• set
    24
    1991

Classic

Warner Music Group

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Blood Sugar Sex Magik è sicuramente il miglior disco dei Red Hot Chili Peppers, e molto probabilmente anche del crossover tutto. Crossover, questa parola (ab)usata spesso a sproposito, che tutto include e nulla comprende, la useremo in questa sede per indicare quel preciso ma sfumato calderone che attraversò gli anni ’90 come una fascinosa meteora, ricco tanto di spunti quanto di nefaste conseguenze; su tutte il nu metal, il rap-core, il funk metal, l’alternative-qualcosa, eccetera, eccetera. Le danze erano state aperte nel 1986 con il seminale e, appunto, “semi-male” singolo mangia classifiche Walk This Way: gli Aerosmith e i Run DMC, che già – si pensi soprattutto proprio a Raising Hell stavano provando ad ibridare l’hip hop con il rock. La diretta discendente di questo primo tentativo è poi stata Bring the Noise, stavolta con Public Enemy e Anthrax. Tra i due episodi, tutto un mondo di fermenti già attivi avevano ormai trovato la propria direzione. E ben prima – e, aggiungiamo, in modo ben più rilevante – dei vari Beastie Boys (anche se a latere), Rage Against the Machine, Primus, Incubus e compagnia varia, due nomi più di tutti si erano mossi regalando al mondo qualcosa che (si) sarebbe (ar)restato: i Faith No More, tralasciandone le soprassedibili uscite pre-Patton, arrivano per davvero nel 1989 con The Real Thing; lo stesso anno anche i “nuovi” Red Hot Chili Peppers firmano Mother’s Milk; e se i Peppers di Hillel Slovak (Sherman, per ovvi motivi, non lo comprenderemo) già si erano rivelati decisamente più interessanti dei primi FNM di Chuck Mosley, è innegabile che sia stato John Frusciante, e nessun altro, a indirizzarne (nel bene e nel male) il percorso da quel momento ad oggi.

L’apice assoluto dei Faith No More è e resterà il delirante e ancor più sperimentale Angel Dust del 1992; un anno prima, l’ins(u)perato vertice del piccante quartetto californiano si chiama Blood Sugar Sex Magik, l’anello mancante tra Mother’s Milk e Californication, un disco capace di prendere il meglio di entrambi scansandone senza sforzo alcuno tutti i rispettivi difetti. L’onda di un successo inatteso ma ancora ben lungi dal toccare il proprio zenit, una casa infestata degli spiriti, inimmaginabili quantità di droghe, la barba di Rick Rubin e un’aura totalizzante di simbiosi con gli altri componenti del gruppo e con la musica prodotta. In tutto questo, quattro musicisti al massimo delle loro (altissime) potenzialità: l’impianto ritmico di Flea e Chad Smith, per quanto tecnicamente non proprio ortodosso, è inappuntabile; il groove che attraversa le 17 tracce è talmente pregnante da risultare quasi tangibile. Anthony Kiedis è ancora ben lontano dalle zuccherose modulazioni vocali che inizieranno con Californication e non saranno più abbandonante: un rapping bianco strepitoso e melodie non sempre intonatissime ma mai più così indovinate, oltre a testi (l’opener The Power of Equality su tutti) capaci anche di rendersi taglienti e politicizzati come non mai (un’altra cosa che in futuro non ricapiterà). E poi, su tutto e tutti, John Frusciante: lo sbarbato ma già imprescindibile ragazzino (21 anni all’uscita del disco) capace di dare quella prima marcia in più a Mother’s Milk, firma in BSSM i migliori riff della sua lunghissima e dispersiva carriera. Gli idoli di sempre Jimi Hendrix e Hillel Slovak, il funk di George Clinton (già mentore e produttore di Freaky Styley) con i Parliament e i Funkadelic, la potente ruvidezza dell’hard rock – Fusciante è sempre stato profondamente debitore verso i 70s – tutto al servizio di un’invenzione dopo l’altra. Le tracce di sola chitarra di questo disco, facilmente reperibili in rete, andrebbero studiate a memoria da chiunque voglia avvicinarsi allo strumento.

Non avrebbe senso soffermarsi sulle singole tracce: in 17 pezzi – tanti – non un punto debole, non un segno di cedimento, non un accenno di stanchezza durante l’ascolto; dalle hit immortali immediatamente diventate inamovibili cardini in sede live (Give It Away e Under the Bridge su tutte) fino ai pezzi meno conosciuti, ogni capitolo è uno scrigno di perle tutte da scoprire. Un’ascesa tanto siderale macchiata da ombre personali così ingombranti non poteva però che essere seguita da una caduta (quasi) altrettanto rovinosa. In merito alla conseguente follia (creativa e non) di Frusciante, vi rimandiamo alla nostra relativa biografia. Per quanto riguarda il marchio RHCP, dopo un tale diamante arriverà un altro ottimo disco (One Hot Minute, questa volta con Dave Navarro in uscita dagli altrettanto fondamentali Jane’s Addiction alla chitarra), prima di una illusoria transizione – Californication – che aprirà definitivamente le porte al mainstream e al completo abbandono alle prolissità creative di un ritrovato Frusciante in pieno periodo pop beatlesiano (By the Way e il doppio Stadium Arcadium). Seguiranno oblio e polvere, ma non per questo disco, per sempre pieno di droga, sesso e magia.

24 settembre 2016
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