• ott
    13
    2017

Album

Nonesuch, Warner Bros. Records

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Il nuovo album di Robert Plant è un elogio al magnetismo circolare dell’indole più folk-etnica dell’ex frontman del Led Zeppelin, ma paradossalmente potrebbe piacere persino agli shoegazer più intransigenti. Merito di una scrittura che si stabilizza su un incrocio di voci profonde, suoni ampi e tridimensionali, blues spumoso e riverberato, capace di richiamare un intuito psichedelico epidermico, sognante e tutto sommato godibile. Lavorano su queste direttive, ad esempio, brani come l’iniziale The May Queen (un call & response tra voci e strumenti a corda con quelle laccature romantiche da navigato spezzacuori tipiche del Plant più gigione), una New World che dà spazio a certe chitarre elettriche morbide e valvolari puntando su cadenze che convincerebbero persino gente come The War On Drugs, o magari una ballad come Season’s Song, in bilico tra gli Zep più british-folk e un dream-rock patinato e tagliato sui figli e figliocci di Daughter e compagnia.

L’altra anima del disco – quella che ci è piaciuta di più – è rappresentata invece da episodi come Carving Up The World Again…A Wall And Not A Fence, ovvero una sorta Battle Of Evermore tarata sul blues, dalle mezze luci minimali al pianoforte di A Way With Words, da una title track che è fondamentalmente un raga fascinoso sospeso tra India e Medioriente, ma anche da una malinconica Heaven Sent chiamata degnamente a chiosare. L’album, a sentire Plant, «ha a che fare con le intenzioni» e continua un «viaggio verso nuovi mondi»: del resto basta ascoltare una Keep It Hid che vive di un groove minimale e irresistibile su un blues decontestualizzato per accorgersene, o magari una Bluebirds Over The Mountain che i Black Rebel Motorcycle Club comprerebbero a scatola chiusa.

Non aspettatevi virtuosismi vocali o riff deraglianti di pageiana memoria: tolto il mestiere di una Bones Of Saints con una chiave rock abbastanza banalotta, Carry Fire è un disco diversificato e che gioca sulle sfumature sussurrate, sui colori, sui ritmi e sulle percussioni, senza strafare ma anche senza cedere a pacchianerie da vecchio aristocratico della musica. Un lavoro convincente partorito da un quasi settantenne – con l’aiuto di ottimi musicisti – che potrebbe vivere di rendita (e di diritti d’autore), e invece trova ancora il tempo per divertirsi e farci divertire.

13 ottobre 2017
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