• Giu
    16
    2017

Album

Drag City

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Se è vero che l’identità è (anche) memoria, il nuovo disco dei Royal Trux – e già questa è una notizia clamorosa, se conoscete il duo – si presenta sia come un prodotto culturale/musicale che come un gioco di specchi autoreferenziali. E’ il lavoro di una band che guarda dentro di sé quando gran parte del suo DNA era ed è un rimestare continuo nella storia del rock. Tutto l’album è una ripresa di vecchie canzoni rifatte per ricordare chi si era, ricordare cosa si faceva, lasciando ogni cellula della propria scrittura e della propria capacità esecutiva a vivere dentro il magma di un immaginario già sviscerato nei dischi di tanti anni fa.

Per quelli che arrivano ora: non stiamo parlando di parrucconi intellettualoidi, ma di gente che ha il cuore e il cervello ben collegati. Il cuore è quello devastato che rende l’amore per il rock come l’unico gesto possibile dell’esistenza: totalizzante fino al disfacimento, preso così sul serio che pare – e chi ha visto Neil Hagerty può capirlo – affrontare la morte senza alcuna emozione dentro. Il cervello è quello che sposta sempre quell’impasto di hard rock, blues, punk, attitudine arty, melodia e deflagrazione un tantino più in là rispetto al conosciuto, in un territorio che ancora oggi è solo dei Royal Trux.

In soldoni: Jennifer Herrema e Neil Hagerty ci ricordano senza particolari assilli come siano stati tra i più attenti  – nonostante le sostanze abbondantemente usate – innovatori della tradizione. Maniacali e straordinariamente sistematici (anche se il caos c’è sempre stato, soprattutto nei primi lavori: e anche in questo c’era metodo), ma una volta di più senza cadere nella chiusura verso l’ascoltatore. Come ci riescono? Per tenerezza, forse, visto che sembrano dei sopravvissuti? Con la semi-professionalità, nonostante la bravura di Hagerty come chitarrista? O forse con la loro intatta unicità? Ha poco senso, oggi come vent’anni fa, parlare di contesto: la loro è musica altèra per saccheggio nei confronti del passato, per sfacelo, per raffinatezza, per l’autentica deboscia; paradossale per una band che attinge così tanto alla tradizione. Vedi alla voce: rock’n’roll, noise, jazz a livello filosofico (nella passione di Hagerty per Ornette Coleman e il suo concetto di armolodia) e punk.

Sarà perché proprio la devastazione dei corpi dei protagonisti vive nella necrosi del suono di questo disco: stilizzato, essiccato ma, allo stesso tempo, vivo e coraggioso nel suo essere lo-fi a tempo ampiamente scaduto. Sarà il loro essere hard senza essere machista, punk con assoli, pop senza essere levigati, intelligenti e nel mentre divertenti (quest’ultima, caratteristica mai davvero tirata fuori quando si parla di loro). Il mistero continua ad aleggiare nella stanza in cui suonano queste due persone, la cui alchimia pare nutrirsi del disagio nello stare vicini: la classica dinamite fatta di semplici rapporti umani, come confermerà chi li ha visti recentemente al Primavera Sound.

Platinum Tips & Ice Cream pesca dai dischi cosiddetti “normali” del duo, evitando Twin Infinitives, con una registrazione in presa diretta di due session di “ritrovo”: toglie la polvere al passato, e fa vedere le ossa dei brani che furono, con meno vigore ma, comunque, con trasporto e la giusta dose di casino, come in Sometimes, nella bellissima Deafer Than Blind, nella slanciata Mercury. Paiono non farcela eppure ce la fanno. Ci sono gli Stones, i Pussy Galore del cover album Exile on Main St., la psichedelia maligna e corale di Red Edit (ripescaggio azzeccatissimo); c’è una band al crocevia tra il crollo e la benedizione, perché ancora qui, ancora tra noi, a suo modo, salva. Un duo cui bastano poche pennellate per ergersi ancora al di sopra della media di interesse. Di rock non si muore sempre, anche quando sembriamo condannati. Con i Royal Trux siamo contentissimi che sia andata così, in attesa magari di un vero disco nuovo, inedito come il loro suono, ancora oggi.

16 Giugno 2017
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