Skiantos

Sbagliando nota

Tutto ciò che è assurdo e bizzarro insieme, non eroico, non retorico, non modaiolo, non istituzionale […] un cocktail di pseudofuturismo, dada, goliardia, improvvisazione, […] provocazione con ironia
d’avanspettacolo, poesia surreale soprattutto cretina
Roberto “Freak” Antoni, definizione di “demenziale”, da Badilate di cultura, 1995

Tra i mille luoghi comuni messi alla berlina da Freak Antoni nel corso della sua opera, c’era stata anche la morte, in canzoni come appunto Devi morire (1999), riflessione filosofica sulla grande livellatrice fatta con un geniale campione del noto coro da stadio, o come Sanissimo (2005), o una vecchia poesia in cui scherzava – ma non troppo – sul fatto che, in quanto grande artista, anche a lui sarebbe toccata una rivalutazione postuma come a tanti predecessori.

Certo, a Roberto “Freak” Antoni, poeta, cantante e agitatore culturale da Bologna, non è toccato morire “sanissimo”, come il maniaco della salute satireggiato nella canzone citata: era malato da un paio d’anni almeno, e aveva rischiato parecchio (“porto i capelli lunghi perché i medici mi hanno praticamente salvato prendendomi per i capelli”, diceva nelle date di Ironikontemporaneo, riferendosi alla prima crisi della sua malattia). E nemmeno “ricchissimo” come un altro personaggio dello stesso brano, vista la sua poetica poco incline a cercare facili consensi, con conseguenti difficoltà con discografici ed editori.

Ma una rivalutazione postuma sarebbe doverosa nei confronti dei quasi 40 anni di lavoro satirico in musica e nei testi sui luoghi comuni del linguaggio, sul conformismo, sulle idee facili e automatiche. Al riguardo, ha iniziato Piergiorgio Paterlini nel suo epitaffio, sostenendo che è limitativo ricordare Antoni solo per l’invenzione del rock demenziale (che invece, per Cilìa e Guglielmi del Mucchio, è l’unico contributo italiano veramente originale alla storia del rock) e definendolo un grande degno di stare accanto a Fellini e Flaiano (ma ci starebbero anche i citati Monicelli e Sordi) per l’intelligenza corrosiva con cui ha raccontato l’Italia: se esagera ce lo dirà il tempo, intanto è un inizio.

Delle differenze tra i vari modi di ridere, e del fatto che ridere possa essere una cosa serissima, abbiamo già scritto, e quella di Freak non era comicità di bassa lega: la sua cretineria era militante, specchio distorto e grottesco delle tante demenze quotidiane contro cui si ribellava con “odio mosso da amore” (per dirla come i 99 Posse e come ha confermato sua figlia Margherita in un discorso funebre di toccante maturità, per una quindicenne) e con le armi dell’ironia e della satira. Perché per lui e per gli Skiantos ridere era satira e  sovversione, provocazione e attacco alla banalità; risata punk come quella beffarda, oltraggiosa e irriverente di Johnny Rotten all’inizio di Anarchy In The UK, fatta col gusto di mostrare l’idiozia di qualcosa ritenuto serio o di una menzogna da quieto vivere; punk, perché la potevano fare tutti (all’epoca si pensava che chiunque potesse essere creativo: la differenza la fanno l’intelligenza e il gusto, il che significa anche il cattivo gusto deliberato), ma anche situazionista, nel senso di gesto mediatico clamoroso volto a scuotere le coscienze.

“Alberto Sordi […] si è inventato il personaggio di un italiano vile, sopraffattore, inaffidabile, pronto a qualsiasi bassezza, insomma di un italiano immondo con cui gli italiani si sono divertiti follemente. Come mai? Perché pensavano che fosse una cosa che non gli corrispondesse, ma sotto sotto ne sentivano il richiamo. All’estero Sordi non lo possono vedere. Si chiedono: ma come fa a divertire questo essere immondo? Cosa c’è da ridere?”
Mario Monicelli, Il mio cinema fra Mussolini, Sordi e Gorbacëv, Micromega 5/201

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Cercheremo di raccontare la storia di questo sghignazzo d’assalto, che negli anni ha trovato alleati e nemici, ha visto vittorie e ritirate, sotto la scomoda bandiera dell’ironia intelligente – o deliberatamente cretina, quando “intelligenza” diventa il nome del realismo furbetto e opportunista (i lunghi brani di Freak Antoni e Dandy Bestia provengono da interviste telefoniche rilasciate all’autore nella prima metà del 2006), tappa unica e peculiare nella storia del rock tricolore.

“Una risata vi seppellirà”? Magari no, ma tirerà il maggior numero possibile di palate di terra (se va bene, altrimenti invece che terra potrebbe essere qualcos’altro…).

I. Il brodo di coltura: Premesse

Ascolto tutti quelli che parlano, e parlano di te
[…] qualcuno piange ed è difficile ascoltare.
Non credo ti sarebbe piaciuto, ci avresti scherzato su:
avresti reso tutto più facile, avresti detto: «domani sarò fumo»
Lou Reed, Goodbye Mass, 1992

Il rock demenziale non poteva che nascere nel fervore della Bologna degli anni 70, leggendaria fucina di controcultura (pardon, KontroKultura), di forme creative di opposizione al potere, di fantasia antisistema e follia pura (si narra che durante gli scontri con la polizia, mentre si aspettava la carica, poteva capitare di vedere qualcuno che sulle barricate suonava il pianoforte); ma anche di carri armati per reprimere le manifestazioni, di scontri durissimi, uno specchio esasperato di quello che era il clima politico italiano dell’epoca.

A Bologna la militanza politica dura e pura si era fusa con la creatività in un magico intreccio che nel ’77 già si dividerà di nuovo nei due tronconi d’origine, prima che nel giro di pochi anni quattro cavalieri dell’Apocalisse chiamati Eroina, Terrorismo, Repressione e Riflusso spazzino via il Movimento, la maggior parte della sua cultura e la mentalità che lo aveva animato. Ma di quegli anni, che nel bene e nel male hanno definito e preparato l’Italia di oggi, non rimangono soltanto macerie bensì anche notevoli frutti culturali: fu una stagione infatti nella quale, tra le altre cose, si sperimentava la fusione tra discipline diverse, tutte in grande fioritura anche singolarmente, come il teatro, la musica, il fumetto, il cinema (e le radio indipendenti, come l’ormai storica Radio Alice). E mentre crescevano le barricate contro la polizia, si abbattevano quelle tra cultura “alta” e cultura “bassa”, come dimostra l’assoluta eterogeneità degli argomenti della Bibbia dell’epoca, la rivista Frigidaire, parto di Stefano Tamburini e del gruppo che con lui già aveva imperversato sulle altre riviste, Cannibale e Il Male.

Intermezzo: Freak – Bologna nel ’77 e i contatti con le altre discipline.

“Noi siamo sempre stati figli del movimento studentesco che a Bologna era potentissimo nella seconda metà degli anni 70 in particolare. Poi nel ’77 si spaccò, e andò poi scemando fino all’’80. E dall’’80 in poi iniziò il famoso “decennio del riflusso”. Ma certo gli Skiantos erano in qualche modo figli degli Indiani metropolitani, dell’ala cosiddetta creativa del movimento studentesco. Quando nel ’77 si spaccò ci fu l’ala creativa, gli Indiani metropolitani e la parte artistica, e dall’altra parte i duri, puri, irriducibili delle P38, dunque le BR e simili: due spezzoni assolutamente diversi del movimento, due tendenze completamente opposte. Ognuno ha seguito la propria strada, gli Skiantos erano nella parte dei creativi, erano dalla parte della conquista della nuova arma del movimento cioè la satira, cioè la fine della politica ideologica obbligatoria e schematica e la conquista di un nuovo linguaggio che passava attraverso la satira, il sarcasmo e l’ironia soprattutto.

Gli Skiantos fanno le prime prove in cantina nel ’75 poi esplodono nel ’77, quando scoppia il movimento studentesco in tutta la sua virulenza. Sono figli di quel periodo, un periodo assolutamente irripetibile: creatività molto generosa, molto istintiva, assolutamente a perdere, non monetizzante, non capitalizzatrice delle sue possibilità e della sua produzione. In quel periodo si pensava che si potesse fare musica anche senza essere particolarmente virtuosi dello strumento, si potesse e si dovesse fare arte senza possederne le basi accademiche, ci si potesse approcciare a un’arte per la voglia di fare, perché si aveva qualcosa da esprimere.

Così come si scoprivano i cosiddetti scrittori illetterati, in Italia, che erano molto più significativi nella loro sgrammaticatura di scrittori o poeti laureati molto formalmente ineccepibili, ma molto meno interessanti dal punto di vista della comunicazione, della passione e del temperamento. Ed ecco che il movimento cavalcò onestamente, molto sinceramente questo tipo di tensione: tutti possiamo fare tutto, ogni essere umano è in potenza assolutamente creativo, basta solo la sua volontà, la sua voglia di esprimersi. E gli Skiantos furono fino in fondo figli di quel modo di pensare, di quella forma mentis. E questo poi è costato loro molto.

Noi prendemmo spunto e suggerimenti dal Living Theatre, per esempio. Io poi sono un vecchio amico personale di Andrea Pazienza, con lui abbiamo spesso immaginato diverse copertine di dischi degli Skiantos; poi non se n’è più fatto nulla perché lui quando avrebbe dovuto iniziare a lavorarci se ne andò da Bologna e poi, poco dopo, se ne andò definitivamente. Alcuni di noi poi, io in particolare, collaborai con la rivista Frigidaire, che era il passo successivo a Cannibale, dopo Il Male. Tra l’altro la prima trasferta fuori Bologna, a Milano, gli Skiantos la fecero in sostegno della neonata rivista Il Male, che è stata l’antesignana di tutte le riviste satiriche in Italia.

Ci piace ricordare che gli Skiantos fecero il primo concerto in trasferta a Milano a sostegno de ‘Il Male’”.

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Era un periodo turbolento, non solo a Bologna: se gli Squallor avevano sdoganato un turpiloquio facile ma, nel contesto, liberatorio, molte altre cose erano possibili e si muovevano. Le suggestioni internazionali venivano rielaborate con una personalità oggi più rara (Faust’o e il primo Ivan Cattaneo o, in altri campi, gli Area e i Krisma) e non solo l’underground fremeva, non solo proliferava accanto a quelli classici una serie di cantautori matti quali Enzo CarellaFanigliulo o il più illustre di tutti, Rino Gaetano, ma anche nel pop regnava una certa follia: altrimenti non sarebbero venuti fuori personaggi pazzerelli come Amanda LearDonatella RettoreRenato Zero – che, prima della svolta commerciale, l’underground lo aveva bazzicato – o, per dire, figure ineffabili quali Maria Sole o le Figlie del vento. E sempre nel pop, anzi nella dance, si affermava una scuola italiana ancora considerata, come conferma l’omaggio a Moroder nell’ultimo Daft Punk (o un Lou Reed che, quando gli chiedono cosa conosca della musica italiana, risponde ridendo “la dance”).

La canzone comica, d’altra parte, esisteva da sempre nella tradizione popolare, e anche nel 900 gli esempi erano stati numerosi (Freak Antoni qualche anno più tardi ne studierà la storia col progetto Beppe Starnazza e i Vortici), anche in quegli anni: c’erano i dischi dei comici (tra cui uno notevole di un Pippo Franco – ebbene sì, proprio lui, sicuramente al punto più alto della sua carriera – che in certi momenti potrebbe quasi essere considerato un precursore del genere); il cabaret dei Gufi e Nanni Svampa; a Milano, il giro di JannacciGaber e Fo cercava strade nuove per il teatro, la canzone e la loro commistione nel nome dell’irriverenza, e d’altra parte la goliardia da autogrill degli Squallor (non priva qua e là di qualche lampo felice, comunque) contava già svariati dischi al suo attivo.

Ma per l’appunto si trattava di comicità, non di demenza – quella, tutt’al più, era comparsa in certe canzoni di Alberto Sordi e nella triade  Clem SaccoGhigo Agosti e Ritz Samaritano a fine anni ’50 (anche se con velleità sovversive decisamente più blande), quando aveva incontrato interesse limitato e ostracismo: ora, nel contesto generale del periodo e di una città particolarmente creativa, trova le condizioni per fiorire definitivamente.

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II. Gli anni d’oro

II.1: Si comincia: uno-due-sei-nove!

In comune col punk i Nostri avevano, come detto, anche il fatto di presentarsi come non-musicisti. In effetti, tra i dieci che inizialmente gravitavano intorno al progetto messo su da Freak Antoni e che si ritrovarono una sera in studio a registrare Inascoltable, di non-musicisti e non-cantanti ce n’erano parecchi (come si sente dalle registrazioni, peraltro). Alla fine Antoni era riuscito a organizzare una sessione, il gruppo andò in sala con solo i testi pronti e in una notte creò e registrò queste canzoni. Racconta il cantante: “I musicisti non si conoscevano bene tra loro, e i testi erano assolutamente una sorpresa per loro stessi, erano stati tenuti all’oscuro dei vari testi, fu un esperimento”.

Dandy Bestia: “Dunque, mi ricordo che siamo arrivati lì tutti dopo cena, verso le 9 e mezza, le 10. Soltanto io avevo letto qua e là dei testi che Roberto, Stefano e Andrea avevano scritto fino a lì. Qualcosa mi aveva fatto leggere Roberto, ma per esempio la maggior parte delle cose che aveva scritto Stefano, anche se poi erano poche, una o due, non le avevo mai sentite prima, e neanche quelle di Andrea.

Ma questo era voluto, siamo entrati in studio volutamente per fare un esperimento totalmente fuori: vediamo cosa succede a mettere insieme in uno studio sette-otto musicisti, o pseudo tali, con dei cantanti anche loro assolutamente improbabili, all’epoca, come Andrea Setti (Jimmy Bellafronte), per esempio. Già Freak è uno che ha la voce roca, che urla forte, è intonato, quindi è un cantante vero, allora era un cantante un pochino più probabile degli altri, comunque nessuno sapeva nulla di quello che sarebbe successo. Poi ascoltando il risultato ti accorgi della differenza con una cosa molto preparata, ma certo ancora ad ascoltarla oggi ti accorgi che è molto viva, molto più fresca. A volte una cosa improvvisata, quindi non studiata, risulta per forza molto più potente.

Ecco, mi ricordo questo, mi ricordo che ci mettevamo d’accordo sui tempi, il batterista diceva “come lo intendi questo, questo riff che stai facendo, lo intendi shuffle?” , dicevo “guarda, non lo so assolutamente, lo sto facendo in questo momento”, “sì cazzo, però così è un casino, sai, così non arriverò mai alla fine”, “ma no dai, andiamo avanti, tu fai quello che ti senti qua sopra e io magari cambio intanto che tu cambi”… insomma è nata così la cosa. Bello, un bell’esperimento, io me lo ricordo molto volentieri, nel senso che mi fa piacere aver partecipato a questo, anche se non è un disco che poi ha venduto moltissimo, però è stato bello come esperimento”.

È chiaro fin dai primi secondi della prima canzone che ci troviamo in terre inaudite: “Uno-due-sei-nove” al posto del classico “One-Two-Three-Four” e una falsa partenza lasciata sul nastro. È Permanent Flebo, il primo dei loro classici, costruito su un giretto punk-rock semplice semplice e un testo che sembra composto secondo il procedimento della rima casuale, ovvero verso buttato lì, poi la prima rima che ti viene in mente (meglio se assurda), e poi si lascia così com’è uscito. In pratica un ready-made poetico, dunque un altro richiamo a certe avanguardie d’inizio secolo. Non c’era neanche, così, bisogno che i testi fossero pronti prima…

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E il seguito non cambia: poesia dell’errore, culto dell’imprecisione, apoteosi della sgangheratezza (i Velvet Underground, in confronto, sembrano i Pink Floyd… ma nemmeno troppo), trionfo dell’informale; vecchie banalità musicali suonate come gruppetti nelle cantine alla prima prova (quello che, più o meno, erano), qualche stecca orribile, rimasticamento di giri presi dal manuale del rockettaro e bluesettaro alle primissime armi, agghiaccianti cori belluini dove l’armonia è trattata da orpello inutile… il tutto per canzoni dai titoli mai sentiti come MakaroniIo vi odio tuttiTi spacco la faccia (dal vivo)Lieve affrantoBlues Ba Ba Lues, ecc… (e la superflua dichiarazione di Sono rozzo sono grezzo: si sente), nei cui testi confluiva per la prima volta nella storia della canzone il linguaggio stradaiolo-movimentista del periodo. Se i dischi successivi segneranno passi avanti nell’affilamento delle armi espressive, Inascoltable rimarrà l’esempio più puro ed estremo della loro poetica, nonché una novità vera nel panorama italiano.

Pochi infatti avevano, nella terra del bel canto, sfoggiato una vocalità aggressiva e beffarda come quella di Freak, mentre Stefano “Sbarbo” Cavedoni scimmiottava lo stile più sentimentale e svenevole, Jimmy Bellafronte si alternava tra i due registri, e i vari Dandy Bestia, Frankie Grossolani, Andy Bellombrosa e Leo “Tormento” Pestoduro davano al Belpaese quel rock cui non erano giunti né i suoi gruppi beat dei 60 né il suo ricco filone prog dei 70. Già, il progressive: l’atteggiamento verso questo genere era lo stesso dei cugini punk inglesi, ovvero suonare grezzo e con tecnica approssimativa (o nulla) come rifiuto della magniloquenza e degli ostentati virtuosismi tecnici in cui si era sterilmente trasformata una corrente musicale che era stata anche molto interessante. Ma un rifiuto che vedeva anche qualche solidarietà: mentre Fripp e Hammill simpatizzavano coi debosciati inglesi, a Bologna Fariselli degli Area prestava una chitarra a Dandy Bestia che se le era dovute vendere tutte…

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Freak: sui concerti

“Il nostro concerto dal vivo lo abbiamo elaborato anche inconsciamente guardando il Living Theatre, che in quegli anni passava da Bologna: anche Stefano Sbarbo, innamorato del teatro, che faceva il DAMS insieme a me, te lo potrà confermare. Abbiamo sempre amato molto il Living Theatre, lo abbiamo visto in azione a Bologna, dove alcuni giovani di passaggio, studenti di Piazza Maggiore (quando piazza Maggiore era il punto di riferimento e di incontro della città) erano stati scelti per fare carabinieri e poliziotti e altri erano stati scelti per essere gli studenti manganellati. Ecco, noi vedemmo molte performance del Living Theatre, e questo coinvolgere la gente, questo rompere la barriera che c’è tra artista che sta sul palcoscenico e il pubblico che sta in platea è sempre stata una delle nostre ingenuità preferite, perché è difficilissimo in realtà realizzarlo, ma è sempre stato uno dei nostri obiettivi.

Per questo abbiamo iniziato a tirare la verdura al pubblico, per coinvolgerlo in un gioco collettivo molto attivo, dove si confondevano gli attori con gli spettatori: gli spettatori diventavano attori protagonisti, e gli attori si confondevano con gli spettatori. Era un’utopia teatrale molto forte, che il Living Theatre portava avanti, e cioè trasformare gli spettatori in attori lavoranti, viventi.

Non più il pubblico che lancia oggetti all’artista che reputa cane ma l’artista – anche mediocre, perché no? – che si prende la rivincita sul pubblico e gli lancia qualsiasi cosa: noi gli abbiamo lanciato di tutto e abbiamo ricevuto altrettanto sul palco, della serie “chi semina vento raccoglie tempesta”. Prima di fare i concerti noi passavamo, nelle città in cui ci si trovava a fare il concerto, dai mercati ortofrutticoli, oppure ci si portava nel furgone da Bologna della verdura possibilmente non troppo contundente, però insomma verdura da lanciare sul pubblico, e quella certo che è una provocazione, molto futurista. I futuristi tiravano i pomodori al pubblico, noi abbiamo tirato anche i pomodori ma anche di tutto. Poi abbiamo smesso perché il gioco diventava risaputo, e dopo un po’ finiva tutto in una gazzarra che non accontentava nessuno.

Ogni bel gioco deve durare poco, e ci siamo concentrati su altri lanci, tipo i lanci dei vermi da pesca. Che nella provincia e nella città di Bologna si chiamano bigatti: “bigatto” è qualsiasi cosa che assomiglia a uno spaghetto. A Bologna facemmo questa performance tirando i vermi da pesca e dicendo al pubblico “Fate il vostro grande gesto creativo! Liberate la vostra fantasia! La vostra creatività! Fate il vostro grande gesto! Fate il vostro BIG- ATTO!”. Lo abbiamo fatto proprio all’ultimo bis, dopodiché abbiamo lasciato il palco velocemente dopo aver sentito le prime urla e gridolini delle ragazze inorridite, le prime urla di schifo e di disapprovazione: dico la verità, non siamo rimasti lì a discutere, anche perché la provocazione era davvero molto forte, quindi ce la siamo data a gambe.

Oltre ai vermi da pesca e alla verdura abbiamo tirato crackers, biscotti secchi, gallette, abbiamo tirato caramelle, preservativi; e ci è arrivato di tutto sul palco, compresa una zucca sul proscenio, che è stata lanciata o messa lì da un fan particolarmente prestante, che con le braccia è arrivato sul proscenio e ha tirato lì questa zucca. Una volta anche un melone, una volta anche un cocomero”.

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II.2. Fatti questo slego

Inascoltable era uscito come cassetta autoprodotta, su vinile sarà stampato un paio d’anni più tardi. Per il pubblico, presso il quale degli Skiantos cominciavano a far scalpore i concerti, l’esordio discografico del gruppo avverrà col singolo Io sono un autonomo/Karabigniere Blues e con l’album Mono Tono (Cramps, 1978), che arriveranno dopo una sfoltita dei ranghi (ma ben altre ne seguiranno in futuro). Ora gli Skiantos suonavano davvero, sia pure un genere sporco e grezzo come il rock, col chitarrista Dandy Bestia sugli scudi; e qualche recensore attento, pur perplesso dal progetto generale, se ne accorse e lo disse negli articoli dell’epoca.

Sia il singolo che l’album, in effetti, sono due pietre miliari. Il singolo raccoglie due canzoni peculiari e potenti già dai titoli: in Io sono un autonomo si compendiano in salsa punk frasi e atteggiamenti d’epoca (col leggendario attacco “Andate a lavorare, teppisti!”), mentre la pigra Karabignere Blues diventerà un classico anche perché inaugura un filone di satira sulle forze dell’ordine che avrà lungo seguito, non solo nei dischi degli Skiantos.

Né sono meno memorabili le canzoni di Mono Tono, già dall’introduzione con i dialoghi accelerati: dialoghi da fattoni, va da sé, mica Ibsen, il quale non ha mai iniziato un dramma con la frase “Ma che cazzo me ne frega” (le voci apparentemente casuali sono una costante del disco, come se fossero rimasti accidentalmente su nastro i commenti volanti – e oltraggiosi – di qualcuno che passa o assiste mentre il gruppo suona). E il resto mantiene le promesse: dalla ripresa in versione più potente dell’attacco di Permanent Flebo per Eptadone, alla rilettura di Satisfaction che diventa Pesto Duro, al manifesto di Diventa Demente (la kultura poi ti kura) coi suoi spericolati cambi dall’hard rock al beguine e nel cui finale vengono trucidati i concetti di “coro”, “voci armonizzate” e “andare a tempo insieme” (mentre risuona la frase “la cultura è una verdura”, che probabilmente durante i concerti dava inizio al lancio della stessa sul pubblico).

 

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Stessa fine fanno la canzone d’amore classica in Vortice e in Io ti amo da matti (sesso e karnazza), e la modestia in Io sono uno skiantoVortice è una parodia assassina con epici inserti punk del lentone lamentone da innamorato, con grande performance alternata Bellafronte-Antoni; Io ti amo da matti è invece uno splendido dance rock su cui regna Stefano Sbarbo, mentre la sbracata Io sono uno skianto annovera alla fine della penultima strofa il più bel tentativo abortito di acuto (e non manca la voce che commenta “basta!”). Anche il tradizionale rapporto col pubblico fa una brutta fine nella loureediana Largo all’avanguardia, un altro manifesto (“Largo all’avanguardia, pubblico di merda, tu gli dai la stessa storia tanto lui non c’ha memoria”“io vado controcorrente perché sono demente, sono un ribelle c’ho l’urlo nella pelle”).

In Io me la meno (“con un pieno di fieno io divento più scemo”“se patisco mi sveno non posso farne a meno”) abbiamo anche la presa in giro del classico assolo di batteria prog, inserito quasi a caso in mezzo a un pezzo punk (e le solite voci infatti invitano il batterista a smetterla) mentre l’inaudito incipit di Panka rock (“brucia le banche, bruciane tante / calpesta le piante”) segna un’autentica rottura con quanto cantato fino a quel momento in Italia (se si eccettuano vecchie canzoni sovversive nelle quali si diceva che con la pelle dei preti sarebbero state fatte mutande e simili). Finale con altri dialoghi accelerati che testimoniano il linguaggio giovanil-alternativo dell’epoca, e il twist, o giù di lì, di Ehi, ehi, ma che piedi che c’hai.

Ma accanto alla pars destruens c’è anche una pars construens, di cui abbiamo detto: la nascita di una musica nuova, almeno per l’Italia, che in questo disco viene messa in risalto dall’ottimo lavoro di produzione di Allan Goldberg (un fonico che successivamente ha lavorato con gli Yes di Big Generator e, in Italia, con PFMFossati e Carmen Consoli – è lui che le ha dato il soprannome di “cantantessa”) con la supervisione di Oderso Rubini. I due conoscevano bene il loro mestiere e diedero un suono potente e compatto a un gruppo che rischiava di passare come una follia di poco conto (d’altronde “l’Italia è un paese dove nulla si fa sul serio ma guai ad aver l’aria di scherzare”, come scrisse il succitato Ennio Flaiano), suono che fa di questo un grande disco di punk rock. Duole dirlo, ma anche se le pagine memorabili del gruppo saranno ancora molte e i dischi brutti pochi o nulli, uno compiuto e riuscito come questo non lo faranno più. Ma ciò non vuol dire che avessero esaurito le munizioni, tutt’altro.

Nel frattempo, come dicevamo, questo tipo di canzoni inaudite e i concerti-happening fanno scalpore, e attirano seguaci ma anche critiche e scandalo (riguardo ai concerti, la versione live di Sono rozzo sono grezzo, contenuta nella ristampa 2003 del successivo Kinotto, può dare un’idea non solo del suono Skiantos dal vivo, ma anche di ciò che poteva succedere nei concerti degli anni ’70, nonché del clima assolutamente informale sia sul palco che tra cantanti e pubblico: un piccolo, interessante frammento d’epoca).

Freak e la nomea

“Questo marchio è rimasto agli Skiantos: gli Skiantos sono inaccettabili perché possono fare tutto e il peggio di tutto, è un marchio d’infamia che ci portiamo avanti. Così come “non sapete suonare”: nel corso degli anni gli Skiantos hanno certamente imparato a suonare ma la gente non se n’è accorta, per la gente noi siamo ancora come eravamo nel ’77, non c’è verso di modificare la testa all’immaginario collettivo del pubblico, noi continuiamo a rimanere il gruppo d’assalto, i cialtroni d’assalto che nel ’77 lanciavano la verdura sul pubblico e suonavano una scopa. Questo siamo per il pubblico italiano.

Quindi anche i dischi che facciamo recentemente la gente a volte li vede con sospetto: “ma suoneranno loro?”. Sì, suoniamo noi, anzi non vogliamo grosse interferenze: a volte ospitiamo musicisti che appunto sono ospiti, ma lo dichiariamo nei crediti, non abbiamo bisogno di nasconderci. Però per il grosso pubblico, ripeto, siamo i cialtroni d’assalto che eravamo nel ’77”.

– Ma comunque già nel ’78 suonavate parecchio, perché se uno ascolta bene Mono Tono, quello è un grande disco di rock…

“Sì ma la gente dubita che quel disco sia nostro. Noi avemmo anche un’enorme fortuna in quell’anno, nel ’78, perché registrammo negli studi Sascia di Rozzano, e avevano di passaggio un certo tecnico australiano Allan Goldberg, innamorato della musica rock, il quale sentito che eravamo dei rocchettari, ed essendo lui di formazione mentale anglosassone dunque particolarmente aperto alla musica rock, ci registrò quel disco come disco di rock, alla anglosassone e non all’italiana. Per cui i suoni sono talmente particolari che poi la gente non ha trovato di meglio da dire che “non erano loro che suonavano”, “in quel disco chissà chi ha suonato”, mentre Dio o chi per lui ci è testimone che nei nostri dischi abbiamo sempre suonato noi.

A volte ci siamo avvalsi di turnisti, perché nel periodo della Targa Bollicine il produttore Roberto Casini ci voleva rendere più appetibili dal punto di vista radiofonico, ma sono state ospitate molto casuali, noi abbiamo sempre preteso di suonare e di cantare nei nostri dischi. Laddove c’è qualcun altro, lo abbiamo segnalato nei crediti, in questo ci picchiamo di essere molto onesti. Era questo che volevo dirti: che quando poi gli Skiantos suonano con una certa grinta, la gente dice “ah, ma non erano loro”.

 

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Dandy e il suono

“Allan Goldberg, un fonico bravissimo, per l’epoca molto avanti, credo che lo sia anche adesso perché è uno di quelli che non smettono mai di studiare. Veramente una potenza, lui ha registrato con dei gruppi inglesi grossissimi, non credo di sbagliarmi se parlo addirittura di Hendrix.

Comunque quando sentì come suonavamo… anche perché ci tengo a sottolineare questo, cosa che Freak non fa mai, eh eh, che gli Skiantos sono stati una rivoluzione prima di tutto musicale perché è stato il primo gruppo di rock duro mai sentito in Italia, prima non c’erano. C’era rock, pop-rock elaborato, di gruppi progressive anche duri come i New Trolls o come la PFM già un pochino più spostata sul jazz, ma non un vero gruppo di rock duro, come sono stati in Inghilterra o in America gruppi come i Sex Pistols stessi – quelli poi erano già punk, noi non facciamo esattamente il punk, noi facciamo il rock duro – più i Lynyrd Skynyrd, o come i Led Zeppelin, ecco la nostra principale ispirazione musicale sono stati gli Zeppelin.

E in quel periodo ci stanno anche i Pistols, perché io poi venivo dall’Inghilterra, c’ero stato un anno intero e li avevo visti dal vivo due volte, son rimasto sconvolto per un paio d’anni, mi ha segnato per un paio d’anni aver visto i Pistols dal vivo. E quindi tornai in Italia che ero completamente invasato di loro, e si sente da Mono Tono ma anche da Inascoltable”.

Dandy Bestia esce dal gruppo

“Ero intrattabile, veramente… un po’ per le cose che assumevo, droghe, alcool e compagnia bella ero veramente diventato una sorta di ducetto insopportabile, per cui alla fine m’han sbattuto fuori, e han fatto bene. Poi mi sono riavuto. Prima nelle stesse condizioni mi chiamò a fare le prove Vasco Rossi, che ancora non era nessuno, ma io ci arrivai in quelle condizioni lì e si guardò bene dal prendermi, giustamente. Ma non per incapacità musicale, perché comunque ero abbastanza bravino, ma proprio perché ero intrattabile. Poi mi sono ripreso, moderato, e sono andato con Ron, Orietta Berti, Lucio Dalla, ho fatto un po’ il chitarrista “di servizio”.

III.1 – L’avanguardia è molto dura

Nella romanza cantautorale è tutto così etereo, legato alla tradizione classica occidentale. Mentre il ritmo è qualcosa di molto più tribale, è un’esigenza che ti viene se ascolti il blues, il rock e tutti i suoi derivati. A me piaceva questo.
Freak Antoni, da Anni di pongo, in Aa.Vv., Gli altri ottanta

Una cosa va detta degli Skiantos: nonostante siano stati i testi a caratterizzarli come identità artistica e come progetto, la musica era tutt’altro che secondaria, per qualità e per la strana capacità di essere, volenti o in futuro anche nolenti, in linea con la contemporaneità. Dopo il punk di Inascoltable e il punk-rock di MONO Tono, infatti, anche il disco del ’79 riesce ad essere in sintonia con quanto accadeva in quegli anni, principalmente in UK. Era l’anno della maturità del post-punk/new wave, termini quanto mai scivolosi e complicati da definire univocamente sia stilisticamente sia cronologicamente: dai Suicide che erano in giro dalla prima metà dei ’70 a una Patti Smith definita a seconda dei momenti “ultima rockstar anni ’70”, “madrina del punk”, o “poetessa new wave” (e che comincia nel ’75), dalle quadrature post-Can e Low dei Joy Division (le cui origini punk sono evidenti) alle spigolature al tempo tecniche e sguaiate dei Television, è un universo complesso per definizione (per dire: che c’entrano i Bauhaus con i Talking Heads?), nato com’era sull’onda liberatoria del punk che invitava a contaminazioni ed esperimenti, e che nel tempo, anche per la successiva virata chart-friendly di alcuni suoi esponenti, si fa sempre più sfuggente.

Per brevità, la koinè del genere si può riassumere in ritmi robotici, una vaga alienazione, l’abbandono della passione rock, l’uso dell’elettronica e di ritmi che sbiancano il funk e la disco cui semmai si guarda nella sua versione Moroder, inquadrandola su geometrie Kraftwerk (i quali, in un gioco di scambi e rimandi, verranno campionati spesso dall’hip hop), pur senza dimenticare le origini punk nell’abbandono dei virtuosismi per privilegiare l’attitudine; se è vero questo, l’Italia non fa eccezione, anche se sarebbe più esatto dire “Bologna”: i segnali da Firenze e Pordenone arriveranno dopo, per ora la lezione viene messa in pratica soprattutto in Emilia (e con ottimi frutti: con buona pace di Battiato“la new wave italiana” è in ottima salute…). È a Bologna infatti che hanno origine realtà come, per limitarci a pochi nomi, Gaznevada e Confusional Quartet, tempestivamente colti dalla stessa Italian Records di Oderso Rubini la quale, nata prima come tape label col nome di Harpo’s Bazar, aveva inizialmente prodotto la cassetta di Inascoltable degli stessi Skiantos e poi, cambiata la ragione sociale nel 1980, aveva saputo cogliere i vagiti della new wave nostrana fino a imporsi come marchio di garanzia (prima di assecondare la suddetta svolta pop/italo disco di tanti dei suoi gruppi).

Sempre a proposito di etichette, se è vero che la rivolta settantasettina dei Nostri era rivolta contro i cantautori nella stessa misura in cui lo era contro i tecnicismi del prog, la Cramps di Gianni Sassi riusciva a tenere insieme tutto: il prog degli Area, l’avanguardia di John Cage, un cantautore sia pur atipico come Finardi, il primo Alberto Camerini e, a partire da MONO Tono, anche Freak & soci.

Intanto però Oderso Rubini continuava la sua opera di organizzatore culturale: il 2 aprile 1979 va in scena Bologna Rock, festival che vede sul palco numerosi gruppi della scena del momento e occasione in cui gli Skiantos scrivono una delle pagine più memorabili e simboliche della loro storia. È lì infatti, davanti a 6.000 persone, che danno vita alla “Spaghetti performance”, cucinando la pasta invece di suonare; e la reazione del pubblico, piuttosto contrariato, dimostra che le età dell’oro non esistono e che il fatto di attraversare un periodo di fermento creativo non significa automaticamente che tutto il pubblico sia pronto a tutto, nemmeno in un’epoca di contestazione dei meccanismi dello show business, nemmeno in anni in cui il culto del musicista tecnicamente virtuoso promosso da tanti classici gruppi ’70 veniva bollato come “nazista”. D’altronde “l’avanguardia fa paura”, e qui eravamo più nell’ambito del precedentemente ricordato Living Theatre, che dei Sex Pistols.

La nomea di cui parlava Freak Antoni deve parecchio a quell’evento, epocale sia per la nuova scena rock, che per gli Skiantos.

III.2 Forse mi credevi più cattivo…

I testi inizialmente volevano essere in rima baciata, da scuola elementare, e trattavano di tutto quello di cui normalmente i cantautori non parlavano: cose comuni, banali, come la pastasciutta, il cibo o i gelati, metafore delle cose che più ti piacciono nella vita. L’importante era evitare i cliché.
Freak Antoni, Anni di pongo, cit.

Nonostante l’assenza di Dandy Bestia, Kinotto (ad azione dissolvente) (Cramps, 1979) e il singolo Mi piaccion le sbarbine/Fagioli (1980, la seconda esclusa dall’album e reintegrata nella ristampa del 2003) confermano il momento d’oro dell’ispirazione, e mostrano appunto orecchie aperte e sensibili al suono della new-wave: la tipica pulizia sonora del genere (che non tutti avevano ancora ben digerito) inizialmente spaventò un poco i fans, che intravedevano i sintomi di un tradimento “commerciale” (curiosamente, fu il successo del singolo a dare impulso alle vendite). Riascoltato oggi, il cambiamento stilistico rispetto al precedente album non è così netto (anche se è lì che si sente l’assenza di Dandy) e il disco in realtà, come musica e testi, sa tenere l’equilibrio tra le novità e i terreni congeniali al gruppo. Non manca, per esempio, il surrealismo, nelle storie di passioni alimentari smodate musicate su ritmi estivi di Gelati e Kinotto, dove si descrive un mondo in cui, chissà perché, i gelati “costano milioni” e dal lattaio un chinotto (pardon, kinotto) costa “un puttanaio” (più che immaginazione malata, previsione dei tempi dell’euro o procedimento della rima casuale, è un modo di parlare di passioni).

Quanto al linguaggio giovanile (l’altra grande novità portata dalle canzoni del gruppo), esso ritorna nel rock (musicalmente banalotto, però) di Non ti sopporto più (che continua altrettanto romanticamente con “mi hai rotto i coglioni”) e, insieme a pose stradaiole, nella notevole Ti rullo di kartoni. Abbiamo poi la trasformazione delle innumerevoli “I Wanna” dei Ramones nel ritornello “voglio solo scaccolarmi, scaccolarmi, scaccolarmi” del classico Kakkole (sorta di Waiting For The Man diversamente grezza), le rielaborazioni da Inascoltable di Il rock ti dà lo shock e Se mi ami, amami, il romanticismo a ruota libera (dai vincoli della logica) del frammento Tu sei bellissima, in generale un basso di gomma che tira il tutto, e l’epica domestica di Freezer, primo esperimento di electro-funk insieme al singolo Fagioli, altra storia di passione alimentare smodata. Per finire, anzi per cominciare visto che apre il disco, il classico Mi piaccion le sbarbine, il loro brano più celebre, manifesto degli amori sgangherati messi spesso in scena dal gruppo, e la geniale Sono buono, storia di una (finta, c’è da dirlo?) pace ritrovata, recitata più che cantata con voce quasi indifferente su un arrangiamento rarefatto di batteria, su cui la chitarra insinua un riff tra Peter Gunn e Love Me Two Times.

Forse leggermente inferiore al precedente, Kinotto, oltre ad essere più vario stilisticamente, è comunque l’altra pietra miliare della loro carriera: i brani in esso contenuti sono diventati classici mai esclusi dalle scalette dei concerti, anzi parte fondamentale dei live assieme a quelli di MONO Tono.

Vivo nel terrore dell’amore
ma ci godo a fare del rumore
Mi piace molto di suonare
e con la musica pestare
ma non mi guadagno il pane
perché suono come un cane
SkiantosSono un teppista (1979)

Freak: le vendite

“Mono Tono e Kinotto sono andati molto bene, ma non abbiamo mai avuto i rendiconti reali. Nel senso che Gianni Sassi della Cramps ha sempre occultato opportunamente tutti i rendiconti, e non abbiamo mai saputo quanto abbiamo venduto realmente. La prima tornata di vendite fu cinquemila copie, ma Gianni Sassi stesso disse “guardate, al prossimo rendiconti avrete certamente un aumento reale, notevole, ve lo preannuncio, sarà più veritiero il prossimo rendiconti”. Il “prossimo rendiconti” non è mai arrivato, quindi non so cosa dire”.

IV. Ad azione dissolvente: vado fino a Sanremo.

Scavando nella mente mi restano immagini sbiadite in bianco e nero, più nere che bianche per la verità: la cantina umida di Via San Vitale, le discussioni infinite sul taglio da dare alla band dopo le dipartite eccellenti, le troppe siringhe che giravano, la testa di tutti perennemente altrove, chi per un motivo chi per un altro, una sorta di depressione strisciante, avvolgente.
Andrea Della Valle “Andy Bellombrosa”, traccia cd rom della ristampa di Pesissimo!

Ad un certo punto il gruppo decide di provare ad andare a Sanremo, il che produce tensioni tra i suoi membri: Freak Antoni, per esempio, è perplesso sulle modalità, teme che la macchina del Festival annacqui e snaturi il messaggio della band. Ma una giuria terrorizzata da quello che gli Skiantos avrebbero potuto fare in diretta chiude la questione, estromettendoli. La ferita però resta, e se le vendite del successivo Pesissimo! andranno bene (il pubblico ha fatto pace con le nuove sonorità e gli Skiantos un parziale dietro front stilistico), la situazione nel gruppo non è per niente pacifica. Come dice il non casuale titolo del disco, il clima non è buono: oltre alla questione Sanremo, quello che era un gioco sta diventando un mestiere (con gli ottusi consigli paternalisti di chi dice loro “sì, ok, ora però dovreste diventare più ‘professionali’”) e al posto del divertimento stanno subentrando le pressioni. Che spesso fanno rima con “defezioni”, così oltre a Jimmy Bellafronte anche Freak Antoni, fulcro delle pressioni interne ed esterne sulla band (sebbene questa si identifichi con lui molto meno di oggi), la abbandona stressato e desideroso di dedicarsi ad altro (nella traccia rom della ristampa di Pesissimo! i membri del gruppo raccontano qualcosa al riguardo). Gli Skiantos rimasti non mollano, chiamano al suo posto Linda Linetti (unica donna della loro storia) e cercano di reagire mettendosi al lavoro sull’album. Il quale, però, paga le scarse vendite iniziali di Kinotto, meritandosi un budget inferiore.

A livello di produzione, la performance è buona. Anche troppo: il disco viene registrato con frequenze che poi devono essere tagliate perché il vinile non riesce a riprodurle, col risultato di un suono molto cupo (verrebbe da dire Pessimo). Solo la recente ristampa ha reso giustizia al lavoro di Jimmy Villotti e Franco Zorzi (anche i Pere Ubu hanno incontrato problemi simili: secondo loro, ai tempi del vinile, le chitarre “in controfase” – come in Pesissimo! – erano “l’incubo dei discografici”).

Non ai livelli dei due dischi precedenti, invece, la performance del gruppo, in calo d’ispirazione e tormentato dai detti problemi. Certo, tra una notevole Mammaz, con la sua battuta elettronica morbida, e la versione rock di X agosto di Giovanni Pascoli (sì, proprio “Tornava una rondine al tetto…”) di cui si permettono anche di cambiare qualche verso, gli Skiantos segnano ancora qualche punto. Il fatto poi che Stefano Sbarbo e la sua ugola dolente siano voce guida in quasi tutti i brani dà un colore strano e nervoso al disco (in qualche momento, anche un po’ inquietante), con particolari risultati, oltre che nei pezzi già nominati, anche nella tesa Sono Veloce e, appunto, Ehi sbarbo: l’accoppiata tra questa voce e il suono cupo finisce per rendere bene il clima in cui l’album è nato, e in generale le performance strumentali meritano, con svariati dettagli gustosi (inserti di elettronica, fluidi fraseggi di chitarra e un’atmosfera da corsa frenetica resa con efficace compattezza). Ed è in pieno stile Skiantos il fatto che tra le poche canzoni di cui è voce guida “l’unica donna nella storia degli Skiantos” ci siano Fat Girl e la versione punk di Ragazzo di strada.

Ma i riff non particolarmente memorabili e una certa uniformità stilistica non sono le carte migliori per far dimenticare gli assenti e il disco sembra una versione tecnicamente migliore ma meno importante della musica di Inascoltable (e i due pezzi finali ne rielaborano proprio due dell’esordio). Né si capisce, se si annuncia “una facciata registrata dal vivo in studio”, perché inserire le finte voci del pubblico. Colpa delle suddette tensioni, più che dell’assenza di Freak Antoni e Dandy Bestia: negli anni i due diventeranno le icone e il centro creativo del gruppo, fino a rendere impensabile un disco degli Skiantos senza di loro; ma benché al centro del progetto ci fossero dall’inizio, è anche vero che il gruppo era un collettivo di amici in cui le idee rimbalzavano tra tutti ed il contributo degli altri non era secondario. In un clima più leggero, anche gli Skiantos orfani dei due avrebbero potuto senz’altro portare a casa un risultato migliore (e il titolo sarebbe stato un altro).

Da ricordare che in quell’anno, poi, c’è anche l’arrivo a Bologna di un ancora ignoto Johnson Righeira, che per il suo 45 giri d’esordio (una sorta di space twist, cantato in maglioncino giallo…) si fa accompagnare dai Nostri: le loro strade si incroceranno indirettamente pochi anni dopo, in un contesto del tutto diverso.

Freak Antoni sulla sua uscita dal gruppo…

“Io ero andato via dal gruppo perché innanzitutto non volevo essere il leader, la cosa mi procurava troppo stress, troppe telefonate di discografici, giornalisti, critici, troppe decisioni da prendere e quindi fine del divertimento spensierato, anche abbastanza disimpegnato, così come l’avevo inteso negli Skiantos. Non che gli Skiantos fossero disimpegnati, ma io volevo essere più libero, meno al centro dell’attenzione, meno subissato, meno coinvolto da processi di critica, di risposta, di presa di coscienza, di dibattito, ecc… volevo avere la mente e le mani più sciolte. Seconda cosa: la partecipazione degli Skiantos nel 1980 al Festival di Sanremo mi vide assolutamente contrario, e contrariato. Era una concessione al business: in quegli anni cercavo di essere il più duro e puro possibile, all’interno naturalmente del progetto creativo degli Skiantos, cercavo di essere il più irreprensibile possibile, e quella partecipazione mi sembrò un calar le braghe, cedere le armi, in sostanza un venire a patti col sistema di produzione del consenso musicale e spettacolare, era una specie di occhiolino al pubblico più smaliziato.

Mi chiedevo: gli Skiantos potrebbero andare a Sanremo, in linea di massima, come ipotesi? Certo che possono andarci. Però come ci andranno? Riusciranno davvero a fare il loro discorso o saranno imbottigliati, irregimentati, resi inoffensivi, appiattiti, da tutta la mossa, da tutta la situazione, da tutta la sovrastruttura del Festival che inghiotte e banalizza qualsiasi cosa? Diventeranno un gruppetto banale che fa una canzoncina più o meno provocatoria come Fagioli? Il problema non si pose perché la giuria ebbe una paura folle, era sicura che avremmo bestemmiato (questo ce lo hanno detto poi alcuni membri della giuria con i giornalisti presenti), che avremmo mostrato il sedere, scoreggiato in pubblico, fatto delle cose innominabili davanti alla camera televisiva e ci eliminò immediatamente, nonostante manager e produttori artistici – in quel caso Gianni Sassi della Cramps – avessero tentato il tutto per tutto, si fossero prodigati per far andare comunque sul palco dell’Ariston gli Skiantos. E quindi decisi di fare un percorso mio, avevo molte canzoni nel cassetto, di produrmi canzoni utilizzando i gruppi rock di Bologna”.

V. L’incontenibile Freak Antoni

Freak Antoni così va a Roma per il progetto Beppe Starnazza e i Vortici, col quale esplora il passato della canzone comica italiana rileggendo classici di Fred BuscaglioneNatalino Otto e Rodolfo De Angelis in chiave rock. “Fui invitato a Roma da alcuni musicisti romani (tra cui Pasquale Minieri e Lele Marchitelli) per dare vita a questo progetto di Beppe Starnazza e i Vortici, per tentare di andare alle origini della comicità in musica, comicità nella canzonetta popolare italiana dai primi del ‘900 fino ai giorni nostri, quindi passando anche dai futuristi, dai comici quali Pippo Starnazza, Carosone e soprattutto Fred Buscaglione, di cui abbiamo fatto diverse cover. E quindi me ne andai a Roma togliendomi un po’ da questa fissazione monomaniacale sugli Skiantos che comunque diventava pesante e un po’ faticosa, e che vivevo qui a Bologna. Fu una boccata d’aria, un tentativo di prendere ossigeno fuori da queste parole d’ordine, che diventavano tutte legate e indispensabili, tutte legate al lavoro degli Skiantos”.

“Il lavoro su Beppe Starnazza e i Vortici fu molto impegnativo, non lo nascondo, anche faticoso, difficile. Però fu molto stimolante: conobbi Pachito Del Bosco, responsabile del Fonografo Italiano quindi un grande ricercatore, un grande (etno)musicologo. Mi informai sul teatro delle sorprese, sul teatro futurista, sulle canzoni dell’avanspettacolo, quindi ascoltai un sacco di materiale, molte registrazioni dal vivo di Buscaglione, conobbi Leo Chiosso, il suo paroliere, che mi raccontò un sacco di cose riguardo a Fred, e lì maturai l’idea di proporre al comune di Torino una strada, una piazza dedicata alla sua memoria, progetto che presentai ma che poi non fu minimamente preso in considerazione. Però sì, conobbi di prima mano, ascoltando molto e più volte al giorno la sua produzione, quella di Natalino Otto, soprattutto di Rodolfo De Angelis, questo grande artista canzonettista futurista del teatro della sorpresa”.

“Parlammo a lungo di Pippo Starnazza, di cui io mi definivo l’erede (artistico, naturalmente). Pippo Starnazza era questo cantante che aveva una voce piuttosto afona, priva di armonici, ma molto interessante, molto jazz, faceva lo scat, imitando anche il verso dell’anatra, ed ecco perché “Starnazza”. Ed era molto autoironico, tant’è che ebbe la modestia, benché fosse un musicista dotatissimo di un certo swing e di una certa verve anche lui comica piuttosto esilarante, di definirsi così: innanzitutto per darsi un ruolo originale, poi per non dare l’idea di essere un personaggio molto “ufficiale”, molto paludato, molto presuntuoso. Tra l’altro frequentava un genere per gli anni – parliamo degli anni ’20-’30 – giudicato minore ed anche proibito quale era il jazz a quel tempo, molto emarginato in quanto forma d’arte delle potenze plutocratiche, secondo il fascismo.

E anche del grande Rodolfo De Angelis, futurista, che come quasi tutti i futuristi aderì al fascismo, un’adesione secondo me più estetica, cultural-artistica, quindi con una certa dose di creatività immaginativa. Sono convinto che i futuristi avessero delle ragioni estetiche per aderire al fascismo, più che delle condivisioni politico sociali, ma questo è il mio parere (per Marinetti non era proprio così, l’adesione era piena, ndSA). Ma comunque, dico questo perché Rodolfo De Angelis con il suo teatro della sorpresa era un futurista, dunque legato anche al fascismo.

Lì lavorai parecchio e fu un toccasana perché, ripeto, avevo voglia e bisogno di divagarmi, di distrarmi”.

Che ritmo! (CBS, 1981) è in effetti un’interessante rassegna di quelle canzoncine talvolta sciocche, talvolta ironiche, di un tempo, le quali pur non possedendo la carica eversiva di quelle degli Skiantos, si collocano nel percorso di Freak Antoni come viaggio archeologico alla ricerca di predecessori. Nella scelta, Buscaglione la fa da padrone, con Teresa non sparareBuonasera signorina, una Il dritto di Chicago cui Antoni aggiunge qualche strofa con personaggi contemporanei, e il medley tra Eri piccola cosìChe notte e Che bambola. Né mancano classici antichi come Maramao perché sei morto del Trio Lescano o Mamma voglio anch’io la fidanzata (la canzone di Natalino Otto campionata qualche anno fa dagli Articolo 31), tutti riletti in chiave di un potente swing-rock qua e là attualizzato alle più dure sonorità contemporanee.

Tra i reperti ce n’è uno clamoroso: Per fare una canzone del suddetto Rodolfo De Angelis, ironico “manuale” sulle strategie del pop industriale furbetto (concetti analoghi esprimerà Sandro Oliva nella sua Canzone scema). Il brano sembra scritto ieri e invece risale incredibilmente agli anni ’20: l’autore evidentemente era un futurista nel vero senso della parola, visto che aveva già capito tutto con decenni di anticipo ed estrema lucidità.

Il gruppo ebbe anche visibilità televisiva e fumettistica (su Linus ad opera di Giacon) poi, dopo un singolo dell’anno successivo, “si fece un numero rilevante, non ricordo bene se dodici o tredici puntate di Mister Fantasy, presentato da Carlo Massarini. Dopodiché il progetto è naufragato nelle indecisioni dei vari componenti la band, anche perché ognuno di loro era un professionista di un certo livello che aveva moltissimi impegni per conto proprio, e quindi era difficile tenere uniti i Vortici. Però sì, il progetto è stato divertente, dopo Mister Fantasy doveva andare avanti con canzoni originali sulla falsariga di quei testi della tradizione della canzonetta pop italiana (ecco, Beppe Starnazza e i Vortici erano anche uno studio), doveva proseguire, e poi naufragò in mille ripensamenti, in mille frustrazioni da mille ripensamenti, con prove, riprove, cambi d’arrangiamento dei brani. E poi ripeto, con la difficoltà di gestire musicisti professionisti che avevano mille altri impegni”.

Insieme ad alcuni gruppi di Bologna, Antoni realizza poi un cofanetto di cinque 45 giri (ognuno attribuito ad uno pseudonimo diverso e suonato con un diverso gruppo), L’incontenibile Freak Antoni. A sentirlo, si capisce dov’era andata l’ispirazione che mancava in Pesissimo: cover deliranti e minimali di Arrivederci Roma e Love in Portofino, la satira di Il governo ha ragione, l’alzata d’orgoglio punk di Mica male (not bad), la scorrettezza politica di Negro, il punk-jazz di Posso farlo ovunque e un clima generale di sperimentazione ed eclettismo stilistico.

“Cercai di coinvolgere quasi tutti i gruppi del movimento della Bologna rock in questo progetto di cinque 45 giri in una scatola, Five Records In One Box si intitolava il primo progetto, che poi è diventato L’incontenibile Freak Antoni. Adesso è stato ristampato (con bonus tracks, nel 2004, da Astroman, tra l’altro nuova etichetta con cui Oderso Rubini sta recuperando la new wave italiana di quegli anni, ndSA) da Oderso Rubini, che è il papà della Bologna rock, del movimento rock bolognese: dell’Harpo’s Bazar prima, poi ribattezzata Italian Records, quando ancora l’Italian Recods produceva gruppi rock bolognesi, poi si è riciclata in tante altre cose. Ma quando agli albori produceva rock autoctono, cittadino, rock indigeno bolognese, Oderso Rubini ne era un po’ l’immagine, era un po’ il portavoce dell’Italian Records, e quindi feci con loro questi cinque 45 giri”.

Curiosamente, nella ristampa Astroman dei primi anni 2000, due canzoni di quelle incise con I Recidivi (nei quali c’erano degli ex Skiantos, come ne I nuovi ’68) vengono sostituite con un’altra: ci vorrà il cofanetto-raccolta dei singoli dell’Italian Records per veder restaurata la scaletta originale.

Gli Skiantos nel frattempo finiscono di sfasciarsi: ai problemi del gruppo si aggiungono quelli personali e quelli di relazione tra i componenti, finché la pressione si fa insopportabile e tra la fine del 1981 e l’inizio del 1982 cessano anche l’attività live. In realtà non è la fine del gruppo, ma ripartire sarà dura. Ci vorrebbe una hit; magari una di quelle estive…

VI. Dovrei fare una canzone per l’estate

Nel 1983 Dandy Bestia e Freak Antoni si rincontrano e ricominciano a scrivere insieme. I risultati li convincono a rimettere su la banda, ma uscire dalla cantina è dura: il mondo discografico non li ama e li isola nell’indifferenza. Tutto ciò che hanno è una proposta di Caterina Caselli per un disco di cover balneari prodotto dai fratelli La Bionda e suonato da turnisti stranieri del giro, sul quale il gruppo si dovrebbe limitare alle voci – con la promessa poi di fargli fare un vero disco loro: in pratica l’operazione di Ivan Cattaneo (il quale con Italian Graffiati finì per compromettere per sempre la sua immagine presso il pubblico che, prima dei reality, ormai lo ricordava solo come quello delle cover: per gli Skiantos il danno sarà minore). Da notare che i La Bionda avevano appena trasformato l’ex-sconosciuto Johnson Righeira in una star insieme a suo “fratello” Michael, con lo spaccaclassifiche Vamos a la playa: la situazione, rispetto a quattro anni prima, si era completamente rovesciata.

La proposta viene accettata per pura mancanza di alternative e dopo infinite discussioni ma i Nostri, sia pure al punto più basso della loro carriera, hanno uno scatto d’orgoglio e riescono a comporre e a imporre due canzoni che diventano quelle trainanti del disco: la title-track Ti spalmo la crema (che seppur scioccherella, resta tuttora una delle canzoni più famose del gruppo) e la satira di Una canzone per l’estate che, mentre prende in giro nel testo e nella musica i tipici successi da spiaggia dell’epoca, in realtà parla anche dell’album in cui è contenuta.

I due brani ripetono con successo il gioco di fare bene un genere prendendolo in giro (in questo caso, il pop balneare), riuscendo ad essere anche qui in linea con la musica del momento (benché brutta). Da fuori però, tra l’ironia e la leggerezza fraintese della title-track e le cover in parte effettivamente brutte, in parte inadatte agli Skiantos (sentire Stefano Sbarbo che canta Sapore di sale su una base modaiola primi ’80, o Freak alle prese con una Azzurro dalle parti del Bowie di Let’s Dance, oggi è archeologia straniante, all’epoca poteva lasciare perplesso il loro pubblico), il disco sembrava il peggior epitaffio possibile per una grande storia, impressione accentuata dalla copertina, dove le teste dei tre che escono dalla sabbia ricordano vagamente tre lapidi.

Freak Antoni: “Ti spalmo la crema è stato un disco-marchetta, lo abbiamo detto fin dall’inizio. Figurati che agli inizi avrebbe dovuto essere per volontà precisa e specifica di Caterina Caselli il disco del ritorno-Skiantos, che dall’82 fino più o meno all’84 si erano fermati completamente. E poi riprendemmo con questa proposta di Caterina Caselli, la quale voleva solo ed esclusivamente delle cover estive, balneari. Avremmo avuto, per essere rilanciati, un certo battage promozionale che non c’era mai stato concesso e invece lei ce lo prometteva, però costringendoci a lavorare su brani già sentiti. Ci dettero anzi una lista…

Noi provammo a fare queste due canzoni, che piacquero molto ed entrarono a far parte delle canzoni probabili per questo disco; e poi addirittura, siccome erano degli inediti, alla fine anche la Caselli si convinse e ne fece un po’ i portabandiera del disco. Ci furono i video con Eleonora Giorgi, ci fu tutta una spinta… questo voluto da un impresario, che poi noi abbiamo abbandonato, cui naturalmente nulla importava che fossimo noi gli autori dei vari brani, che il disco ci rappresentasse da vicino, che fosse un disco nostro, che fosse difendibile o meno; a lui interessava il gran battage promozionale, ci costrinse dicendo “O così o pomì, o così oppure tornate in cantina, quello che io vi posso offrire è questo, se volete tornare fuori, riaffacciarvi nel mercato discografico queste sono le condizioni”. E dopo diverse riunioni, dopo estenuanti collettivi, chiacchiere, discorsi, confronti, decidemmo di provarci: i tempi erano molto duri per noi anche perché dopo due o tre anni di sosta è durissima, devi ricominciare praticamente da capo, tra la diffidenza di tutti. Noi ci sentivamo un po’ con l’acqua alla gola: girammo case discografiche, non ci voleva nessuno, e quindi ci agganciammo a questo progetto di Caterina Caselli che comunque fu molto generosa rispetto al resto della discografia italiana, perché nessun discografico sembrò avere interesse per gli Skiantos, quindi noi abboccammo all’unico amo che ci fu teso.

Andò a finire che il disco scontentò tutti; per noi, che però conoscevamo gli antefatti e il retro della questione, fu comunque motivo di soddisfazione perché valutammo le nostre energie, riuscimmo a fare ben due canzoni che mai e poi mai avrebbero dovuto essere i due pezzi trainanti di quel disco. Però certamente il disco fu accolto come una delusione: non sono gli Skiantos quelli, quelli sono i La Bionda con i loro turnisti che fanno dei brani estivi cantati dagli Skiantos, ma tieni presente che quelle due canzoni originali noi le abbiamo sudate, sofferte, le abbiamo pagate col sangue, veramente… (ride) E quindi per noi c’era motivo di soddisfazione per ricominciare, e infatti poi da lì abbiamo ripreso”.

Dandy Bestia: “Io suonavo con Lucio Dalla in quel periodo, andai a suonare in Gran Pavese Varietà che mi divertiva di più: non per Lucio, che era un bravissimo artista, ma mi divertivo di più io, per cui passai al Gran Pavese Varietà, con Siusy Blady, Patrizio Roversi, i Gemelli Ruggeri e tutta una serie di persone che poi sono diventate famosissime. E ci rincontrammo lì perché Freak partecipava. Abbiamo ricominciato a far canzoni insieme – perché tanto è sempre stato così: le musiche le facevo io e i testi lui – durante il Gran Varietà, che era diciamo così un circo, uno spettacolo, un varietà itinerante per l’Italia, per cui avevamo anche tempo, tra uno spostamento e l’altro. Una volta che abbiamo imbastito una ventina di canzoni abbiamo detto “perché non riprovarci? Le canzoni sono belle, proviamo a rimettere in piedi la banda”.

“Alla fine dell’83, ci trovavamo in cantina da un amico a far le prove di canzoni che poi sono uscite molto dopo, nell’87. Avevamo preparato dei provini, li facemmo sentire a Paolo Guerra, lui ebbe un contatto con la CGD e la Caselli, la quale si disinteressò completamente di noi, aveva bisogno di un gruppo per un’operazione estiva prodotta dai La Bionda, che in quel momento andavano fortissimo, avevano fatto i Righeira e poi anche loro facevano dischi, per cui capitammo dentro a questo buglione che non ci apparteneva per nulla. Eravamo rimasti in 3: io, Freak e Stefano. Gli altri si allontanarono quando si capì che non potevano suonare su questo disco perché suonavano i musicisti dei La Bionda”.

– Doveva essere, secondo l’idea del manager, “il rilancio degli Skiantos”?

Sì, nel panorama più “ufficiale” della musica italiana, quello che noi prima aborrivamo, e quindi si trattava di “entrare dentro” al maccherone, una cosa dalla quale ci siamo sempre tenuti fuori ma volutamente, anche se poi il successo discografico arrivò, con Mono Tono e Kinotto, e quella era già una contraddizione in termini per noi. Infatti il gruppo si è poi sciolto per questa ragione, oltre che per i vari casini che ci sono sempre in un gruppo di sei-sette-otto persone.

– È vero che Ti spalmo la crema resta comunque una delle vostre canzoni che il pubblico comune ricorda di più…

Vendette anche dei dischi, ahimè… (ride).

– …però diede un’immagine del gruppo che non era esattamente quella vera…

Non era proprio! Sicuramente non corrispondeva alla realtà. Poi era difficilissimo sostenere un ruolo che noi stessi quando abbiamo creato il gruppo aborrivamo, il modello che proprio a noi non andava bene: sempre sull’ironia ma molto patinato, molto lustrini e paillettes, insomma, cosa che a noi dava molto fastidio, essendo comunque dei veri rocker, tutto sommato”.

“Dopo questa operazione, litigammo con Paolo Guerra, il nostro manager, appunto per la cosa artistica e un po’ perché non ci faceva lavorare, nonostante tutto questo investimento. Sì, il disco vendette, ma non quanto un’operazione simile poteva far sperare, perché comunque poi era difficile dal vivo sostenere questo ruolo, a) perché noi non avevamo suonato i pezzi, e quindi quando li suonavamo dal vivo risultavano ovviamente diversi da com’erano sul disco e poi b) anche perché le canzoni pur essendo belle non ci appartenevano, noi volevamo suonare le nostre, per cui il discorso dal vivo subì un grosso rallentamento per questo motivo, ma anche per colpa della inoperosità di Paolo Guerra, anzi soprattutto per quello. Poi ci staccammo, cosa che ci costò in termini di soldi parecchio: lui mise in piedi una causa pesantissima e noi dovemmo pagare”.

Causa le vendite inferiori al previsto, la promessa di un successivo disco vero non avrà seguito: il compromesso era servito a poco, col danno di credibilità non ripagato dalle vendite (la lezione di De Angelis non era servita…). Per risalire, c’è ancora da fare.

VII. Un gruppo di tabernacolo

Gli Skiantos hanno superato
la dimensione del gruppo di nicchia
per attestarsi sulla qualità del gruppo di tabernacolo,
in quanto anche protetti dalla setta religiosa
dei “Santi sballati del penultimo giorno,
tranne il sabato e prefestivi
Skiantos, comunicato stampa.

Negli anni ’80 in classifica non c’era solo il Sudamerica annacquato del pop balneare, il proseguire della disco o il synth-pop/new wave sbiadito: in qualche modo c’era anche il rock. Tolti Springsteen e pochi altri, però, si trattava o di vecchie star degli anni ’60, bollite e ripulite, 40enni “sistemati” nella moda e nel suono orrendo d’epoca: come esempi emblematici, gli Starship che nulla più serbavano dei tempi in cui, come Jefferson Airplane incarnavano lo spirito della California anni ’60, e l’Eric Clapton prodotto da Phil Collins. Di quest’ultimo bisogna parlare, perché se “il rock” come lo intendeva il grande pubblico si era trasformato, tra ’70 e ’80, in una scelta tra eredi più o meno coatti del glam e degli Zeppelin, il country rock da cartolina post- West Coast e il rock ripulito da radio, l’attività di produttore del batterista/cantante dei Genesis, che già aveva portato il suo gruppo verso lidi da classifica, segna una tappa importante nel pop rock di quegli anni. Infatti, tra i dischi del suo gruppo, quelli da solo e quelli che produce, Collins arriva ad elaborare un suono fatto di batterie fragorose ma disciplinate, chitarre addomesticate dagli effetti usati nella new wave e qui piegati a una pulizia generale che liofilizza e irreggimenta gli eccessi del rock. Il tutto in un sound che, nel suo fingersi cattivo mentre in realtà è studiatissimo e controllatissimo, viene perfettamente incontro sia all’imborghesimento di una musica e di una generazione, sia ai progressi tecnologici nell’ambito delle autoradio, i cui possessori richiedevano sempre più pulizia e potenza di suono, strumenti isolati ed isolabili contro l’impasto di una volta (anche qui individualismo contro collettivismo).

Agli Skiantos, destinati ad essere sempre al passo coi tempi, toccherà anche questa tappa.

Che peccato buttare le perle ai porci…
ma pensate che casino buttare i porci alle perle!”.
Skiantos, Sconcerto, 1987

VII.1: Rantola ancora

L’avventura che ricomincia nel 1987 non ha più la fama e la rilevanza di un tempo: il “rock demenziale” comincia a contare svariati adepti, ma se si eccettua qualche ritorno di fiamma e la partecipazione nei primi anni ‘00 alla trasmissione televisiva Colorado Cafè, gli Skiantos sono ormai un gruppo “di nicchia, anzi di tabernacolo”, seguito più per il passato che per i pur interessanti nuovi lavori. Ma anche se i loro concerti non sono più gli eventi di un tempo, se pure la loro natura è semplicemente quella di una band che fa dischi, i Nostri non rinunciano a dire la loro sul Paese in cui vivono con verve e ispirazione che, pur con i fisiologici alti e bassi, non lesinano grandi momenti.

Il tutto nonostante la voglia del gruppo di provocare e far riflettere sia condannata a scontrarsi con la miopia e le logiche (nonché le tasche) ristrette dei discografici (anche quando animati da buone intenzioni), le cui opzioni nei confronti degli Skiantos sembrano limitarsi a due: tentare di cambiarli, oppure non spendere una lira per promuovere i loro dischi, fidandosi della fedeltà del pubblico o della curiosità verso il nome storico. Dandy Bestia: “E continuammo in cantina praticamente, facendo pochissimi concerti, fino a quando nell’86 ne facemmo uno grosso al Q-BO che ebbe un grossissimo successo, per cui a quel punto ci sentì Roberto Casini che era batterista e in qualche caso anche paroliere di Vasco Rossi – per dire, Va bene, va bene così è sua. E ci produsse questo disco per la Targa Bollicine che per l’appunto è la casa discografica di Vasco, che è Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti. Ecco diciamo che quello è il vero disco del rientro; e vendette anche parecchio…”

I Nostri ricominciano così sotto l’egida dell’etichetta di Vasco, per la quale tra il 1987 e il 1990 incideranno due album di studio e uno live. Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti (Targa Italiana-Bollicine, 1987) fin dal titolo indirizza gli strali su una decadenza culturale già in evidente corso all’epoca e sempre di più col passare degli anni. Tra le canzoni che si iscrivono tranquillamente nel registro dei classici del gruppo, Sono contro e Gli italiani son felici ritraggono i vizi del Belpaese (la prima più rabbiosamente, la seconda col solito spirito beffardo e con una rara voce guida di Dandy Bestia), Sono un ribelle mamma (l’ennesima Sono… del loro canzoniere, come i suddetti Ramones con I wanna…) invece satireggia certi giovani divisi tra genuini slanci “alternativi” e un’eccessiva abitudine alle comodità domestiche. Ma funziona anche il grido di gioia anti-divisa di Riformato, l’autoritratto “contro” di Picchiatello (con un’altra falsa partenza, come Permanent Flebo) e, tutto sommato, anche il blues di Vacci piano, tardivo – almeno per quanto riguarda la “loro Bologna” – appello ad evitare l’eroina, più serio di quanto non dica l’interpretazione della canzone.

Il disco insomma, più che vedere i Nostri in forma ritrovata, li rivede finalmente nei loro panni, che avevano temporaneamente smesso per indossare a forza le improbabili e inadatte vesti di pop band. Ma qualche straccio addosso è rimasto: Non c’è gusto… infatti è indebolito da una produzione che paga un tributo al rock mainstream del periodo (e del padrone dell’etichetta, appunto Vasco Rossi e al suono di certi suoi dischi come C’è chi dice no), la quale impedisce di gridare compiutamente al grande ritorno, e che inoltre danneggia oltre i loro limiti l’appassionato tributo al rock di Rantola ancora (quasi un bentornato alla musica) e la successiva Promesse, una satira sui discografici di drammatica attualità in qualsiasi momento della storia del gruppo. Non è per niente un caso che, dopo quanto passato, ad aprire il disco del rientro si trovino due canzoni simili. In mezzo all’album le poche parole recitate di Sconcerto, alla fine C’è sempre una ragazza che mi piace ha una lieve malinconia sotterranea che sorge dai suoi tempi dilatati e va oltre il testo e i limiti dell’arrangiamento leccato.

Insomma, pur col rammarico per l’abbandono di Stefano Sbarbo e della sua inconfondibile voce, pur dovendo ancora lottare per essere se stesso, il gruppo torna finalmente in corsa e in salute.

– Questo disco però – e anche gli altri due usciti per la Targa Bollicine – ha un suono un po’ “Vasco”…

Dandy: “Sì, ma più che “Vasco” direi molto pop. Cosa che a noi ha sempre riguardato molto poco, oppure noi il pop l’abbiamo usato ma per prenderlo per il culo, non facendolo sul serio. Invece lì ci han fatto fare il pop sul serio. C’è voluto il nostro bel da fare per metterci dentro più chitarre possibile e più ironia possibile. Le canzoni, ascoltate adesso, secondo me erano bellissime, ma sono state arrangiate troppo alla moda dell’epoca, meno rock e più pop, insomma, per cui alla fine eravamo contenti del fatto di essere tornati in pista con le nostre canzoni, ma ecco il suono non era il nostro, non era quello che volevamo.

Erano tutte canzoni composte e arrangiate da noi per chitarra, basso e batteria, e invece lì c’erano solo tastiere, un casino bestiale. Però allora funzionava così, io non ce l’ho con Roberto Casini, perché Roberto ha fatto quello che gli sembrava più giusto fare in quel momento: cercare di vendere dei dischi, che per un produttore è una cosa assolutamente indispensabile. Però non centrava perfettamente l’argomento, perché poi erano canzoni costruite su dei giri di chitarra, e mettendoci delle tastiere l’ibrido era a volte un po’ inquietante”.

Freak: “Il produttore era Roberto Casini, lui voleva rendere più commerciali gli Skiantos, in qualche modo, sempre affrontando la nostra ostilità di rocchettari abbastanza intransigenti, ma comunque alla lunga non chiusissimi.

Nel senso che quando un produttore ti martella tutti i giorni sul fatto che qualcosa devi concedere alla radiofonicità del suono, alla televisività ecc… ecc… alla fine un minimo di compromesso lo accetti; ma non è servito a granché. Cioè questo produttore voleva renderci più commerciali “senza snaturarci”, per cui voleva rendere leggermente più pop, quindi più udibili radiofonicamente, i suoni degli Skiantos, li voleva far passare per le radio, con un ragionamento per certi versi molto furbo ma ineccepibile: lui ci diceva “perché gli Skiantos, che hanno delle canzoni valide, interessanti e comunque originali devono essere tagliati fuori regolarmente dalla sfera delle canzoni che si ascoltano per radio? Allora facciamo arrangiamento e soprattutto suoni in sede di mixaggio che siano papabili dalle varie radio, che siano in qualche modo radiofonici perché hanno un suono potente, molto chiaro, molto pulito e quindi diamogli un minimo di quello che vogliono perché è giusto che gli Skiantos colgano anche una loro fetta di successo, visto che lavorano da anni, da anni hanno un loro discorso ecc… bla bla…”. Va bene, concediamo qualcosa alla radiofonicità dei dischi, questo però non è servito granché, nel senso che poi se tu ascolti le radio principali gli Skiantos non li mettono quasi mai. Non so perché, ho la presunzione di pensare che le nostre canzoni non siano peggiori di tante altre, sento delle cose vomitevoli per radio, credo che le canzoni degli Skiantos potrebbero essere tranquillamente trasmesse dagli enti radiofonici più grossi, ma noi siamo regolarmente esclusi da quel giro, quindi è tutto un combattere contro i mulini a vento”.

VII.2: Ti voglio così

Buone notizie comunque a livello artistico, un po’ meno per il resto: sebbene infatti il disco riscuota successo e il ritorno faccia clamore, l’effetto si spegne prima del successivo Troppo rischio per un uomo solo (Targa Italiana-Bollicine /Ricordi, 1989). Peccato perché, nonostante la solita produzione “hardrocchettara” da radio (tastiere coattelle, sax ruffiani del pur bravo Charlie Molinella, batterie alla Phil Collins produttore…) e l’ispirazione altalenante, questo è un disco che segna un cambiamento importante nella poetica dei Nostri. Vi compare infatti, accanto ai classici registri ironico-grotteschi su toni sopra le righe da attore Dada, una finora inedita dimensione cantautorale, la capacità di raccontare storie con un tono più “umano”, di scrivere canzoni “serie” ed inserire un nuovo registro nel ventaglio espressivo del gruppo. Gli Skiantos cominciano qui ad usare uno sguardo che non coglie più solo il surreale ma anche il tragico, cercando però di evitare la retorica di cui si sono fatti beffe fin dagli esordi (un rischio talvolta non scampato, ma per fortuna raramente).

Più che dalle canzoni vere e proprie, che risultano un po’ nascoste dalla produzione, la svolta è segnata dai testi, centrati su un intimismo malinconico ed emarginato – l’uomo solo e la marginalità, declinati in varie forme, sono infatti il tema centrale del lavoro: vedi Ancora sovversivoLe ragazze mi dicono di noBrutte figure e l’elogio della donna sgraziata di Ti voglio così. Tra i brani migliori troviamo un pezzo “serio” come l’apertura rock di Non voglio più (Antoni parla del vizio dell’eroina in termini decisamente più chiari e forti di quelli usati in Vacci piano, a conferma della “svolta”), poi la canzone preferita del buon Freak Sbagliando nota, e lo splendido, sgangherato Blues degli orti metropolitani (che il produttore, in controtendenza rispetto al resto del disco, ha fortunatamente lasciato grezza). Odio tutti (canzone di Natale), d’altro canto, dribbla la prevedibilità – come altre volte – grazie a qualche improvviso scarto di senso e al timbro vocale del leader (altrettanto importante delle parole per comunicare il significato), con la sua intonazione capace di scompaginare il prevedibile.

Freak: “Il processo di investigazione dell’intimo, di proposta dell’intimo, era accennato già in Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti ma probabilmente è Troppo rischio che segna l’inizio di un percorso più intimista, più riflessivo per certi versi. Il fatto è che noi iniziammo come gruppo d’assalto, da barricata quasi, da barricata creativa; gruppo d’assalto, gruppo offensivo, gruppo battagliero, gruppo anche rapace, per certi versi, con gli artigli sempre sfoderati. A un certo punto ci sono altre sfumature, ma ripeto secondo me già ai tempi di Non c’è gusto… perché dopo gli anni ’80 o negli anni ’80 – gli anni del riflusso che hanno ribaltato ogni cosa- nel vuoto e nel deserto creativo, compositivo, artistico-culturale la scommessa poteva essere ribaltata, considerato anche il fatto che erano nati intanto molti gruppi sedicenti demenziali. La cosa ci piaceva, ci piaceva che molti gruppi provassero ad essere demenziali, a dare sfogo al loro lato ironico, però diventava anche molto scontata, e a noi cominciò a non piacere il fatto di essere solo e soltanto in un modo.

Voglio dire: quando iniziammo la rima baciata serviva per sottolineare le nostre distanze dai cantautori, per esempio, da quel tipo di presunzione impegnata, da quel tipo di impegno di livello poetico alto (quando in realtà poi andavi ad analizzare le loro cose scoprivi che spesso era sbobba letteraria da quattro soldi, o che perlomeno in un disco c’erano un paio di canzoni-perle e il resto era sbobba retorica). Poi, visto che la situazione si era ribaltata anche la scommessa creativa-artistica degli Skiantos andava in qualche modo ribaltata, o comunque ridimensionata. Lo stesso linguaggio degli Skiantos non poteva essere sempre così crudo, così diretto, “ti spacco la faccia dal vivo”, “tutti fatti”, “io ti rompo il muro che c’è tra noi” ecc… a quel punto si poteva ricominciare forse a parlare di impegno, di questioni spirituali, di impegno poetico, di impegno sociale, si poteva iniziare a recuperare il messaggio. Il messaggio era appannaggio dei cantautori, insopportabili, degli anni ’70; verso la fine degli anni ’80 si poteva iniziare a recuperare l’odiato “messaggio”, “odiato” anni prima, e lo si poteva recuperare e trasformare in nuovo impegno. Per questo abbiamo deciso di modificare anche la nostra poetica, perché no? La nuova scommessa era parlare senza retorica di argomenti esistenziali, di solitudini spirituali. C’era una nuova scommessa da praticare, e quindi recuperare anche argomenti impegnati, perché no?

– Un esempio di differenza tra i due dischi è il modo in cui avete affrontato lo stesso tema in Vacci piano e in Non voglio più

È proprio diverso il registro. Più tragico nel secondo caso, perché abbiamo voluto in qualche modo recuperare anche la tragedia: perché la tragedia deve comunque restare fuori dall’ordito delle canzoni Skiantos? Perché questo tipo di espressività, questo tipo di tessuto non deve in qualche modo essere parte anche dell’espressività Skiantos? Sempre avendo come punto di riferimento l’ironia, che è il nostro modo di esprimerci; ma perché non passare a volte anche per dichiarazioni semiserie? Perché comunque non adottare un’ironia più seria, più partecipata, più sofferta?

– Dire cose serie attraverso un’apparente follia, insomma…

Certo, la follia è sempre una delle componenti del demenziale. Naturalmente gli Skiantos esagerano anche in angustia e nel disagio esistenziale, però sì, perché no? Perché non percorrere anche questi altri sentieri che sembravano essere la negazione della poetica Skiantos dei primi anni? Ma ripeto: il paesaggio, il panorama sociale che si viveva nella seconda metà degli anni ’80, in qualche modo ci ha fatto orientare spontaneamente verso il recupero di una dimensione più passionale”.

VIII: Per la mia strada continuerò

Negli anni Novanta, l’aggettivo demenziale
è diventato sinonimo di goliardia gratuita,
turpiloquio banale, sciocchezzaio volgare e cretino…
mentre secondo l’accezione primaria (…)
voleva significare umorismo surreale,
pieno di non-sense e di assurdità,
ma lucido e determinato

L’epoca vascorossiana si chiude nel ’90 con un live, Ze best in laiv, che continua a soffrire del suono “stadium- rock” o meglio “studium-rock”: la mania dei live registrati in studio per controllare meglio il suono, con annessi serissimi dubbi sulla vera fonte degli applausi del pubblico, colpisce anche loro. Una carrellata di classici che non risulterebbe neanche male, ma gli Skiantos che fanno i live come Ron non è un bel vedere (e le versioni originali per lo più erano meglio). Da notare che nel giro di soli tre anni i “ragazzotti-Ramazzotti del decoro” della versione originale di Sono Contro si sono trasformati in “ragazzotti-Jovannotti”

Lo stesso anno esce una videocassetta intitolata semplicemente Skiantos. Sul retro, l’elenco di canzoni e poesie fa pensare alla semplice ripresa di un concerto, ma un “grido” avvisa che si tratta della “videonovela” del gruppo. In pratica è il loro A Hard Days Night / Tutti per uno, in stile tra il demenziale, il minimal-urbano e qualche gag metacinematografica, e racconta una storia nella quale i vari Skiantos sono degli sbandatelli che vengono arrestati in circostanze diverse (con un commissario che, dopo aver preso le generalità, chiede a tutti consigli sulla schedina), e una volta in prigione decidono, sulle note di una quanto mai appropriata Karabigniere blues, di formare un gruppo, gli Skiantos, che grazie a/nonostante due improbabilissimi manager diventa famosissimo e amatissimo. Ogni tanto il film si perde, ma le scene di sogno che parodizzano Arancia meccanica sono esilaranti, e le facce di Freak Antoni anche. Nel film ogni tanto c’è, tra sogno e trama, qualche inserto live del gruppo (dal suono e dalle versioni si direbbe che la fonte è la stessa del Laiv), mentre altre canzoni elencate in copertina si sentono in versione originale come colonna sonora: raro che ce ne sia una completa, in un’alternanza frammento di canzone-scena comica che in qualche modo presagisce le modalità della partecipazione a Colorado Cafè Live.

Ma più che la videocassetta, a riportare nel 1991 un po’ di seguito al gruppo è il successo del notevole libro di poesie di Freak Antoni omonimo al disco del rientro: Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti (seguirà il dibattito) vende bene, e porterà all’autore la collaborazione con Comix e la ristampa del vecchio (1981) Stagioni del rock demenziale. Il libro alterna “poesie” vere e proprie ed epigrammi fulminanti, futuri testi di canzone e qualche goliardata, contributi di amici e battute vecchie, pubblicità finte e calembours che già avevano fatto la loro comparsa nei concerti tra una canzone e l’altra e nella videocassetta. Tra gli epigrammi, il celebre “La fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo”, cui negli anni aggiungerà “e spesso prende la mira”“anche al buio”. Seguiranno per la “poesia” Badilate di cultura (1995) e Non c’è gusto in Italia ad essere dementi (2005), che contengono anche le teorie sul demenziale di Antoni, mentre su altri argomenti usciranno Vademecum per giovani artisti (1993), Per sopravvivere alla tossicodipendenza (1994) e Mia figlia vuole sposare uno dei Lunapòp (non importa quale) (2001).

E anche per quanto riguarda i dischi, in questo periodo le cose vanno meglio: Signore dei dischi (RTI, 1992), promosso un po’ più degli altri (persino il santino…), ottiene anche più riscontri. La title-track è l’inno delle aspiranti stars (scritto da un gruppo che dal successo era stato mandato in crisi), il folk stile ’70 italiani di Non sopporto il Capodanno è quello (sacrosanto…) di chi odia i rituali festivi, Italiano terrone che amo è un altro riuscito ritratto del Belpaese e Nostalgia della miseria è uno sguardo insolito sull’argomento (specie se scritto da un gruppo che non vende davvero quanto i Beatles…), tra ironia e qualche squarcio memoriale affettivo assente nella versione di questo testo comparsa sul libro. Il nuovo corso qui è “serio” fino a un certo punto, e Calpesta il paralitico e Getta la mamma dal treno impongono il trattamento-Skiantos ai buoni sentimenti (tra parentesi: non c’era bisogno, per la prima, dell’introduzione parlata in cui si spiega che è stato proprio un disabile a chiedere un brano del genere contro il buonismo ipocrita: e che diamine, siete gli Skiantos…), ne La fattanza torna il linguaggio giovanile, in I fatti che contano si prende in giro quello dei media e così, insieme al filosofeggiare tra virgolette di Non hai vinto ritenta, il catalogo è completo.

L’ispirazione generale è molto buona, la musica rimane su coordinate rock classiche (più stonesiane del solito), ma grazie anche a un suono finalmente come si deve brucia di più rispetto ai due lavori precedenti e risulta ben fusa coi testi: il rock fanfaroncello di Italiano…, per esempio, rende perfettamente il soggetto della canzone (inopinatamente tornata alle cronache quando nel 2011 l’allenatore del Verona Mandorlini la canta come sfottò verso i tifosi della Salernitana, con tanto di accuse di razzismo, scuse e polemiche da cui però il gruppo esce indenne: evidentemente, anche se se ne parla poco, sanno tutti benissimo chi sono gli Skiantos e che spirito hanno).

A conferma del buon momento creativo, gli Skiantos pubblicano, a solo un anno di distanza, Saluti da Cortina (RTI, 1993), scritto con orecchio attento e reattivo a quanto si agitava nell’ambito del rock internazionale (“il nuovo rock americano, il grunge americano, quello tosto tosto, Pearl Jam, Nirvana, queste cose qua”; Dandy Bestia). I Nostri svecchiano la formula musicale, finiscono di abbandonare il suono da radio (“quelli siamo noi, siamo noi davvero”) e tirano fuori un disco vivo e grintoso, il migliore dai tempi di Kinotto, caratterizzato da una felice vena satirica e polemica: su questo filone il crossover di Paese scarpa (“cosa pretendi da un paese / che ha la forma di una scarpa?”), il rap stile Zach de la rocha (più o meno) di Sdrucciole, e il ritorno della satira sulla divisa di Il vigile urbano. A proposito di satira e polemiche varie, il successo di Elio e le Storie Tese suscita il risentimento di Freak Antoni, che li accusa di fare denaro con una versione banale e goliardica delle sue intuizioni: Italiano ridens (parolacce a caso e poi “adesso ridi, italiano”) è, probabilmente, dedicata proprio a loro e al loro spirito. D’altra parte era difficile che a un gruppo uscito col punk potesse piacerne uno che ostenta ultratecnica, e al riguardo Antoni dice: “Un gruppo come Elio e le Storie Tese, molto più inattaccabile dal punto di vista musicale, ha trovato la chiave del successo commerciale, nel senso che poi al pubblico ti devi sempre mostrare inattaccabile, ti devi sempre mostrare superiore nella perizia tecnica, in modo che tutti possano mostrare un “Ooooh!” di ammirazione, in modo che il pubblico si senta in qualche modo incapace. A me poi i loro testi sembrano spesso barzellette da bar”.

Parleremo ancora dell’argomento, ma tornando intanto al disco, il difetto è aver messo in apertura le meno riuscite Frontale e L’unica risorsa, energiche ma di maniera, che rischiano di oscurare le ardite metafore tra Cristo, i punk e il ferramenta a tempo funk-rock de Il chiodo, o la geniale Morroidi (il brano musicalmente più particolare del disco), o gemme da ripescare come l’inno rock di Io non mi lavo e Meglio un figlio ladro che un figlio frocio (anche questa tornata in mente a qualcuno quando Alessandra Mussolini, in un dibattito televisivo con Vladimir Luxuria, disse testualmente “meglio fascista che frocio”), mentre Preferisco morire (scherzavo) inaugura a tempo di punk il filone tematico sul tema della grande livellatrice di cui dicevamo all’inizio e Ho perso il filobus ribadisce il senso di inadeguatezza ed alterità rispetto ai valori dominanti.

Un disco importante sebbene meno venduto del precedente: l’orribile cartolina in copertina deve aver scoraggiato qualche acquirente…

Dandy: “Saluti da Cortina è un disco venuto di getto, ci abbiamo messo quattro giorni a registrarlo, tutto in presa diretta, pochissime sovraincisioni, direi che sono una o due. E’ stato buttato giù così come l’abbiamo inventato. Morroidi è nato perché si stava parlando con Freak, in un momento in cui ho avuto una colica renale, e son stato in ospedale una settimana. Non avendo un cazzo da fare uno cosa fa? Legge un sacco di roba: mi sono letto L’idiota di Dostoevskij, che è un bel tomo, e mi sono letto l’Ulisse di Joyce. E ho detto questa cosa: “quando uno è malato ha molto più tempo per se stesso e fa delle cose anche intelligenti”. Allora abbiamo fatto una canzone sulle malattie, così è nata Morroidi. Musicalmente è un esperimento su un accordo solo, mi piaceva l’idea di fare una canzone con un solo riff di chitarra, un po’ come potevano fare i Creedence Clearwater Revival con Run Through The Jungle, o cose simili, l’idea più o meno era quella. Il riff è venuto fuori durante le prove di un concerto, intonai la chitarra e mi misi a fare questo riff. Freak disse “questo qui è molto bello, ricordatelo” e infatti poi lo mettemmo in Morroidi”.

Freak: “E’ un disco che devo dire piacque abbastanza ai dirigenti dell’RTI, ma fu sbagliata completamente la promozione, che comunque fu molto scarsa come al solito. Penso che si attestò tra le cinquemila e le otto-diecimila copie, che sono le copie che noi vendiamo solitamente: tra le cinquemila e le diecimila copie scarse, non sempre diecimila comunque, quindi tra le cinquemila e le ottomila copie, che sono la nostra misura”.

VIII.1: Su, su con quella bandiera

A questo punto finisce anche il periodo RTI, esperienza che, pur registrando il successo di Signore dei dischi, ha riproposto i soliti problemi. La preghiera ha ricevuto poco ascolto, e per un po’ di dischi non si parlerà. I concerti però vanno avanti, con un buon seguito. Al riguardo, Antoni dichiara: “Noi siamo sempre stati molto consolati e sostenuti dal pubblico: questo ci ha motivato in tutti questi anni, altrimenti la situazione sarebbe stata veramente durissima, talmente dura da non avere nemmeno un briciolo di speranza.

Il pubblico, nei concerti dal vivo soprattutto, ha sempre dimostrato di apprezzarci: noi ci manteniamo e riusciamo ad andare avanti e a prolungare il nostro mestiere perché facciamo un numero passabile di concerti durante l’anno – naturalmente più d’estate che d’inverno, tra alti e bassi, però riusciamo a mantenerci. Nello show dal vivo ci mostra interesse, partecipazione, sostegno e anche stima: esiste il famoso “zoccolo duro” anche per noi, cioè una serie di fan che ci consentono di andare avanti perché non hanno remore, difficoltà a mostrare il loro sostegno agli Skiantos. Abbiamo avuto anche un ricambio generazionale, ai nostri concerti vengono anche giovani, anche giovanissimi, anche adolescenti, teenager che cantano insieme a noi i testi delle canzoni, sanno tutte le parole delle canzoni a memoria, anche un po’ indirizzati dai genitori o dai fratelli maggiori, come qualcuno ci ha poi svelato in privato. Ad ogni modo noi continuiamo ad andare avanti per il sostegno del pubblico, non per altro.

Noi abbiamo continuato ad essere bene o male, noi stessi, non è che ci siamo molto adattati. Però devo dire che rimanendo noi stessi siamo riusciti a dialogare abbastanza spontaneamente con le nuove generazioni, non abbiamo avuto molte difficoltà su questo. Direi che le nostre più grosse difficoltà sono nei confronti del potere: il potere della discografia, il potere della promozione televisiva, radiofonica, eccetera, ma non con la gente, non con il pubblico, non con le persone che ci seguono”.

Ma se i problemi con manager e discografici sono in qualche modo nel conto, a volte ne capitano invece di inattesi. Il 1995 vede infatti la controversa partecipazione a Materiale resistente (Il Manifesto), il disco collettivo di rielaborazioni di canti partigiani: qui il problema fu che gli organizzatori non presero in considerazione l’eventualità che i partigiani non approvassero il velo di ironia con cui i nostri avevano reinterpretato Fischia il vento (in realtà la versione non mancava di pathos e partecipazione) e ne seguirono polemiche.

Un altro problema, inatteso e con i discografici, è invece quello che capita al gruppo nel momento in cui, dopo l’esperienza RTI, si mette alla ricerca di una nuova etichetta. Apparentemente gli anni ‘90 erano stati un buon decennio per il rock italiano: numerosi gruppi di origine “indipendente” si erano affacciati sulla scena riscuotendo anche un discreto successo di pubblico, che nel decennio successivo crescerà fino a portare qualcuna di queste band addirittura in classifica, come Marlene KuntzAfterhoursSubsonica (e gli Avion Travel a vincere Sanremo, ma questa è un’altra, lunga storia).

In questa fioritura la Mescal aveva svolto un ruolo centrale, producendo e promuovendo come management quasi tutti i nomi più importanti del periodo, e occupandosi, oltre che dei sunnominati, anche di Marco ParenteCristina DonàYo-Yo Mundi, ecc… Sembrava perciò un porto sicuro per un gruppo come il nostro, che doveva battezzarla come etichetta; ma ahimè, le cose trovarono il modo di andare storte anche stavolta, e gli Skiantos si scontrarono con la faccia mercantile della Mescal.

L’unico frutto della collaborazione, infatti, fu Skiantologia vol. 1 (Mescal, 1996), che contrariamente al titolo non è una raccolta (che al limite un senso l’avrebbe avuto), bensì nuove registrazioni di una serie di classici, “nella versione in cui il gruppo le suona attualmente dal vivo”. L’operazione, proposta dal management con la promessa di produrre poi un disco di canzoni nuove, detta così lascia perplessi: esattamente come l’ascolto del disco, esattamente come il ripetersi di quanto successo con Caterina Caselli ai tempi di Ti spalmo la crema.

Le versioni dei classici perdono il confronto con quelle originali, l’occasione e il tentativo di reincidere qualche brano del periodo Bollicine restituendogli un po’ di grinta non produce grandi risultati, e il disco (pur con un suono migliore di quelli del periodo Vasco) non è degno né della Storia, né dei concerti del gruppo (le uniche cose interessanti sono due collages delle canzoni di Inascoltable, che fanno così una prima non canonica comparsa su CD). Per di più, in quel periodo chi vi parla vide il gruppo suonare dal vivo, ed era molto meglio di questo parziale ritorno al mainstream, di questo piccolo passo indietro rispetto ai due dischi precedenti nel percorso che li aveva portati a sganciarsi da un suono “normalizzato”.

Il pubblico non apprezza (gli Skiantos nudi di spalle in copertina non devono aver aiutato le vendite…), e il matrimonio con Mescal termina senza il promesso disco di inediti (ma anche, ed è un bene, senza un vol. 2 dell’antologia…). La sede della loro attività si sposta perciò di nuovo on the road, a suonare davvero dal vivo.

Dandy Bestia: “Feci una mossa, cercai chi produceva musica un pochino più intelligente del resto della massa dei discografici italiani, con la Mescal. E lì subito ci si trovò d’accordo, poi il direttore artistico disse “lasciamo stare un disco di pezzi nuovi, perché non fate una compilation di pezzi vostri famosi come li suonate adesso dal vivo?”. Io ho detto “Bah… a me sembra una vaccata, però …” Avevamo bisogno di tornare sul mercato perché era un pezzo che non facevamo dischi, avevamo tanti pezzi nuovi da fare, ma questa era l’idea, con la promessa di fare, immediatamente dopo questo rilancio sul mercato discografico (così lo chiamavano loro) attraverso tale operazione, un disco totalmente nuovo di pezzi nostri: cosa che poi non si è concretizzata. Un po’ per il cattivo andamento del disco, perché nonostante sia un disco anche suonato bene, però è roba vecchia riscaldata, come tutte le cose vecchie riscaldate alcune volte ci prendi, altre volte no. E in generale in quel disco, pur essendo secondo me suonato molto bene, in certi momenti anche entusiasmante, ci sono però delle cadute, delle cose che lasciano un po’ a desiderare. Per questo andò maluccio anche, credo”.

VIII.2: Troppo avanti

La parte conclusiva della storia segue binari ormai chiari: i Nostri continuano ad essere un gruppo “di tabernacolo”, che fa buoni dischi ma che fatica a farli ascoltare, che continua a litigare con i discografici (più con chi non li promuove: a cambiarli, ormai, non ci prova più nessuno), fa concerti seguito da fan e curiosi, mentre i titoli in discografia aumentano non tanto per gli album in studio (tre più 2 EP), quanto per raccolte celebrative, live (benché il revival li abbia toccati poco: meno per esempio di Federico Fiumani) e i vari progetti di un Freak Antoni sempre “incontenibile”. Un andazzo da normale fase tarda di carriera, finché nel 2012 non arriva la notizia-bomba che Freak Antoni, per la seconda e definitiva volta, è uscito dal gruppo.

Andando con ordine, dopo l’infelice progetto di Skiantologia vol. 1, il silenzio discografico dura fino al 1999, quando esce addirittura un doppio album: dopo sei anni e il disco mancato per Mescal, il repertorio ammonta a una quarantina di canzoni (e una decina rimangono fuori). Preceduto dal singolo Gratis (con Nicola Arigliano), sigla dell’omonima trasmissione, e con un blister con due supposte (che altro?) in copertina, Doppia dose (Alabianca-Stile Libero/CGD) si divide in due dischi. Per il Disc-one – Il solito trionfo i Nostri chiamano a raccolta amici, colleghi, compagni di strada degli anni ruggenti di Bologna ed estimatori vari: Samuele Bersani per la bella Non sono un duro (guarda come piango), Michele Serra per Ero buono (notevole rilettura del vecchio classico) e altri, da Marco Carena ai Montefiori Cocktail, ai Gang (ovviamente Canzone per Che, che degli Skiantos ha pochissimo), a Shel Shapiro, al ritrovato Johnson Righeira, persino Vasco e Lucio Dalla ai cori di un pezzo. Il risultato è un lavoro piacevolmente eterogeneo che a partire dal groove rock della spaccona Troppo avanti passa dalla house alle ballate (la gucciniana Io dentro), dalla techno (Il sesso è peccato farlo male, coi Datura) a un omaggio a Petrolini (Uomo peso), con qualche puntata negli usuali canoni rock. Né mancano satira e sguardo tra allarme e profezia, con Nuovo MedioevoPolli (notevole performance della Banda Osiris) e I ragazzi del coro (sul conformismo e il neooscurantismo contemporaneo). Gli anni di pausa sono evidentemente serviti a raccogliere e focalizzare le idee, al cui servizio troviamo, anche grazie alle collaborazioni, la più ampia varietà musicale riscontrata in un loro album.

Sul “Disc-one secondo” invece la formula è più classica, ma c’è un motivo: M’hai cotto il razzo è infatti realizzato dai membri della formazione ‘77ina del gruppo, riunita estemporaneamente. Riascoltiamo così Stefano Sbarbo che si sdilinquisce in Kommessa e lo svenevole Jimmy Bellafronte nella geniale Non serve (devi morire), fatalistica seconda puntata del filone escatologico scandita da cori da stadio, nonché in Diventa geometra (un passo avanti rispetto a “diventa demente”? Chissà…), alla fine della quale compare un carabiniere che lo arresta per crimini contro il bel canto. Il piacere di ritrovarsi dà benzina ai neuroni, e il canovaccio rock alla Stones con tanto di variazioni soul e funky (Ti frugo nel frigo, o la scorretta Amore istantaneo) e puntate psichedeliche (Gran viaggione), viene svolto a dovere con la giusta sfrontata freschezza. Il R’n’B polemico di Sono 2000 è (giustamente) più Sergio Caputo che James Brown, e non manca l’oltraggio di turno alla ballata romantica con Pene d’amore, né una ghost-track di rara turpitudine (Body music). In generale, qualche veniale caduta di tono qua e là nell’arco dei due dischi non cancella lo splendore di un’ispirazione che regge bene la lunga durata.

Dandy & Freak su Doppia dose

– Nel disco si sente anche una grandissima varietà musicale, dovuta credo in parte anche agli ospiti…

Dandy: “Sì soprattutto a questo, ma anche per il fatto che era un momento in cui stavo molto attento a quello che succedeva, allora mi piaceva un po’ tutto quello che ascoltavo. Non tutto, ma avevano cominciato a piacermi tutti i generi musicali, se erano fatti bene, ero in quella fase lì (nella quale sono ancora, peraltro), per cui è venuto fuori un disco molto eterogeneo. Però c’è un filo conduttore-Skiantos in tutto il disco, che lega tutto. Io esagero ma secondo me è uno dei più bei dischi che abbiamo fatto. Ci abbiamo lavorato su otto-nove mesi. A fasi alterne, man mano che gli ospiti arrivavano modificavamo… per esempio un pezzo in cui canta Luca Carboni: ne ho sei versioni, prima di trovare il vestito a quella canzone lì ci abbiamo messo una vita… mi sono sfogato, insomma. Ho lavorato come un assassino, per cui alla fine io ero sempre in studio e gli altri Skiantos arrivavano a fare le loro cose.

– Nuovi, vecchi…

Dandy: “Con quelli vecchi no, abbiamo fatto proprio alla vecchia: in una settimana abbiamo registrato e mixato tutto. Il disco dove ci sono gli Skiantos attuali, quello è stato molto più elaborato, ci abbiamo messo molto più tempo a farlo. E’ un disco molto curato, mi era preso così”.

Freak: “Un disco con ospiti clamorosi come Lucio Dalla che canta insieme a noi, Samuele Bersani, Luca Carboni, Shel Shapiro dei Rokes, veramente… Enzo Iacchetti, Vasco Rossi che rilascia una dichiarazione per noi, insomma un disco ricchissimo di contributi senza la minima promozione, senza il minimo lancio, senza il minimo sostegno. Questa è la nostra storia, veramente. A volte è come lottare contro un gigante che è dieci volte la nostra statura, come nuotare controcorrente, come lottare contro i mulini a vento: è faticosissimo”.

IX: Ancora sovversivi

Come dichiara Freak Antoni, però, le cose vanno come al solito: poca promozione, successo relativo, fine del rapporto con l’etichetta (né ha aiutato, nel momento in cui Gratis passava in tv, metterne sull’album solo una versione strumentale lasciando quella cantata al singolo). E silenzio discografico, interrotto nel 2002 dall’EP Virus (Sonicrocket/Venus), quattro tracce carine ma non indimenticabili, tra cui la richiesta di un Vitalizio, cui il gruppo ritiene di avere diritto dopo 25 anni di onorata carriera (era già ghost track di Il solito trionfo). È anche l’ultimo disco che vede al basso Marmo Nanni, col gruppo dal 1990 e sostituito da “Maxmagnus”.

Poi a un certo punto gli Skiantos sembrano finalmente aver trovato, se non il porto sicuro, perlomeno un’etichetta discografica decisa a lavorare con loro come si deve: si tratta de Latlantide, un nome appropriato visto che trovarne una con queste caratteristiche sembrava un’impresa da romanzo di fantasia. I Nostri si aggiungono così alla lista (che comprende nomi di culto come XTCViolent FemmesStan Ridgway, da un po’ addirittura i Toto) dei gruppi che, scottati/scaricati da grandi e medie etichette, decidono di rivolgersi a quelle indipendenti per lavorare magari con meno mezzi, ma con molta più tranquillità. La nuova etichetta parte subito bene, celebrando finalmente in modo degno la storia del gruppo con l’antologia La Krema (Latlantide, 2002). All’interno l’inedito in stile house-Doppia Dose Perché la notte m’inviti a casa tua e poi mi lasci dormire sul sofà, la rara Natale è (ripescata da un’oscura compilation del ’96, di nuovo le feste) e una buona scelta di classici, sia pure con qualche stranezza (vedi le scelte da Doppia Dose, ma anche Frontale, certo non il pezzo migliore di Saluti…): nonostante il titolo, infatti, dal famigerato Ti spalmo la crema c’è Canzone per l’estate ma non il brano omonimo…

Il lavoro sul passato prosegue, e nel 2004 rovistando tra cassetti e compilations, i Nostri mettono insieme Rarities (Latlantide, 2004). Tra i reperti, l’incriminata Fischia il vento, una Bocca di rosa che non avrà fatto i fans di De Andrè molto più felici dei partigiani, la tirata (ma un po’) retorica Pacifisti oltranzisti, la declamazione blues di Invasione di campo di Sgalambro, un road rock canonico e vagamente d’atmosfera come Tormento al tramonto, un omaggio completamente folle a Sandro Pertini con Babbo rock del 1983, l’elegia sulla decadenza di Bologna di Angolo B (insieme a Claudio Lolli, scritta dieci anni prima ma invecchiata zero) e un affettuoso omaggio (ma “oltraggio” sarebbe più esatto, e “affettuoso” non sembra, checché ne dicano loro…) ai “nemici” Elio e le Storie Tese con una cover di Mio cuggino (col testo cambiato, va da sé) decisamente ostile. Una riuscita “collezione di sabbia” non priva comunque di una certa unità, che include anche qualche interessante testimonianza (stavolta davvero) live: scopriamo per esempio una Signore dei dischi blues e ascoltiamo una Italiano ridens dal vivo col pubblico coinvolto.

In apertura del disco c’è anche la nuova Col mare di fronte, un notevole r’n’r con una batteria stile Lust for Life e uno stacchetto di cori byrdsiani che, con penna ispirata, prende di nuovo di mira le vacanze. Si prova a sfruttare le buone potenzialità di questa canzone, che farà anche da sigla a Colorado Cafè Live, facendone un EP (con ulteriori rarità, come una Gelati dal vivo dall’88 – con bell’assolo di sax di Carlo “Charlie Molinella” Atti – e come ghost-track una testimonianza di Freak Antoni che declama dal vivo alcuni dei suoi epigrammi con tanto di risposte del pubblico) e inserendola nella compilation Demential Rock vol. 1 (nella quale, riuniti sotto la sigla Prosthathas, tornano nomi noti quali Stefano Cavedoni, Andrea Setti e Andrea Della Valle con una Sono giovane che a livello di ispirazione conferma il suo titolo; purtroppo l’esperimento non ha un avuto seguito).

Ma, singolo a parte, materiale nuovo? Beh, per quello ci si può sempre prendere un’arrabbiatura con una major…

X. L’incontenibile Freak Antoni 2

In realtà anche Latlantide lavora su nuovo materiale: lo stesso anno Freak Antoni unisce la sua voce recitante al piano d’avanguardia di Alessandra Mostacci e incide IroniKontemporaneo (Latlantide, 2004), poesie sue su musiche di giovani compositori contemporanei (a parte la notevole Furgoncino di Di Bernardo, recitata su una gymnopedia di Satie). Operazione insolita e felice di unione tra una musica per lo più delicata (poco somigliante all’idea comune di “musica d’avanguardia”) e la poetica del Nostro, la cui espressività è messa ulteriormente in evidenza dall’inedito contesto musicale. Piano e voce ci conducono tra omaggi a John Cage (Ouverture) e al maestro Luigi Mostacci, padre di Alessandra, e il gioco dadaista di – per l’appunto – Dadaismi. Particolarmente interessante la sequenza che vede in fila Cito Majakovskij e sogghigno (dove Antoni cita anche se stesso), unico pezzo senza la pianista e uno dei vertici del disco, cui segue appunto La blusa del bellimbusto di Majakovskij (poesia citata in Pompeo), e di conseguenza Disforica Uno, dedicata a Andrea “Pompeo” Pazienza. Anche la scelta dei testi, in gran parte già apparsi sul libro Non c’è gusto…, risulta azzeccata nell’alternanza tra la ricerca di strade nuove e la rielaborazione di temi già usati (Eroe senz’eroina e i suoi giochi verbali, la satira passivo-aggressiva di Scusami se esisto).

Freak: “IroniKontemporaneo è un progetto che parte dalla suggestione della musica contemporanea, la mia nuova scommessa. Musica contemporanea della quale io sono stato edotto per merito di questa pianista, concertista classica che è appunto Alessandra Mostacci, la quale mi ha aperto uno spiraglio su questo mondo. Che sembra un po’ un pleonasma nel titolo, perché la musica contemporanea di per sé ha molte valenze ironiche, no? Si voleva sempre ribadire però questo approccio abbastanza divertito, e possibilmente divertente, alla musica contemporanea, anche se è un disco piuttosto serio. Ma è il punto di partenza di un percorso che stiamo ancora facendo. Pesca a piene mani dalla suggestione delle avanguardie storiche, dal lavoro fatto da tutte le avanguardie contemporanee, quindi il lavoro di tutti i musicisti contemporanei ci ha molto ispirato, ci ha addirittura elettrizzato ed eccitato in molti casi.

Parlo per me e per la pianista Alessandra Mostacci, che è diplomata al conservatorio, da anni fa concerti di musica classica, però ha sempre avuto questo orecchio aperto ed interessato alla musica contemporanea, passione che mi ha trasmesso. E io direi che ho aderito soprattutto per la parte sperimentale, nel senso che mi sto ancora documentando, quindi è un work in progress, è un lavoro che si sta ancora svolgendo, sull’opera dei contemporanei.

La sequenza che dici era voluta, certo. Gli omaggi ad Andrea “Pompeo” Pazienza e a Majakovskij sono molto accorati, molto sinceri, molto onesti e molto sentiti. Perché Majakovskij è stato un poeta a me molto caro, io ritengo che sia stato una figura di intellettuale importantissima per il mondo legato all’ex-Unione Sovietica, per quel mondo credo che rappresenti quello che da noi è il mito di Che Guevara: voglio dire sono entrambi due grossi miti che hanno pagato fino in fondo il prezzo della loro onestà, il prezzo della loro utopia e della loro ricerca. E poi naturalmente al grande Andrea Pazienza che ha saputo, con la sua arte, raccogliere perfettamente l’immaginario di una generazione, ha saputo riprodurre perfettamente un’epoca, uno stile, un periodo, quello appunto del movimento studentesco fine anni ‘70-inizio anni ‘80”.

Nel 2007 uscirà anche il secondo volume, che prosegue nel tentativo non solo di “spiegare l’avanguardia alle masse” (vedi il Manifesto tendenzialista), ma anche di far capire che la stessa avanguardia può essere giocosa e divertente, con musiche sia dei giovani italiani del primo volume, sia dei contemporanei “storici” (LigetiSatie e Cage), e uno brano della stessa Mostacci (l’Hal 9000 di Videogame 2001). Oltre a proporre la ripresa di Cito Majakovskij e sogghigno, accompagnata stavolta dal piano, il disco spiega bene l’origine primonovecentesca dell’ironia di Freak Antoni, e presenta accenni a una maggiore varietà strumentale. In Leggero (su Le onde di Ludovico Einaudi), il gioco tra ironia e delicatezza raggiunge anche un certo pathos, un po’ inatteso in un progetto come questo, che si snoda tra la turpe Il gigante e il nano e le ricette dada di Poesia tendenzialista. Tra i vertici, l’omaggio di Freak a sua figlia con Margherita blues, che si distacca nettamente dalla tradizione delle canzoni dedicate ai figli (che raramente evitano quel velo di retorica), e la teologia sui generis di Giuda.

XI. Un Colorado al centro di Milano

Nel 2004 succede anche di rivedere gli Skiantos in TV: vengono infatti chiamati a partecipare a Colorado Cafè Live, di cui curano anche varie sigle (una darà il titolo al nuovo disco). Esperienza buona finché dura.

Freak Antoni: “È stata molto positiva, ci siamo trovati molto bene. A partire dalla richiesta di partecipazione, che abbiamo saputo poi è venuta da alcuni estimatori Skiantos interni a Mediaset che ci ha lusingato, ci siamo sentiti apprezzati fin dall’inizio, ma anche per il rapporto ottimo, intenso, di reciproco rispetto e stima che ha comportato uno stimolo a vicenda nel lavoro con gli altri cabarettisti: poiché noi lavoriamo da sempre sull’ironia, sulla comicità, sul sarcasmo e sull’autoironia, di conseguenza ci siamo trovati benissimo con i comici di Colorado Cafè Live.

Poi però… noi abbiamo partecipato a tutte le edizioni e per tutte ci hanno detto “ragazzi, l’Auditel ci gratifica con risultati sempre in crescita, quindi vedrete: arriveremo alla prima serata e sarà un premio per tutti”. Quando poi è successo, datosi la smania di continui cambiamenti, non ci hanno riconfermati, così come non hanno confermato altri cabarettisti e il programma è diventato una specie di varietà patinato da sabato sera un po’ miserino, ed è andato molto male. Noi facevamo le nostre canzoni in forma di assaggio, non potevamo fare altro perché era una trasmissione di cabaret e noi eravamo ospiti musicali, quindi non potevamo avere spazi enormi. La trasmissione aveva come assunto base un ritmo veloce, non ci si poteva soffermare ad ascoltare una canzone di tre o quattro minuti, per cui erano tutti scampoli di brani ma queste erano le regole che noi abbiamo accettato fin dall’inizio”.

Sullo stesso tono Dandy Bestia: “Sono stati loro a chiamarci, con gran nostro stupore, credo che fosse stato proprio il direttore di rete Tiraboschi a volerci. All’inizio, è stato molto divertente anche perché ci hanno lasciato abbastanza libertà. Chiaramente non ti concedevano di fare canzoni come “Largo all’avanguardia, pubblico di merda”, poteva essere offensivo, però in generale ci hanno lasciato molto liberi. È stato, finché è durato, carino. Poi come tutte le belle cose, eh eh, finiscono, perché hanno voluto fare il salto in prima serata. Era così carina quella trasmissione, perché ci si poteva permettere di dire molte cose perché andava in onda tardi, verso le 11-11 e mezza, a volte anche mezzanotte. E quindi a quell’orario puoi fare un pochino quello che vuoi, è stato bello anche per questo. Poi il salto in prima serata, e noi ovviamente non siamo stati più chiamati, anche perché in prima serata ci voleva qualcosa di più nazional-popolare. E infatti poi lo è diventato: ho visto qualche puntata dell’ultima tornata ed è né peggio né meglio di tutti questi varietà e contenitori televisivi che ci sono adesso in giro, tipo Zelig o compagnia bella. Finché era in onda in tarda serata, lo ripeto, era più divertente”.

Essendo i Nostri in TV, la EMI si fa convincere da Guido Elmi a produrre il loro primo album completamente nuovo dai tempi di Doppia dose. Sei anni dopo, però, la dote è singola e il gruppo, se si escludono gli ultimi due brani, ha abbandonato la sfavillante varietà musicale del doppio per tornare al rock classico. In un decennio in cui, revival ’80 a parte, mancano dei veri generi dominanti, i Nostri, che alla musica dei tempi erano sempre stati piuttosto sensibili, a chi cercava segnali rispondono in questi termini: barra dritta sul rock, al limite qualche ballata (genere che comunque in quella tradizione c’è sempre stato) e, appunto, un paio di deviazioni.

I risultati di Sogno Improbabile (EMI – “che non ha fatto niente per promuoverlo”, 2005) sono buoni, nonostante qua e là la trovata di costruire del buon rock prendendone in giro i luoghi comuni funzioni meno (Riprendiamoci la Corsica è manierismo Skiantos e Troppo toasti per te è carente anche come testo). E se le satire/provocazioni di Canzone contro i giovani (sugli accordi di Wonderwall o, visto che parla di giovani, di Boulevard of Broken Dreams) e de La ballata del cantautore triste, pur dense di spunti interessanti, in qualche punto sembrano perdersi, La maggior parte degli artisti e la potentissima apertura di Lardo ai giovani risultano più centrate. Ma il disco non risparmia davvero momenti memorabili: vedi, oltre a quelli citati, la geniale Sanissimo (terzo capitolo sulla morte), il surrealismo lirico della bellissima title-track e di Fossile del Pleistocene, l’esplosiva Il proibizionista, nonché il folle pastiche musicale che oscura qualche crepa del testo di Diverso delirio. Mentre solo la classe della band, il tono della recitazione e la musica tra Mertens e Sakamoto (?!?) riesce a fare di Tarzanelli qualcosa di più e di meglio della goliardata che avrebbero tratto dall’argomento, per dire un nome a caso, Elio e le Storie Tese. E forse queste due ultime canzoni, pur rimanendo nel campo di un’avanguardia gia vista, una qualche risposta sul futuro riescono a suggerirla.

Dandy Bestia: “Certo, è più rock, perché poi alla fine l’amore fondamentale è quello. Ma è pieno di rock anche Doppia Dose, non è che non ci sia del rock: ci sono più variazioni, ci sono più tentativi, più esperimenti, ma di fondo è il rock che la fa da padrone comunque, sempre, anche perché è il linguaggio che conosciamo meglio, quello attraverso il quale ci esprimiamo meglio”.

Freak Antoni: “I due brani terminali (sic), appunto Tarzanelli e l’altro, Diverso delirio, sono state proposte mie che provengono da quell’esperienza di IroniKontemporaneo, del parlato sul musicale, per sperimentare una strada un po’ diversa, una strada inusuale anche per gli Skiantos”.

Ma ancora una volta si ripete il copione del rapporto tra il gruppo e le major, e il breve legame con la EMI termina tra le recriminazioni. Freak sui discografici: “I discografici appena sentono odore di interesse alzano i prezzi e come! Non gliene frega niente del prodotto, lo lasciano marcire nei loro archivi, però appena c’è uno che mostra un minimo d’interesse le sparano grossissime. Faccio un esempio: noi abbiamo collaborato, così, in forma di complicità musicale con un film che si chiama Fratelli d’Italia, autoprodotto da un regista bolognese che si chiama Roberto Quagliano, che si era innamorato del nostro disco, era stato incaricato da Guido Elmi di venire a videoregistrare alcune nostre performances in studio mentre registravamo. È venuto, ha sentito i pezzi del disco, gli sono piaciuti parecchio, e ha trovato una sintonia con il suo film. Per cui ha chiesto di poter utilizzare quel materiale e noi tutti gli abbiamo detto di sì (tra l’altro lo abbiamo visto tutti e ci è piaciuto, un film molto ruvido sul problema dell’handicap). Dopo di che si è messa in mezzo la EMI che ha subito chiesto cinquemila euro per l’utilizzo di due canzoni, per l’utilizzo di tutto il disco diecimila, cifre che il regista, essendo una produzione indipendente, non aveva. Alla fine si è messo in mezzo Elmi, tira, tratta, alla fine il regista ha pagato mille euro per due canzoni. E il film era veramente bello, noi lo abbiamo sostenuto a spada tratta, abbiamo chiesto che la EMI non facesse ostruzionismo, eppure niente, alla fine si è accontentata – dicono i dirigenti – di mille euro, che per una piccola produzione non è una cifra insignificante.

E questo quando la EMI non ha fatto niente, assolutamente NIENTE, per promuovere questo disco, proprio nulla di nulla. I signori della EMI si erano in qualche modo entusiasmati perché quel furbone del produttore Guido Elmi aveva fatto intravedere loro la possibilità della promozione televisiva attraverso Colorado Cafè. A un certo punto noi dovevamo fare un video, un tour radiofonico promozionale: poi, quando per l’ultima edizione la direzione di Colorado Cafè ha pensato bene di non rinnovarci il contratto, la EMI ha perso ogni interesse e non ha più fatto nulla e si è rimangiata in un attimo le promesse con la massima nonchalance, compreso il produttore Guido Elmi che non ha fatto una piega, è passato ad altro, e quindi il disco non ha avuto promozione.

I discografici sono veramente la morte della musica, purtroppo è così. Noi infatti abbiamo scelto di lavorare con una piccola etichetta, che è Latlantide, perché almeno sono giovani ma onesti: forse quando hanno iniziato erano un po’ inesperti, ma certamente molto civili e sinceri, e in quest’ambiente la sincerità e l’onestà sono proprio impagabili, perché sono tutti squali, squaletti, piovre dedite al loro solo guadagno e al menefreghismo più totale per quanto riguarda il resto. Quindi è un ambiente allucinante quello della discografia in Italia, non ci si deve meravigliare che sia in una crisi irreversibile anche a livello internazionale perché si muove facendo passi maldestri con un’arroganza e con una supponenza che forse gli deriva dagli incassi degli anni ‘60 e ‘70, che oggi non esistono più né potranno mai tornare, ma se non lo capiscono loro… del resto è un settore in crisi, quindi i manager migliori non si indirizzano nella discografia ma vanno in altri settori della produzione, quindi noi lavoriamo sempre con delle teste molto mediocri. Così, questa è la nostra esperienza personale”.

XII. Azzeccando nota

Conoscendo un po’ la storia del gruppo, le schermaglie con la EMI potevano essere ampiamente prevedibili. Quello che invece sorprende davvero è il disco del 2006 (ma registrato prima di Sogno improbabile): Skonnessi 1977-2005 (Latlantide) è nientemeno che uno sfavillante unplugged, dagli splendidi suoni rotondi di chitarra, sitar, dobro, basso acustico, contrabbasso, spazzole e altre bellezze, non ultima l’ariosità bilanciata delle dinamiche e soprattutto il modo in cui il gruppo suona e riarrangia.

Per la scaletta, accanto ai classici (anche un medley tra Eptadone e Permanent Flebo), la scelta si orienta verso le “canzoni” vere e proprie: tre pezzi da Troppo rischio…, non a caso (tra cui una Blues degli orti metropolitani perfettamente a suo agio in questo contesto), il filosofeggiare di Io dentro (con tanto di introduzione con citazione di Seneca) e di Non hai vinto ritenta e Pene d’amore, ma viene anche ripescata Meglio un figlio ladro che un figlio frocio in versione Bo Diddley. Dei nuovi arrangiamenti non beneficiano soltanto quelle canzoni a loro tempo penalizzate dalla produzione (per quanto il confronto tra questa versione di Ti voglio così e l’originale, o la versione di Skiantologia, sia impietoso): anche Gelati levita riletta così sommessamente e con la lunga, suggestiva, coda strumentale, come del resto Nostalgia della miseria, e Gran viaggione è un altro brano che dà modo al gruppo e agli strumenti di esprimersi e suonare come sanno. Così, tra citazioni di Celentano (finale improvvisato di Sbagliando nota), Lou Reed (in Pene d’amore) e Nino Rota (Col mare di fronte), il disco, con l’inedito Sesso pazzo in linea col resto (un’altra confessione ironica di inadeguatezza con momenti notevoli e altri meno), scorre illuminando da un angolo nuovo la carriera degli Skiantos e rivelandone sfumature inedite.

Esce anche un DVD (con la registrazione di un unico concerto, mentre il disco selezionava e mescolava varie serate), decisamente interessante per i brani in più (Io ti amo da matti e Non sopporto il Capodanno), perché la pena vedere questo “Frac” Antoni in versione elegante, e anche perché dal video non sono stati tagliati né i momenti di interazione con il pubblico, né le poesie di Freak, né l’introduzione in cui Dandy Bestia dice infine esplicitamente che Permanent Flebo e Eptadone sono praticamente uguali. Sono stati lasciati anche quei due-tre errori che, invece di smentire l’idea che il gruppo suoni bene, danno un’aura di genuinità informale al tutto: in fondo sono sempre gli Skiantos e non i Toto, e l’imprecisione fa parte del rock dal vivo.

Dandy Bestia: “Skonnessi è un esperimento venuto bene. Pensa che io non ci credevo granché, poi Freak mi ha rotto talmente tanto i coglioni… “facciamo ‘sto acustico” e io “ma non siamo un gruppo da acustico” “ma proviamo”, ci siam messi lì e alla fine mi ci sono appassionato anch’io, è venuto molto bene in effetti”.

– Ma questa cosa degli strumenti forniti dai negozi?

Dandy Bestia: “Avendo da sempre pochi soldi… dovendo fare un disco live acustico c’è in realtà bisogno di più materiale che per un disco elettrico, ci voleva una varietà di strumenti seria, tutta una serie di cose che noi non avevamo e che comprare sarebbe costato una fortuna. Per cui mi misi a cercare fra tutte le case di produzione e i negozi di strumenti musicali che conosco, e ne conosco parecchi, degli sponsor: gli ho detto “guarda, ti cito in copertina, se mi presti questa cosa qua ti metto in copertina, ti pago al limite un noleggio”. E trovai le porte tutte aperte, per cui facemmo questa cosa, grazie anche all’interessamento di Stanzani, Tomassone e di Fontanot Verona, e di Davoli a Parma, insomma una serie di amici che conoscevo da una vita e si sono prestati… ci hanno prestato – la maggior parte delle volte assolutamente gratis, devo dire, devo ringraziarli ancora – gli strumenti che hanno fatto sì che potessimo realizzare il disco con i suoni che ci volevano, perché secondo me i suoni sono molto belli. Le chitarre sono molto belle perché sono chitarre molto buone, strumenti notevoli. Conta anche il gruppo, sono suonati molto bene, perdonami la poca modestia”.

– Quindi alla fine li avete restituiti…

Dandy Bestia: “Alcuni sono stato così pazzo da comprarli”.

XIII.1: Continuando allegro a fischiettar

Mentre Freak Antoni finisce in radio tra i conduttori di Pane burro e rock’n’roll e su fumetto con Freak (miniserie in 5 numeri in cui disegnatori diversi illustrano una strana storia in cui si mescola biografia di Antoni e un’indagine su un serial killer di cantanti famosi), mentre il Nostro collabora qua e là con gruppi vari (tra cui gli Altera, coi quali realizzerà la sua ultima registrazione), proseguono sia i suggestivi concerti di Ironikontemporaneo con Alessandra Mostacci, sia l’attività del gruppo principale, che riceve un inatteso aiuto nientemeno che da una ditta di cioccolato di Cremona, la Wal-Cor. I proprietari, infatti, grandi appassionati di rock, dopo essere entrati nella produzione di alcune tournée italiane di Lou Reed, decidono di organizzare non solo una reunion live dei vecchi Skiantos con tanto di scaletta d’epoca (benché quei pezzi non siano mai mancati ai concerti) e piena di ospiti (tra cui una disfida-chiarimento con Elio), ma anche di co-produrre il nuovo album, che beneficia addirittura della distribuzione Universal e che conferma l’ultima frase espressa da Freak Antoni in un’intervista a Guglielmi del Mucchio, e cioè che gli Skiantos moderni continuano a fare dischi interessanti cui dare una chance.

Per Dio ci deve delle spiegazioni (possibilmente convincenti), (Universal, 2009) rimandiamo alla recensione, osservando che, oltre alla buona ispirazione, il disco conferma la scelta rock di Sogno improbabile, con le sperimentazioni liscio-metal di Senza vergogna, una potentissima versione funk-rock della Merda d’artista già in Ironikontemporaneo 2 e un inno come Odio il brodo, nato in ambito basket e che contiene un distico tra i più belli dell’opera di Freak: “non sopporto il detestarmi / ma detesto il sopportarmi”, che nell’apparente demenza in realtà esprimono quella ricerca e quello slancio di cui parlerà la figlia di Antoni nella già ricordata orazione funebre. Lo stesso anno esce anche l’EP Phogna – The dark side of the Skiantos (Universal, 2009): si tratta di 4 canzoni che, secondo le note, non hanno trovato posto in Dio… perché di tematica “seria”. La cosa viene presentata come una novità (quando in realtà già Troppo rischio… aveva segnato un passo del genere), e in realtà non manca l’ironia neanche qui (come d’altra parte non mancava la serietà nella demenza), ma in generale non è ispiratissimo.

È questo l’ultimo vero disco degli Skiantos, e se sembra una conclusione minore, quella vera lo è ancora di più.

XIII.2: Una vita spesa…

A questo punto, infatti, iniziano i dissapori anche con Latlantide: il gruppo contesta la copertina coi pinguini di Sesso pazzo, l’etichetta sostiene che le ristampe in vinile di  MONOtono e Kinotto della Spittle non sono autorizzate perché la licenza è loro – secondo gli Skiantos la licenza è scaduta – e in generale il gruppo è scontento non solo dell’etichetta, ma anche della fatica che fa in generale, tra la label di Vasco che non risponde alle richieste di licenza per ristampare i tre dischi di fine anni ’80, un management di cui la band non è soddisfatta e un nuovo tentativo, ovviamente fallito, di andare a Sanremo. La canzone proposta è Allegretto ma non troppo, riflessione esistenziale insieme amara e divertita come da titolo, la cui articolata struttura melodica è opera della Mostacci: una chiusura di carriera più che degna, se si guarda alla canzone in sé, ma il modo in cui viene pubblicata è indicativo di qualche questione in ballo al momento.

Latlantide la pubblica sull’EP Balla la pace (2009) e su La Kreme (1977-2010): il primo è un EP che oltre a due versioni di Allegretto… ne contiene tre di Shalom Salam, una canzone dance con testo pacifista realizzata secondo una vecchia ingenuità di certe posse di inizio anni ’90, ovvero la convinzione che un testo impegnato su ritmi ballabili possa portare i frequentatori delle discoteche verso le buone cause. Il pezzo a tratti funziona anche, ma è un’idea talmente semplicistica che si fatica a credere sia uscita dalla testa del buon Freak – e forse non lo è.

Il secondo disco, invece, è un’operazione che giustifica i malumori del gruppo verso l’etichetta: si tratta infatti di una nuova antologia con titolo e copertina identici a quella del 2002 (tanto per confondere), ma dove l’altra era stata realizzata chiedendo le licenze delle canzoni alle etichette originali, qui si fa tutto in casa. Gli album classici, infatti, sono già di Latlantide; per il resto, si copre l’arco cronologico indicato nel titolo usando le versioni live o alternative uscite su Rarities o su Skonnessi: infatti non c’è nulla né da Sogno… né da Dio… e al 2010 ci si arriva appunto con Allegretto…. L’unica cosa che salva la compilation è il prezzo davvero basso, visto che la musica contenuta merita: ma è un’operazione talmente sgraziata e opinabile che, a suo modo, rappresenta una conclusione appropriata di una carriera passata a litigare con i discografici.

XIV: Preferisco morire (scherzavo)

Nel 2010, Freak annuncia la nascita della Freak Antoni Band: con lui e Alessandra Mostacci ritroviamo Granito Morsiani alla batteria, più un paio di giovani voci femminili, tra cui Sofia Buconi (anche lei provano a mandarla a Sanremo, poi tenterà X-Factor) – e qui le cose iniziano un po’ a intrecciarsi. Esce infatti un disco del neonato gruppo, Dinamismi plastici (Ansaldi Records, 2011), con l’idea di voler fare qualcosa di diverso dal demenziale ma che in realtà non si discosta troppo dai binari freakkiani, anzi li sintetizza e li riassume: Il governo ha ragione viene da L’incontenibile… (il testo, perché la musica è nuova), il rock allegrotto di Con un filo di gas poteva stare su KinottoFilastrocca della mamma mette in musica una lettera di Mozart (sboccata come Freak non è mai stato) in pura modalità-Ironikontemporaneo, come la majakovskiana Compagno Dio (che però mixa del metal), La merda è meglio dell’arte è la terza versione dello stesso pezzo con un altro titolo, poi ci sono anche Salam Shalom (buon arrangiamento ma continuano le perplessità) e Allegretto….Un menu piuttosto composito, sia come fonti che come musica: il pregio principale del disco è la mescolanza degli stili, anche all’interno della stessa canzone (vedi una notevole Sciare, un testo di Pier Vittorio Tondelli nel quale però all’autore di Altri Libertini scappa una rima “cuore/amore” in tono serio…), ma i due lenti, quelli scritti per mandare la Buconi in Riviera, non c’entrano niente neanche così.

A questo punto Freak ha tre progetti le cui scalette si intrecciano in più punti (nei concerti di Ironikontemporaneo suona sia canzoni di questo disco, che degli Skiantos, e in quelli della FAB idem) e purtroppo si è già manifestata la malattia: nonostante tutto il Nostro si rimette in piedi e continua ad andare in giro per concerti, anche ospite di Baccini canta Tenco (e infatti Una brava ragazza, di cui Freak loda la modernità, finirà anche nelle sue scalette), continua ogni tanto a prestare la sua voce a qualche piccola band, riceve il Premio Tenco alla carriera nel 2010, interpreta insieme a sua figlia il film Freakbeat (nel quale impersona un detective che indaga su presunti nastri hendrixiani), poi esce dal gruppo. Sì, così a sorpresa: dichiarerà di essersi stancato di tutte le difficoltà e dei pochi riconoscimenti riscossi dagli Skiantos, e inizialmente vorrebbe impedire agli altri di usare il nome della band (mentre Dandy dichiara che il gruppo va avanti con lui alla voce e Andrea “Jimmy Bellafronte” Setti a scrivere i testi: non succederà), ma i toni immediatamente successivi all’annuncio fanno pensare che, se pure le difficoltà non sono nuove, la decisione sia stata presa e annunciata in tempi piuttosto rapidi.

A questo punto c’è tempo per un EP – Però quasi (CNI, 2012) con una grande title track e qualche buona rielaborazione del passato insieme a nomi inattesi -, per il documentario BiograFreak, per un’ulteriore gruppo (la Freak Flag Band, con cui si esibirà l’ultima volta); poi, il 12 febbraio 2014, la notizia che il tumore all’intestino ha vinto.

Finisce così una storia umana e artistica all’insegna dell’irriverenza, della ricerca dello slancio, del dialogo/conflitto coi propri tempi, sia musicali, sia nel senso più generale dello zeitgeist; quasi sempre caratterizzata dalle difficoltà, affrontate comunque sempre con l’arma dell’intelligenza arguta. Per questo, come epilogo, preferiamo ricordare non tanto il concerto dedicatogli nel giorno in cui avrebbe compiuto 60 anni, che è stato bello ma in occasione del quale è venuta fuori l’esistenza di ostilità serie tra Margherita Antoni e Alessandra Mostacci (almeno a sentire Dandy Bestia, che su Facebook rispondeva a chi chiedeva perché la pianista non fosse stata invitata), o i successivi omaggi riservatigli dalla band, che nei suoi occasionali concerti coinvolgerà alla voce anche Nevruz (uno che evidentemente quando provava a portare il rock a X-Factor ci credeva davvero), o l’EP deboluccio degli amici Altera; piuttosto, il disco postumo Freak-Out nel quale, attraverso una scelta di canzoni da tutta la sua carriera in versione nuova insieme a pochi inediti (tra i quali il manifesto Mi sento strano, col testo che amplia una poesia già pubblicata a stampa), si stava trasformando in un cantautore che minava il pop dall’interno – e forse, meglio ancora, la sua ultima apparizione video, quella in cui legge Pascoli nel documentario Pascoliana dedicato al poeta. Anzi, al collega.

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