Recensioni

La prima dissonanza, cognitiva in questo caso, arriva a causa del comunicato stampa di Domino per questo nuovo disco del cantautore di Newcastle: «2020 is the sixth solo album from Richard Dawson». Ma come: con il precedente Peasant del 2017 ne avevamo contati già otto! Andiamo allora a controllare sul sito ufficiale del musicista: ne contiamo 9, per cui questo appena uscito porterebbe il conto a 10… D’altra parte, cosa volete che sia sbagliare a contare i dischi quando si ha a che fare con uno che, neanche il tempo di mettere su una canzone, e partiva una clamorosa stecca? Succedeva cinque anni fa, in apertura di Nothing Important, il disco che qui a SA ce lo ha fatto definitivamente entrare sotto l’occhio di bue di quelli da seguire con attenzione.
Per il nuovo album, intitolato millenariamente 2020 ma uscito in pieno ottobre 2019, il barbuto cantautore ha lasciato da parte i viaggi nel passato del precedente disco, quando si immaginava a raccontare, menestrello folk-rock, le vicende della Britannia del 600 d.C. avvolta in un clima dark che sembrava riflettere quello contemporaneo. Oggi Dawson prende la questione molto più di petto, decidendo programmaticamente di effettuare un giro di ricognizione dello stato della nazione ai tempi della Brexit. Il mezzo scelto, stavolta, è un pop, sempre sbilenco, sempre contaminato, sempre weird, che sostiene i nove racconti che compongono questa sorta di trattato sociologico in musica. Per questo motivo, sui testi ci vorrà il tempo di masticarli per apprezzarne appieno lo spessore, l’invettiva e, marchio di fabbrica, lo humor nero che li permea. Sono storie che spaziano dalla vita quotidiana di impiegato pubblico (l’iniziale Civil Servant, declinata tra falsetti e chitarre grosse quasi slacker anni Novanta) a chi intraprende percorsi di crescita personale via corsi motivazionali (la splendida Fulfilment Centre: nove minuti che da soli sarebbero bastati a giustificare il voto, con il ritornello più pop che Dawson abbia scritto, ma inserito in una sorta di cavalcata alcolica e chimica come da Chemical Brothers). C’è un’assonanza con le storie quotidiane di Neil Hannon e i suoi Divine Comedy, ma mentre quest’ultimo guarda il mondo dall’alto del suo acuto e ironico snobismo, Dawson si immerge più working class in una empatia che spreme sorrisi amari e qualche lacrima sincera.
Il folk marchio di fabbrica fa capolino in The Queen’s Head, sbilenca e sospesa tra le chitarre acustiche in punta di plettro e delle bordate di tastierone 80s. La già nota Jogging, scelta come singolo di lancio (ed è già una cosa bizzarra di per sé, per uno come Dawson) gioca con il pop-rock mainstream tipo Coldplay e, ancora, i Chemical Brothers. Con la ballata claudicante Hear Emoji, in cui il Nostro dice la sua sull’isteria da social media, si avverte più forte che altrove quel Captain Beefheart che è forse da sempre il principale riferimento per Dawson. Black Triangle inizia come un outtake degli Who e si lancia poi in una galoppata rock di otto minuti, mentre un matrimonio di sgretola sullo sfondo delle Midlands inglesi. Ogni brano è un romanzo compresso e contemporaneamente una canzone che contiene una vita: tutte insieme sembrano una Antologia di Spoon River trasfigurata dalla crisi di nervi che il Regno Unito sta attraversando. Un disco da classifica finale di fine anno.
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