• feb
    16
    2018

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300 Entertainment

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Irlandese, famiglia numerosa, cresciuto soprattutto dalla nonna, Rejjie Snow (all’epoca ancora soltanto Ronaldo Anyaegbunam) era l’unico ragazzo di colore della sua scuola e, nonostante la musica fosse da sempre una grande passione, sembrava più portato per un’eccellente carriera sportiva, come racconta la borsa di studio per la Montverde Academy in Florida prima ed il Savannah College of Art & Design poi, entrambe ottenute per meriti atletici e calcistici. Ma è proprio in Georgia che il suo talento artistico viene notato: alcuni suoi video su YouTube richiamano l’attenzione di Elton John (che andrà a trovarlo al college) e da lì arrivano poi l’ep Rejovich, un’apertura per Madonna, le collaborazioni con Kaytranada (tutti episodi che ce lo avevano fatto giustamente inserire nella lista dei nuovi artisti da seguire già nel 2014) e infine questo attesto esordio ufficiale sulla (decisamente) lunga distanza.

Dear Annie è una riflessione sull’esistenza e sulla sua fragilità e l’Annie del titolo non è una persona fisica, ma la sintesi di molte ragazze e la personificazione del divino femminile: temi diversi ed anche impegnativi per il debutto di un rapper classe ’93, appena venticinquenne. Eppure è proprio l’età a permettergli di spaziare così liberamente tra generi, suoni e contenuti, tra memorie boom-bap (OH NO!, Rainbows), i ritmi narcotizzati della trap e istanze quasi cantautoriali: Rejjie Snow è infatti il perfetto prototipo dell’artista black moderno, aperto alla contaminazione e curioso verso mondo che lo circonda, sulla scia di precedenti, più o meno prestigiosi, che vanno da Frank Ocean all’ultimo e coloratissimo Tyler, da Chance the Rapper agli italiani Carl Brave e Franco 126.

L’album infatti suona come una playlist dove si alternano momenti più compiuti ad episodi più estemporanei: tra funky-pop venato di elettronica certamente debitore di Pharrell (Spaceship, 23), scheletri ritmici dopati, Rejjie Snow canta e rima senza soluzione di continuità di disturbi psichiatrici (Bye Polar) e di una fuga parigina (aprendosi ad adorabili ritornelli ed inserti in lingua francese), di tendenze suicide (Room 27), offrendo sì tutto il suo talento (che è indubbiamente tanto) all’ascoltatore, ma mettendo a nudo anche tutte le incertezze e le ingenuità di una visione artistica ancora non completamente a fuoco.

24 Marzo 2018
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