Recensioni

8.5

Per capire la portata epocale del primo disco punk con l’etichetta già stampata sulla t-shirt (o quella spilla sulla giacca di pelle) bisogna pensare inevitabilmente a tutto quello che è venuto dopo. Pensare a che cosa non sarebbe stato o sarebbe stato diverso. Il punk appunto, americano e anche inglese. E quindi il movimento hardcore, con tutta la sua scia. E gruppi come Hüsker Dü, Jesus & Mary Chain, Nirvana, nomi che abbiamo pescato tra le leve del rock indie, che per stile (e come concetto) sarebbe difficile immaginare senza la rivoluzione di fine anni ’70.

Pensare anche a quello che c’era prima, uno scenario piatto in cui il rock and roll aveva perso il roll e anche un bel po’ del rock, si era imbolsito, annacquato, ingigantito, aveva smarrito lo smalto e l’esuberanza degli anni ’50 e ’60. Un’iniezione di energia doveva venire dal basso e così fu. Da una scena circoscritta alla squallida Bowery e a un buco fetido come il CBGB’s partiva la sommossa che nel giro di un paio d’anni avrebbe rivoltato il mondo della musica popolare.

La botta di vita non poteva arrivare dalle superstar ma da quattro outsider, capaci di suonare gli strumenti giusto il tanto/poco che bastava. Joey, Johnny, Dee Dee, Tommy. Quattro ragazzotti del Queens a cui piacevano gli Stooges. Joey con trascorsi in manicomio. Dee Dee con trascorsi in carcere. Johnny a cui «interessavi solo se eri davvero fuori». E gli altri due lo erano sul serio. Dee Dee fa l’addetto alla posta, e Johnny l’operaio in un cantiere. Un venerdì, giorno di paga, Johnny compra una chitarra Mosrite, Dee Dee un basso Danelectro, due degli strumenti più a buon mercato in circolazione. I due chiamano Joey per formare una band. Joey all’inizio suona la batteria ma i suoi compagni vanno troppo veloce. Dee Dee gli chiede di passare alla voce e alla batteria finisce Tommy, titolare della sala prove che la batteria non l’aveva mai suonata in vita sua. Le prime date al CBGB’s, dove i Ramones vanno ad aggiungersi a Patti Smith, ai Television, ai Talking Heads, sono leggendarie. Salgono sul palco come una gang, un vero commando: giubbotti di pelle nera, t-shirt, jeans lisi o stracciati e scarpe da ginnastica d’ordinanza, attaccano con velocissime schegge di rock and roll da due minuti, tanti piccoli popper a distanza di un 1-2-3-4. È il garage rock che ritorna in una formula nuova. Tutti potevano farlo e questo era il segreto. Era un invito all’azione. Per tutti.

Blitzkrieg Bop è il brano che meglio si presta a diventare il manifesto della band e di uno stile musicale. Due minuti di rock and roll suonato in maniera elementare ma ipercinetica, con la chitarra, che macina giusto i tre accordi in barré con le sole pennate in giù, e il basso, che suona in sincrono le fondamentali, non una nota in più né una in meno, a rimbalzarsi il riff da un canale all’altro (Dee Dee è tutto a sinistra Joey tutto a destra, secondo una vecchia tecnica di registrazione sixties). Batteria altrettanto essenziale e il canto nasale di Joey a metà tra un accento inglese di ritorno e il suo naturale del Queens. Niente di più, niente di meno. Talmente minimo, o minimalista che dir si voglia, da diventare concettuale. Il rock basico, come dovrebbe essere. «Vent’anni di storia del rock in tre accordi, ogni volta riciclati e ogni volta risuonati in maniera più primitiva» ha scritto Lester Bangs riscostruendo a ritroso la linea evolutiva del punk a partire da Blitzkrieg Bop e facendola risalire a La Bamba attraverso No Fun degli Stooges, You Really Got Me dei Kinks e Louie Louie dei Kingsmen.

Un’altra tendenza che ha inaugurato Ramones è il salto all’indietro di una generazione, un iter che ha visto periodicamente il rock fare ritorno alle proprie radici per ripartire verso nuovi lidi. È punk rock, la cosa nuova, sì, ma rumina Chuck Berry, il garage di Nuggets, i gruppi vocali femminili, il surf e i Beach Boys, anche se al doppio della velocità degli originali, e ci infila pure i brandelli di doo-wop schizzati di Judy Is a Punk e Chainsaw, le romanticherie bubblegum di I Wanna Be Your Boyfriend, la cover di un pezzo del ’62, Let’s Dance, o la cantilena stoogesiana di 53rd & 3d.

Tra lampi di adrenalina e di enfasi poppettara a suon di un sixties rock stilizzato e rétro ma con un’urgenza tutta contemporanea, prende vita un immaginario di filastrocche surreali al limite del nonsense, flash di vita di strada con storie di prostitute o di ragazzi che vogliono sniffare colla e riferimenti a una cultura pop(olare) fatta di droghe fai da te, fumetti e b-movies (con uno sballato proclama pseudonazi come Today Your Love, Tomorrow the World a chiudere giusto, per non farsi mancare nulla). Un concentrato che ha fatto epoca e rimarrà più o meno lo stesso fino al 1996. Se Leave Home e Rocket to Russia non sono da meno, e forse superiori per la qualità delle canzoni, le fondamenta del mito poggiano solidamente qui.

Il 4 luglio 1976 i Ramones debuttano alla Roundhouse di Londra. Sembra che il Regno Unito li accolga meglio dell’America dove non sono così conosciuti al di fuori della loro tana. Soprattutto, tra il pubblico ci sono i membri di Clash e Sex Pistols. Che guardano e qualcosina forse imparano… Il resto è vita & rumore.

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