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Giunge a due anni di distanza dal precedente Communion il nuovo album ufficiale di Eric Burton, producer americano – oggi di stanza a Berlino – noto ai più come Rabit. Non che nel frattempo abbia dominato il silenzio: a spezzarlo hanno pensato i brani inediti di Excommunicate e un LP autoprodotto in edizione limitata, Supreme. A questo si aggiunga il fondamentale contributo al drama-album di Elysia Crampton, Demon City; e come non citare la moltitudine di dischi supportati con l’etichetta personale Halcyon Veil?

Proprio su Halcyon Veil esce Les Fleurs Du Mal, che a detta dello stesso Burton è una sorta di conversazione a tre con Demon City della già citata Elysia Crampton e Paradiso di Chino Amobi. Già il titolo lascia intuire nuove ma non inaspettate fascinazioni, che nella fattispecie partono dalla raccolta di poesie del poeta maledetto par excellence e – passando ovviamente per la scuola industrial – atterrano sulla moon musick dei Coil altezza Worship The Glitch. Ed è proprio la presenza di un ex-Coil come Drew McDowal che, con i suoi sintetizzatori modulari, permette a Rabit un primo, parziale smarcamento dall’attività dei molti suoi pari che lavorano a portata di Digital Audio Workstation.

Va detto che per Les Fleurs Du Mal a stento si può ancora parlare di grime o della sua caustica deriva weightless, ovvero il sottogenere siderale coniato da Mumdance & Logos. Ben poco resta dei vuoti famelici che Rabit, e in misura maggiore proprio Logos, hanno così bene indicato: se pure resta, lo fa alla maniera di casa Subtext, con sparuti assalti e decompressioni massive. E i residui di grime strumentale che ancora popolavono il precedente Communion – di cui Rabit, dalla lontana Houston, è stato nuovo e originale interprete – sfumano in quello che suona davvero come un racconto di angoscia e al tempo stesso di liberazione, disturbato da intermittenze acute, echi di esplosioni e modulazioni dal taglio noise. Significativa l’introduzione in cui la canadese Cecilia legge per intero Le possédé, il famoso sonetto di Baudelaire. Per il resto si tratta di una sequela di impressioni in chiaroscuro che del beat fanno francamente a meno; le parvenze ritmiche, quando pure si ravvedono, non sono che detriti lontani, confusi a loro volta tra ulteriori detriti di scarto digitale e sample di estrazione (neo)folk.

Inutile citare questo o quel brano: Les Fleurs Du Mal consta di dodici vignette medio-brevi da ascoltare con pura dedizione, magari in cuffia. Se proprio vogliamo unire i puntini, basti notare come Rabit stia maturando una fase simile a quella vissuta, musicalmente almeno, da gente come FIS, Visionist o Lee Bannon, aka Dedekind Cut. Nomi che spesso, quantomeno nel formato lungo, hanno lasciato andare il beat ed esibito una più pura forma di sound design, congelando la già fredda materia eski-grime fino ad ottenerne sottili lastre di suono ghiacciato (al netto di break e amen break); oppure effettuato una brusca virata verso lidi ambient, addirittura (è il caso di Dedekind Cut e del suo $uccessor) spargendo nell’aria una strana essenza dark age. Figure ad oggi più meditabonde di ieri, perse in un mare di vaghezza più o meno increspato che a tratti le accomuna davvero. Curioso il percorso quasi inverso di un M.E.S.H., all’anagrafe James Whipple, il cui nuovo Hesaitix risulta straordinariamente godibile, argomentato com’è da soluzioni ritmiche che, per una volta, sanno di pienezza totale.

Tornando a Rabit: quella di Les Fleurs Du Mal è un’estraniate reazione ad un malessere che magari non chiameremmo più Ennuì, ma che pure è lì, in varie forme affligge l’uomo e non soltanto il poeta dall’animo in esilio.

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