• ago
    25
    2014

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Warner Music Group

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Verrebbe voglia di stroncarli al volo, i Royal Blood. Primi in Inghilterra, primi in Irlanda, terzi in Australia: qualsiasi cosa si possa dire di loro, la new sensation d’Albione la sfida dei numeri pare già averla vinta. Così giovani e così venduti: perché non accanirsi sulla qualità artistica? Facile, con tutto quell’hype. E invece no: il duo composto da Mike Kerr (basso e voce) e Ben Thatcher (batteria), formatosi solo un anno fa a Worthing, vicino Brighton, la sostanza ce l’ha. Uscito su Warner, prodotto dalla band assieme a Tom Dalgety, il disco si presenta con l’anatema di dover confermare le aspettative, nate con i singoli precedentemente editi e con l’Ep Out Of The Black, uscito quest’anno solo negli Stati Uniti.

Ed è proprio con Out Of The Black che si apre il disco: intro spezzata che pare presa dai QOTSA a cavallo tra Novanta e Duemila, nonostante il fracasso venga da due soli individui. Le progressioni, i cambi di tempo, gli stop ‘n’ go sono quelli propri di un hard rock evoluto, ovvero passato attraverso il tritacarne dello stoner e del fuzz ma senza la componente insana/minacciosa. Se la missione dei Royal Blood di non risultare un fuoco di paglia sia stata compiuta o meno, ce lo diranno i dischi seguenti, ma le premesse sono buonissime, soprattutto se si pensa che ciascun pezzo è stato praticamente registrato in stile “buona la prima”, e che viene pur sempre da un’accoppiata basso-batteria.

Il suono è quello dei Black Keys che ascoltano troppo i Black Sabbath e abbastanza punk senza passare dal blues delle origini, mentre crescono al Rancho de la Luna (Figure It Out). In alcuni tratti alla voce sembra di sentire un Matthew Bellamy dei Muse impossibilitato a cimentarsi in acuti e falsetti da operetta. Lo stoner è un riflesso addolcito (per non dire addomesticato) da una produzione forse troppo pulita, che non valorizza al massimo i momenti di dinamismo di pezzi che usano i soliti espedienti del genere: il riff solitario, l’assolo di batteria o di basso, la ripartenza forsennata, il coretto glam. Ma tutti gli elementi sono al posto giusto, suonati bene, in certi tratti benissimo, come in You Can Be So Cruel, che pare una jam tra Jack White alla voce e Nick Olivieri al basso. Certo, una buona dose di perizia non sopperisce ad una personalità poco pronunciata: in certi momenti viene fuori una certa stanchezza che ricorda i Wolfmother più macchinosi, in altri una tendenza al radiofonico che scade semplicemente nel caciarone (Ten Tonne Skeleton), ma sono momenti che non rappresentano, per fortuna, la totalità di un programma che per il resto scorre bene. Con più lode che infamia.

Staremo ora a vedere cosa succederà, se questo duo sarà fagocitato dalle brame di un’industria che meno dischi vende e più visibilità artificiale cerca di costruire o se riuscirà a divincolarsi da queste minacce. Di sicuro, chi aveva i fucili puntati può abbassarli, almeno fino al prossimo giro.

6 settembre 2014
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