• gen
    01
    1998

Classic

EMI

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In Italia il punk era arrivato subito, sia pure nella versione ricontestualizzata dagli Skiantos, e successivamente, una volta superata qualche iniziale diffidenza politica della scena alternativa nostrana (dove alcuni, i primi tempi, sospettavano persino i Clash di tendenze destrorse), aveva ottenuto buoni risultati anche all’estero con Cheetah Chrome Motherfuckers, Raw Power e Negazione, ma si era sempre trattato di un successo di nicchia (sia in patria che fuori). Se infatti in UK il genere aveva segnato la sua importanza anche commercialmente, da noi nemmeno i nomi storici sfondavano: amatissima Patti Smith, famose Rock The Casbah e Should I Stay Or Should I Go, ma nel mainstream, specie negli ’80, andavano al massimo U2 e Police, per capirci. Dopo vent’anni dal ’77, però, e dopo che le classifiche mondiali avevano accolto generi come grunge e crossover, che il punk l’avevano nel DNA, i tempi cominciavano a essere maturi perché il genere fosse sdoganato. Così, in epoca post-successo di Green Day, Rancid e Offspring, che avevano rinfrescato il filone punk-pop che esisteva fin dagli inizi (Buzzcocks e Stiff Little Fingers, per dirne due) grazie a qualche singolo killer, anche nello Stivale arriva il momento del punk in classifica.

A portarcelo, un quartetto proveniente da Pordenone, città della scena punk wave del Great complotto da cui proviene la mente creativa del gruppo, Gian Maria Accusani, coadiuvato da due ragazze (Eva Poles alla voce e Elisabetta Imelio al basso) e da batteristi variabili. Dopo aver esordito per Vox Pop poco prima che fallisse, con un disco che già presentava il loro stile perfettamente compiuto (Testa plastica, 1996), i Nostri trovano casa alla EMI e col secondo disco fanno il botto grazie alla quasi omonima, irresistibile canzone. È un punk che si presenta colorato nel look, aggressivo nel suono, ma allo stesso tempo solido e pulito, cantabilissimo e col vizio delle vocali allungate a fine verso, con testi che affrontano temi come droga e rapporti umani alternando filastrocche spolverate da una leggera follia/demenza con un andare dritti al dunque: tutti elementi che li rendono poco credibili agli occhi di molti, o addirittura ridicoli o degni dell’odio dei puristi, mentre dall’altra parte la prominenza del tema droga attira gli strali di un mainstream mediatico italiano che fatica tuttora ad affrontare il tema senza gridare alle streghe: a suo modo sarebbe punk anche tutto questo, ma se all’epoca vendono la cifra inimmaginabile di 175.000 copie (e una volta calato il momentum manterranno l’amore di un buon gruppo di aficionados) oltre alla potenza della hit, è perché dietro ai difetti visibili si nasconde altro.

Se è vero infatti che l’aria che hanno è quella di chi il punk lo ha preso solo come estetica – perché se parliamo di punk cantato da una donna i Franti sono lontani anni luce – la questione non è qualitativa o di profondità: in realtà Accusani usa il genere per raccontare i disagi di certo nordest “sazio e disperato” (come cantava qualcun altro) perché nella sua crescita economica ha evidentemente trascurato il resto, ma più in generale un paese che, mentre demonizza in ogni modo lo stupefacente, di lì a poco comincerà a produrre preoccupanti statistiche sull’uso di psicofarmaci. E Acida dipinge in pochi tratti proprio lo stato d’animo di chi la felicità la trova solo nelle Pastiglie che intitolavano il singolo del primo disco, senza più il connesso senso di liberazione collettiva che potevano avere non solo nel ’67 ma ancora pochi anni prima nella nuova Summer of love di Madchester, mentre la Colla (una delle melodie più riuscite) non è quella che dicevano di sniffare i punk inglesi, ma quella che il personaggio auspica per rimettere a posto i cocci della sua vita. C’è una tensione continua tra semplicità e inaspettate aperture quasi liriche (vedi Prato), per raccontare un disagio intimo e di rapporti personali (Ics, Fenomeno) che non è meno forte solo perché raccontato con apparente leggerezza; anzi, forse il contrasto aumenta l’effetto o, per dirla col De Gregori del ’91 quando parlava degli anni ’80, «dietro la festa smascherare il dolore».

È un disco che stilisticamente non varia molto dall’inizio alla fine, e che come tutti gli altri (più o meno sullo stesso livello) funziona finché funzionano le melodie – e non sempre accade: vedi la ripetitiva Betty tossica, che pure come storia ha una sua forza («un’eroinomane, la più bella che c’è / ha 15 anni ma ne dimostra 30 […] l’eroina le dona»), o altre. Sia nel seguito della storia del gruppo che nei successivi Sick Tamburo (sempre con la Imelio), al di là delle non molte varianti musicali, rimarrà questa efficacia nel raccontare basata sulla sintesi e sulla capacità di mescolare il pane al pane con inattesi scarti e aperture, sempre un po’ nascosti dietro una formula che sembra troppo semplice.

13 Aprile 2018
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