• Mar
    01
    2019

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Tapete

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Da Brisbane a Berlino. Dai Go-Betweens a una carriera solista che certo non è mai stata avara nel regalarci lavori che non facessero rimpiangere i fasti della leggendaria band alfiera dell’indie-rock australiano. Robert Forster non ha perso lo smalto dei giorni migliori e a quattro anni dal precedente Songs To Play torna con un nuovo album in solitaria registrato in quella stessa metropoli che condivide i suoi natali amministrativi, perlomeno come capitale della Germania riunificata, con l’inizio della carriera solista del Nostro. Era l’anno 1990 e l’album era Danger In The Past (titolo quanto mai azzeccato, all’epoca, per un disco registrato nell’ex città del Muro nonchè ex centro nevralgico del Terzo Reich), a cui lavorò come ingegnere del suono quello stesso Victor Van Vugt che ha prodotto questo Inferno.

E visto che per il cantautorato oscuro e consumato di Forster non si sono mai risparmiati accostamenti con quello di Nick Cave, un’altra curiosità da notare è che lo stesso Cave rifinì proprio sulle rive della Sprea il suo The Good Son, uscito – guarda caso – proprio nel 1990. Di Cave, però, al di là dei ricorsi storici, Forster rappresenta quasi una versione in negativo, una versione solare, sorridente, ariosa. Un gemello gigione che diverte e si diverte con la sua irresistibile faccia da cinema e una penna caustica e sorniona. I toni del disco sono felpati, le sonorità calde e avvolgenti, benchè fondamentalmente elettriche, e gli arrangiamenti valorizzati  da una backing band che conta i polistrumentisti Scott Bromley e Karin Baumler, il batterista Earl Havin (Tindersticks, Mary J. Blige) e il tastierista Michael Muhlhaus (Blumfeld, Kante).

Spiccano chitarra acustica, piano, ma anche i violini, per un’opera che alla fine è sostanzialmente pop. Non inganni l’apertura affidata alla desolata ballad Crazy Jane On The Day Of Judgement, dal testo che è un adattamento dell’omonimo poema di William Butler Yeats e che sonoramente si trascina tra il Cave (ancora lui) di Uncle Tupelo e i R.E.M. più malinconici di Out Of Time: con la successiva No Fame il registro cambia drasticamente e vira sulla melodia più scanzonata preparando il terreno a quella title-track che oltre a citare il caldo di Brisbane nell’inciso tra parentesi del titolo, richiama i ben altri “appetiti” di quella Waiting For The Man di loureediana memoria. L’ex Velvet Underground ricorre spesso, del resto. Succede anche in The Morning, ballata mattiniera, di quelle mattine che vorresti non finissero mai. E se Life Has Turned A Page è un delizioso siparietto bossanova, Remain è un pop/folk epico in crescendo sorretto da archi e grancassa memorabili, e I’m Gonna Tell It è dissonante ma anche psichedelica nelle improvvise “marcette” del ritornello.

Solo con la conclusiva One Bird In The Sky si torna dalle parti di Cave, ed è un po’ come tornare a casa. Da Brisbane a Berlino e ritorno. E se il cielo resta senza uccelli, we can push the sky away

12 Marzo 2019
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