• Lug
    21
    2017

Album

Columbia Records

Add to Flipboard Magazine.

Tyler the Creator è un personaggio americano al 100%; la cosa va intesa nel senso che la sua figura è quella dell’auto-imprenditore, à la Kanye per intenderci (ma anche un Jay-Z può starci alla grande in questo discorso), quindi una figura con le mani in pasta in una molteplicità di ambiti: nella nostra lingua manca perfino una traduzione adeguata. Quel che conta è che tra una sua linea di abbigliamento (la GOLF), la direzione del collettivo Odd Future (che conta al suo interno – è sempre bene ricordarlo – nomi come Frank Ocean e Earl Sweatshirt), disegni, comparsate in TV e una vulcanica presenza sui social, la musica viene ad essere solamente uno dei tanti tasselli del puzzle, probabilmente nemmeno il principale.

Quindi è lui stesso che a un certo punto è arrivato a chiedersi, con una provocazione poi non molto distante dalla verità, se in futuro sarà ricordato più per i suoi tweets che per i suoi beats. L’identità artistica di Tyler è da subito stata abbastanza definita, per quanto ibrida e parzialmente originale: provocatorio e modaiolo, graffiante ma piacione, da sempre lancia strali al sistema dall’interno mentre strizza l’occhiolino a critici e hipster. Furbo lo è sempre stato, a fuoco non sempre: Flower Boy è il suo quinto album ufficiale; fin qui i predecessori sono stati tutti buoni – a volte anche molto, vedi Cherry Bomb – ma mai davvero memorabili. Man mano che la maturità compositiva e nella scrittura aumentava, in parallelo si concretizzavano sempre più anche i dubbi in merito all’eccessiva furberia dell’operazione, tant’è che l’effetto era più quello di un London O’Connor senza naïveté, fichetto e instafiltrato per cavalcare l’onda, più che sinceramente urgente.

Ovviamente la fichetteria nel suo caso è da sempre stata stemperata – o forse addirittura amplificata, ma questo dipende dalla malignità nell’occhio di chi guarda – dall’impronta quasi orrorifica della sua against-ness. Perché volutamente disturbante Tyler lo è sempre stato, a partire dal suo primo successo Yonkers (vedere il video per credere). Certo le derive più creepy nel mondo hip hop ci sono sempre state, dalle oscure fattanze dei Cypress Hill alle freakkerie mutanti di Kool Keith come Dr. Octagon et similia (e buttiamoci dentro anche il Mr. West di Yeezus). La cosa, nel caso di Tyler, aggiungeva consapevolmente un pizzico di malato ribellismo in più alla fashionata sk8ara. Tutto questo per dire che le premesse di contesto alla vigilia di questo nuovo capitolo erano ben delineate, e in fin dei conti non è che questa volta ci si aspettasse chissà cosa di diverso.

Così invece non è, perché Flower Boy è il disco con cui finalmente Tyler arriva alla proverbiale quadratura del cerchio. Che lo scatolone hip hop gli andasse stretto (anche dietro sua esplicita rivendicazione) era già ben chiaro; qui la cosa diventa una volta di più manifesta, e l’operazione assume più i tratti del disco black a tutto tondo. Sia chiaro, l’hip hop c’è ancora e lui continua a rappare, ma una volta di più questo è solo uno dei tanti ingredienti. Ci muoviamo insomma più dalle parti di personaggi come Blood Orange, l’ultimo Childish Gambino, chiaramente Frank Ocean (Flying Lotus ce l’avremmo sulla punta della lingua, ma a quei livelli ancora non siamo). Gente insomma che riflette a modo suo sul più ampio concetto di black music (di cui l’hip hop è solo uno degli infiniti aspetti). Quindi c’è un r&b filtrato di glitchate nebbie psych, c’è l’hip hop mut(u)ante di cui già abbiamo detto, ci sono scampoli jazzati e concessioni più poppeggianti, ci sono gli anni ’80 e tanta seconda metà degli anni ’10. I momenti più claustrofobici e paranoici si limitano sostanzialmente all’inquietante banger Who Dat Boy (con featuring di A$AP Rocky) e all’esaltante I Ain’t Got Time, mentre il core nel diffuso eclettismo sonoro e tematico del disco sembra essere rappresentato dalla morbida Garden Shed.

È qui che si palesa definitivamente la novità principale del disco, e parliamo di contenuti: dopo anni di querele e critiche per la sua presunta omofobia (nonostante uno dei suoi migliori amici sia Ocean, i «faggot» nei suoi dischi precedenti sono davvero innumerevoli), ecco che Tyler sembra fare outing. Il testo del brano, che fa il paio con altre tracce di questo lavoro, segue diverse uscite via Twitter e in alcuni talk show dove, sempre a metà tra il serio e il faceto, lasciava intravvedere questa possibilità. Quindi il cuore dell’operazione stavolta sembra essere non più la provocazione molto spesso gratuita, ma un inno al be who you are che certo non è inedito ma sempre necessario.

Scorrendo le lyrics è evidente l’eleganza con cui la questione è affrontata da parte di un paroliere che in passato si era segnalato soprattutto per la sua sboccata e costruita irriverenza. Se in questo coming out sia serio al 100% oppure no, non ci ancora dato di sapere (e l’ennesima burla sarebbe tutt’altro che improbabile). Quel che conta è che, scorciate le lungaggini e finalmente trovato il bandolo della matassa da tutti i punti di vista, finalmente abbiamo un disco per cui Tyler verrà ricordato. Stavolta, solo per la sua ottima musica.

20 Luglio 2017
Leggi tutto
Precedente
Elder – Reflections of a Floating World Elder – Reflections of a Floating World
Successivo
Kamasi Washington @ BOtanique Festival 2017

album

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

recensione

Earl Sweatshirt

I Don’t Like Shit, I Don’t Go Outside

recensione

Altre notizie suggerite