Recensioni

7.3

Del fardello dei Pond di essere considerati come una band nata dalla costola dei Tame Impala e di venire costantemente paragonati e giudicati in base ai loro genitori, ne abbiamo già parlato. Se infatti è vero che la mela non cade mai lontana dall’albero, è consequenziale che i percorsi di queste due band che condividono non solo gran parte dei musicisti ma anche la produzione di Kevin Parker (quindi almeno l’ 80% del loro DNA musicale) sia convergente.

Tasmania è dichiaratamente il disco “gemello” del precedente The Weather: comune infatti il sentiero che accomuna i due dischi, entrambi avvolti da una nuvola di psichedelia altezza 60s e 70s, vestiti di generose dosi d’elettronica del decennio edonista e con una bella cucchiaiata di panna pop a farcire il tutto. Siamo lontani da un facile citazionismo beatlesiano, quello che ci troviamo davanti è un disco stratificato, curato e studiato. Zero effetto amarcord dunque, anzi ciò che lo rende attuale è questa sublime ricerca della melodia, questo scovare la leggerezza nella complessità, la freschezza in chiari riferimenti musicali. Passando dall’ascolto minuzioso e attento al canto e al ballo frenetico senza sosta introdotto da alcuni brani, non si capisce bene se a catturarti sia più la produzione o il ritornello.

Questo risultato, che mischia orchestrazioni fuzzy a intensi groove (vedi Daisy), è debitore verso riferimenti 80s dicevamo, in particolare certi Daft Punk. Come ben ha dimostrato Currents, la lezione di RAM anche da queste parti è stata ben assimilata: se Sixteen Days e Hand Mout Danger (in cui si fa massima incetta di synth, voci meccaniche e riverberi) rappresentano l’esaltazione massima di questo paradigma, Shame ne evidenzia il lato più (glitchy) psichedelico. Entrambi i lati di questa medaglia si incontrano, s’avvitano e mischiano, arrivando persino a chiamare in causa (e qui qualcuno avrà di che storcere il naso) Phil Collins. Succede in Doctor’s in, la traccia scelta per chiudere il disco con un agrodolce finale. Curioso poi, testi alla mano, scoprire come tutta la facciata luminescente e in technicolor messa in piedi dai ragazzi s’infranga su testi che aprono ai foschi scenari futuri che ci attendono («I might, I might go shack up in Tasmania / Before the ozone goes / And paradise burns in Australia /Who knows? Who knows?» (Tasmania), oppure s’interrogano sugli errori commessi dalla civiltà nel passato («Well, I’m sorry for everything we’ve done / I’m sorry for the glory of the queen, the glory of the gun» con riferimento al massacro di Port Arthur in Australia nel 1996, ai caduti durante la presa della Bastiglia, al 1917, e ai migranti, considerati eroi contemporanei).

Tasmania è un disco leggero solo in apparenza, pronto a smarcarsi dalle radici in comune con i Tame Impala. I Pond hanno dimostrato ti saper crescere inseguendo un loro percorso in maniera sempre più consapevole. Bravi.

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