• feb
    01
    2011

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La storia del rock è fatta di molteplici vicende: percorsi lineari, parabole artistiche, passi indietro ed in avanti, scarti di lato. Senza dilungarci sul percorso Radiohead fino qui, potremmo sintetizzare quantomeno le varie ‘nature’ espresse a seconda del periodo: attenti manipolatori di suoni e segnali, abili creatori di codici, propagatori di etiche e slogan, scaltri operatori di marketing 2.0 e infine autori di grandi canzoni pop.

Da quest’ultima attitudine The King Of Limbs, ottavo capitolo della saga nuovamente prodotto e distribuito dal gruppo stesso, si discosta. Il tentativo pare quello di una nuova svolta, e sarebbe quindi già pronto e servito il paragone con la premiata coppia Kid A / Amnesiac. Non fosse che quelli erano titanici esempi di musica in rappresentanza di un’epoca (statuario il primo fin dalla sua copertina: la ‘ice age coming’ che era fotografia di un presente storico, oltre che musicale), mentre qui la chiave di lettura è differente. Mancano nelle nuove liriche quella serie di immagini e riferimenti tra il colto e il metaforico che erano la forza del gruppo tra Ok Computer e Hail To The Thief e tutto suona invece più che mai diretto e intimo, un po’ alla guisa dell’opera solista di Thom Yorke, ovvero The Eraser. E’ un paragone, quello con quest’ultimo disco, reso lecito anche dal primo blocco di nuove tracce che si muove all’insegna di fascinazioni elettroniche ben esplicitate dalla mente dei Radiohead nelle recenti playlist ospitate sul blog del gruppo: su tutto spiccano le andature asincrone (Morning Mr Magpie) e scoordinate (Bloom) di Flying Lotus, il primo Four Tet a punteggiare di folktronica la trascinante Little By Little, gli echi dubstep di Burial che svecchiano Feral dalla possibile outtake di Amnesiac che sarebbe altrimenti. E’ un flusso in cui i cinque marciano compatti, con Yorke a dispensare le usuali melodie e gli altri più intenti ad armonizzare il beat che a personalizzarne le trame. Gli strati di suono, i rimandi e le pur buone idee che costellano questo ritorno spiazzano e danno da riflettere ai reduci di In Rainbows.

Solo nella seconda metà del disco il gruppo rimette in gioco lo spleen di cui è capace, ma sempre meno di quanto potrebbe. Perchè Give Up The Ghost è un brano che gioca molto più sui crescendo e le intersezioni della voce magistralmente loopata che sulla forza del testo, invece esiguo e diretto come mai prima. Perchè Codex sembra fin dalle prime note di piano l’ennesima ballad per cuori infranti, invece è ancora Yorke che rievoca i grandi della musica pop con cui è cresciuto, e quindi altro che pianti in cameretta: eccoci alla finestra di un grattacielo che domina su una metropoli in piena notte in compagnia di Scott Walker, Brian Eno e i Talk Talk di Spirit Of Eden. Quanto a Lotus Flower, l’elettronica che le fa da sfondo segue pattern e ritmiche più familiari ai Radiohead classici: seducente e falsettata, spettrale quanto una House Of Cards e al contempo più soulful e calorosa; ma nondimeno un singolo che nemmeno da lontano può vantare l’appeal corale di una All I Need, per rimanere su esempi recenti. Solo Separator tradisce degli slanci epici per cui gli U2 simpatizzerebbero, nel testo e nelle linee vocali, ma è sempre un guizzare in mezzo al quasi onnipresente pastiche di suoni sintetici e i curiosi ma riusciti inserti di chitarra prelevati da quell’altro storico punto di riferimento che è Tim Buckley.

Quando credevamo che la band di Oxford iniziasse a vivere di rendita su quelli che erano gli schemi degli ultimi album, eccoci di nuovo alle prese con un disco che mostra desideri di cambiamento. L’asteroide Radiohead non ha mai smesso di ruotare intorno a quello che succedeva nell’underground, e oggi come ieri si mostra abile a reinterpretare tutto in un’ottica personale. Ne risulta una svolta che, come detto in apertura, non bissa quella ormai storica di Kid A, ma nemmeno sembra volerlo. Consapevole dell’epoca in cui esce The King Of Limbs abbassa invece il profilo del gruppo e lo riconfigura intenzionalmente da stadium band a gruppo quantomai mutante: si propone come un album di elettronica molto più che di canzoni, e quand’anche mira al cuore lo accarezza molto più che colpirlo. Più di tutto è un oggetto che fin dal ridotto numero di tracce si mostra agile e veloce, in qualche misura fresco. Non un classico, nè tantomeno un’uscita determinante per il presente musicale, ma un disco da consumare e godersi qui e ora. Fast music for a fast era.

21 Febbraio 2011
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