• mar
    03
    2015

Album

4AD

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Reduce dal successo dell’esordio Shrines, da un tour che ha toccato anche importanti festival (vedi il Primavera Sound del 2012) e da un silenzio stampa durato più di un anno che è servito per concentrarsi sulla scrittura di nuovi brani, torna la coppia di Halifax/Montréal formata da Megan James e Corin Roddick.

Al duo, che nel 2012 pareva avere nel taschino la miscela più fresca sul mercato, ovvero quel misto di boombastica hip hop à la Sleigh Bells e dream-synth-pop di tradizione goth-witch (chimatelo come volete) 4AD britannica e scandinava (il perfetto incrocio tra mainstream e il cosiddetto bacino major alternative ecc.), si rischia, in questa sede, di chiedere non poco. Svanito l’effetto novità, invecchiate le soluzioni testieristiche e ritmiche che dall’EDM e dall’hip hop americano a – dall’altro capo dello spettro – Ben Frost sono state spremute in lungo e in largo, ai Purity Ring si chiede di tenere viva e vibrante una formula che già nell’esordio si reggeva su equilibri difficilmente replicabili. Spostare la produzione anche di un millimetro nella direzione di un qualsivoglia pop, potrebbe significare disfare il magico castello costruito in precedenza.

Che i due canadesi non fossero camaleonti stilistici come la connazionale Grimes era piuttosto chiaro, viste le alchimie lui/lei messe in gioco e dato che fin dall’inizio della tracklist la continuità sembra la strada privilegiata. Il segreto del successo si gioca perciò sulla scrittura, all’interno di una produzione che, come di consueto, sarà più sartoriale e attenta a far risaltare l’angelica voce di lei con potenzialità spendibili in un mercato dream tuttora affamato.

Per la prima volta la coppia ha prodotto il disco assieme, nella stessa stanza, registrando la maggior parte del lavoro ad Edmonton, Alberta. Heartsigh, Push Pull e Bodyache, i primi tre brani in scaletta, sembrano iniziare da dove Shrines finiva, e da queste parti tutto il consolidato e rinforzato impianto funziona a dovere, tra strofe dreamy e ritornelli fanciulleschi, synth cattedratici, effetti polverosi, luccichii, crescendo di batterie asciutte e scoppiettanti, trilli su voci e musiche e tutto il campionario di rodati incanti produttivi.

A Partire da Repetiton, però, dove il duo si gioca la carta della ballad agrodolce, le frecce nell’arco creativo della coppia vanno presto esaurendosi per vie non troppo dissimili da quelle dell’ultima Zola Jesus. Al posto di un’alchimia spontanea troviamo ritornelli un po’ prefab – vedi anche Flood On The Floor e Stillness In Woe – che potrebbero aprire le porte giuste dell’audience americano, oltre a rinforzi “a bottone” tastieristici che altro non sono se non un derivato della luna calante dell’EDM stellestrisce. Sì, il disco, autoprodotto come il precedente, potrebbe funzionare abbastanza bene commercialmente parlando, ma su questi equilibri brani come Stranger Than Earth e Begin Begin compensano testi ordinari con un synthorama automatico, da formuletta raffinata ma pur sempre formuletta. In pratica va così per tutto il resto di una scaletta ben prodotta, ma incapace di lasciare il segno.

27 febbraio 2015
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