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Atipico [Che non è tipico, che non rientra nello schema generale o non appartiene a una serie di tipi].

Dietro il suo titolo, la serie creata da Robia Rashid, ex penna di The Goldbergs e How I Met Your Mother, nasconde una volontà lodevole e una promessa mai mantenuta: distinguersi in mezzo al marasma di algoritmi che stanno a capo di Netflix e che ne determinano – in parte – le scelte creative, nel periodo in cui il genere teen sembrava rifiorito a colpi di revival (Stranger Things) e thriller psicologici dal forte impatto sociale (13 Reasons Why). La sensazione che si tratti di un’occasione persa viene in qualche modo riconfermata dai dieci episodi che compongono la seconda stagione, praticamente cinque ore buone di narrato in cui si alternano luoghi comuni sull’immaginario familiare americano, tentativi goffi di umorismo brillante e una sceneggiatura non sempre all’altezza.

C’è pero da fare una premessa: pur arrivando in ritardo rispetto a certi “esperimenti” di categoria che inavvertitamente ne avevano sradicato le basi fino a creare dei nuovi codici, quasi una nuova grammatica (vedi Napoleon Dynamite, del 2004 o Juno, che è uscito nel 2007 e ha spalancato le porte del teen movie all’indie), Atypical è riuscito ad abbattere alcune barriere linguistiche sugli adolescenti partendo dal personaggio di Sam, diciottenne con lo spettro dell’autismo, e della sorella minore Casey, che va molto forte nello sport (è una jock femmina, e non se ne vedono spesso sullo schermo). Anzi, il trasferimento nella scuola privata che viene anticipato alla fine della prima stagione e affrontato meglio nella seconda, mette in atto questa interessante traduzione dal maschile al femminile delle classiche dinamiche personali. Casey è infatti un’atleta molto popolare e una ragazza estroversa che deve annullare il suo status all’interno di un contesto elitario e competitivo, e questo percorso di ricostruzione di sé attraverso la scoperta della sessualità – e non solo – offre allo spettatore un punto di vista decisamente coraggioso, per lo meno rispetto alla storia televisiva recente. È anche il timido segnale di una serie che vorrebbe partecipare alla rivoluzione queer, con un arco narrativo che alla protagonista farà mettere in discussione i suoi sentimenti per il fidanzato Evan e provarne per la compagna di classe Izzy; tuttavia parliamo di intuizioni che faticano ad emergere perché affogate nella modestia generale.

Non basta quindi allargare lo sguardo sugli altri personaggi, perdendo totalmente la prospettiva di Sam e del suo “modo” di stare al mondo e reagire agli eventi, quando questi sono determinati da stereotipi e da una scrittura troppo artificiosa e palesemente ingenua (a volte sembra che si ricerchi con ostinazione la risata piuttosto che il ragionamento); e non è solo un problema dei principali attori in gioco, cioè la madre Elsa e il padre Doug, che pure qualcosa da dire l’avrebbero, ma delle figure che gravitano intorno al protagonista. Macchiette irrealistiche, come l’amico e collega Zahid, o la fidanzatina Paige, frutto di caratterizzazioni ormai vecchie e superate. E se Sam era stato finora il collante che teneva insieme la famiglia, la sua partenza per il college annunciata nell’episodio finale è un elemento decisivo: innanzitutto perché mette in discussione la centralità dell’autismo, la dipendenza dei genitori e gli equilibri domestici, e poi perché porta con sé la curiosità del futuro. Casey si dichiarerà gay? Doug troverà l’amore nelle braccia di un’altra donna? Che fine farà Elsa? Domande a cui la Rashid potrebbe rispondere nell’eventuale terza stagione. Va detto infine che la scelta – come lo scorso anno – di evitare il tradizionale lieto fine ed esporsi al pericolo del what if è apprezzabile, ma non sufficiente per salvare una serie che di atipico ha soltanto il nome.

26 Settembre 2018
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