade Chain Of Keys, che termina con un canto ortodosso in sottofondo. A Line In The Sand fonda la sua bellezza su uno degli elementi più importanti del disco: il ritmo. Stavolta si tratta di un tappeto tribale che si risolve in un ritornello ipnotico. Immancabili il sax e le chitarre riverberate, qui quasi in disparte per buona parte del brano per poi emergere e ricalcare la seconda parte della canzone. Uno dei momenti più belli di un disco ancora più vario rispetto a Let England Shake. In River Anacostia (dal nome di un fiume che scorre a Washington) echi di Patti Smith e dei Doors si fondono con melodie e cambi di accordi che disegnano un ritornello epico e toccante. Il finale riprende l’inizio del brano con un ritmo tribale e un cantato che assomiglia ai canti spiritual degli schiavi nelle piantagioni degli Stati Uniti. Il flirt con la world music continua ad essere parte fondamentale del nuovo corso di PJ Harvey: il flauto di pan che di volta in volta si sente in Near The Memorials to Vietnam and Lincoln dà alla canzone un sapore andino su cui la voce di Polly danza delicatamente. Una world music che si sviluppa sull’asse italo-americano: la partecipazione, nel disco, di Enrico Gabrielli (Calibro 35) e Alessandro Stefana (Guano Padano) giustifica una propensione verso sonorità prettamente “italiche” che intersecano le orchestrazioni dei polizieschi all’italiana e quelle degli spaghetti western semplificate qui in strutture pop. C’è anche molta America, un’America rurale che viene proiettata in un presente digitale e capitalista, una realtà in cui lo spiritual e il call and response mantengono intatta tutta la carica rivoluzionaria propria del folk. Il ritmo rimane l’elemento fondante di questo disco, e lo si nota nella caratterizzazione che dà a brani come The Orange Monkey Medicinals, più classico, dal sapore sixties il primo, quasi hip-pop il secondo. Dollar, Dollar chiude il nono album della Harvey con una ballata delicata e malinconica che si perde tra rumori di città in cui bambini e auto si rincorrono in un mercato.

La PJ Harvey del degli anni Dieci è un’artista che, grazie al fondamentale apporto del suo entourage artistico, piega il post-moderno in base alle sue necessità espressive. Filtra le sonorità del passato attraverso la sua identità artistica, e quello che viene fuori è un piacevole ibrido anacronistico in cui blues, gospel, world music, gli anni Sessanta e Settanta, e perfino quanto fatto dalla stessa Harvey nella prima parte di carriera, vengono rimescolati e sovrapposti ad una struttura precisa che segue il concetto di fondo dell’intero disco: un’opposizione violenta ai soprusi. Ne è testimonianza The Ministry Of Social Affairs, che inizia con un estratto da That’s What They Want di Jerry McCain e parla di come il mondo finirà in una wasteland di vetri rotti che si riflettono come le broken images di T.S. Eliot nel suo poema apocalittico The Waste Land. Se per il bluesman dell’Alabama il riferimento è diretto, la fitta rete di influenze del seguito di Let England Shake scorre sotterranea per tutta la tracklist e parte dal cuore dell’America: da Captain Beefheart alle radici di John Lee Hooker e Howlin’ Wolf, tutti bluesman già più volte citati e saccheggiati dalla Harvey. E in un certo senso è lo sguardo più ampio sugli Stati Uniti partito con Stories From The City a venir qui ripreso.

The Hope Six Demolition Project è una nuova intensa avventura assieme umana, musicale e politica per la Harvey. Se, come afferma Stefano Solventi sulle nostre pagine, Let England Shake iniziava un nuovo corso per la sua carriera senza più né maschere né copertine autoriferite, The Hope Six Demolition Project prosegue lungo questo sentiero ampliandone discorso e portata, recuperando un po’ del suo spettro vocale. PJ Harvey è artista e cronista, e chi – fortunato! – l’ha vista al lavoro sul disco dal vivo durante la performance-installazione, ha osservato lei che osservava e re-interpretava il suo blues di frontiera, con gli occhi puntati su una delicata realtà storica e con forza estemporanea e tensione emotiva che non lascia certo indifferenti. Una tensione che, però, non sembra raggiungere le vette del precedente lavoro, regalando comunque l’ennesimo importante passo nella sua discografia.

15 Aprile 2016
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