• Nov
    18
    2016

Album

Bomba Dischi, Universal

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Alla fine Pop X sarebbe da leggere “pop-per”. Questa rivelazione fonetica ha immediatamente assunto una sfumatura epifanica nel momento in cui mi è stata consegnata, ambivalente lettura – parimenti legittima – di rimando ora agli amati nitriti alchilici, ora all’omonimo – appunto, Popper – king dell’epistemologia. «Quando una teoria ti sembra l’unica possibile, non hai capito né la teoria né il problema che si intendeva risolvere», scriveva proprio il buon Karl nella sua Conoscenza Oggettiva. Ora, non voglio che questa recensione prenda una piega eccessivamente “minchiona” – approccio che del resto sarebbe perfettamente in linea col disco in questione – per cui perdonate la citazione del filosofo tedesco; l’ho infilata perché proprio una difficile classificazione del prodotto Pop X sembra essere la trasversale costante un po’ in tutti gli ambienti. Ennesima riproposizione in una (falsamente) nuova salsa – quella elettronica e danzereccia – degli stanchi cliché di un indie nostrano sempre più stagnante, probabile disco italiano dell’anno, cacata pretestuosa (e pretenziosa) da condannare senza appello, innocuo divertissement che scorre sine colpo ferire, o anche tutte queste cose contemporaneamente.

L’indie c’è, sicuramente, ma non in esso si esaurisce Lesbianitj, anzi. Degli stilemi, delle maniere e della poetica (?) di quel preciso panorama nostrano in un vuoto pneumatico che tutti sappiamo, prende in prestito molto, soprattutto a livello di voce, ma non è mai definitivamente chiaro se di adesione o parodistico scimmiottamento si tratti. Davide Panizza è un Vasco Brondi che ha perso il lavoro e sta a casa in mutande a sfondarsi di canne e di seghe, è un Tommaso Paradiso che si è stancato di fare il retromaniaco innamoratissimo e allora sceglie di essere un paraculo in modo molto più cinico. Nelle interviste ha il piglio da “minchione” che spara risposte apparentemente random e nonsense al frustrato ma in fondo divertito interlocutore, con un pretestuoso ma talvolta genuinamente spassoso gusto del surreale e una altrettanto programmatica mancanza di politica correttezza (e in questa direzione sono anche, ovviamente, i suoi testi). Come da ragione sociale, infimo e sublime si danno la manina ininterrottamente: Lesbianitj è un inno al fisting romantico, al satanismo melanconico, è la pippa mentale di un Lebowski hypsterico e fintamente robotico, un concentrato sintetico di plasticosa anarchia pop.

Proprio il pop, appunto, su tutto: le melodie, improvvise e cristalline, sono davvero quanto di più azzeccato ci sia arrivato tra le mani quest’anno. La veste elettronica, nella sua apparente sconclusionatezza, funziona a meraviglia: ballabile minimalismo elettronico, synth pop, un po’ di psych buttato lì a caso, tanta eurodance, la polka, le balere romagnole. A livello di testi e di voce poi, come già detto, c’è tanta autotunata maniera: l’accostamento vagamente onirico, l’apparente nonsense, il gusto per la filastrocca infantile (fioccano i muu muu e i trallalà), la convivenza furbamente forzata di amor sacro e amor profano, un pizzico di esistenzialismo spicciolo e tant(issim)o cazzeggio. Molte volte, poi, si ha quasi la sensazione che le parole siano piazzate lì giusto per assecondare la melodia, quasi come un novello Young Thug (o forse è meglio scomodare Bello Figo Gu) nostrano, o che gli insistiti reverse siano assolutamente inutili (per quanto nascondano con tutta probabilità messaggi subliminali inenarrabili). Il piglio smaccatamente “cazzaro” dell’operazione tutta, insomma, può facilmente far girare le palle all’ascoltatore, legittimamente aggiungerei. Se si sceglie di stare al gioco però, l’irrefrenabile sculettamento innescato può divertire (molto) e anche una trashata insalvabile come questa ci può stare come disco dell’anno.

28 Novembre 2016
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