Recensioni

Con un’edizione come quella del 2016 – Radiohead, Pj Harvey e Sigur Rós, giusto per citare i più osannati, a cui aggiungiamo Brian Wilson che ha suonato per intero Pet Sounds – era difficile fare meglio quest’anno. Ma si sa, il Primavera non deve il suo successo ai big name dell’industria musicale, bensì ad un’alchimia di fattori che ormai non rientrano più totalmente nella sfera musicale. Torni al Primavera spinto dai morsi di una fame che non è quella dell’area food (ampiamente migliorabile) ma dell’esperienza in sé che si allarga all’intera città di Barcellona, una metropoli con un tasso di sviluppo urbanistico e sociale tuttora imponente, che va a formare il climax nel climax di un viaggio che fai e ripeti ogni anno.
Dunque torni a Barcellona per calarti nell’estate, o per concederti l’estate anzitempo, ci torni anche per sfidarti nel farlo dato che i 2 chilometri da percorrere solo per attraversare il festival da un capo all’altro, ovvero dall’area Bits (il mini festival dance dove si sono esibiti tra gli altri i prezzemolati della Hessle Audio) al palco dell’Heineken, non sono uno scherzo. Torni per una serie di fattori tra i quali, non ultimo, c’è l’emozione, e torni per tornare a desiderare anche l’unexpected, dato che la novità di quest’anno è rappresentata da concerti non annunciati ma comunicati live tramite l’applicazione per mobile, live che per questa edizione hanno visto protagonisti Arcade Fire, le Haim e gli immarcescibili Mogwai, tutte formazioni invitate con l’ottima scusa della presentazione (in anteprima) del nuovo disco (o di parte di esso). Leggi alle voci: Everything Now, Something to Tell You e Every Country’s Sun.
Non c’è che dire, gli organizzatori hanno avuto un’ottima trovata, amplificando la girandola dei nomi e la vertiginosa complessità di situazioni in contemporanea, così da alzare il tasso di FOMO, perché in questi festival non puoi vedere tutto ma, superato un certo livello di complessità, te la vivi per quel che riesci, anche solo logisticamente parlando. La storia degli intrecci dolorosi è lunga almeno quanto l’approdo al festival nella sua ormai iconica location: il Parc del Forum. Quest’anno succede che se vuoi vederti una immensa Grace Jones vestita di body painting e corpetto ti perdi inevitabilmente Seu Jorge con il suo tributo a Bowie; se vuoi assistere al concerto-performance della brava Solange ti perdi i Broken Social Scene e gli Zombies che suonano il classico Odessey And Oracle; se vuoi i Metronomy ciao ciao al pop californiano degli scozzesi Teenage Fanclub e così via. Con 12 palchi e un’area così vasta, il perdere e il perderti fa parte di un gioco a cui è bello comunque partecipare in compagnia di amici e conoscenti, dividendosi per poi rincontrarsi grazie all’aiuto di sms, whatsapp e co.
Tra gli highlight del festival, oltre agli spettacoli totali delle citate Jones e Solange, il concerto a sorpresa degli Arcade Fire sul palco improvvisato nella collina dietro al palco Primavera. Win, Will e Co. hanno comunicato una gran bella energia, e anche un pezzo non proprio indimenticabile come la title track del loro nuovo disco, Everything Now – fate conto gli Abba ad Abbey Road – è risultata molto più credibile in questa veste che nella versione da studio. Splendido anche il canzoniere di Stephin Merritt / Magnetic Fields che ha messo in prosa (surreale) i racconti dietro alle 50 canzoni per i suoi 50 anni e poi le ha eseguite. Ubriacante e urticante Aphex Twin con il suo sopracciglio angolare e qualche chiletto di troppo a fare il paio con un mix XL che è partito dalle parti dei Magnetic Man (no, non era Skrillex quello che metteva) e Eprom per virare footwork, classix anthem house, reggaeton con Kamixlo e molto altro ancora, sfinendo il pubblico meno affezionato mentre sullo schermo il suo faccione deformato si appiccicava in tempo reale ai volti dei presenti delle prime file (il nostro Pogliani ci suggerisce che lo usa dal 2011). A fare il paio per intensità audiovisiva all’eterno cornish producer c’è stato Flying Lotus da LA, anche lui con lo schermone a raddoppiare l’esperienza dei suoi beat (e ok, il pezzo di Twin Peaks se lo poteva risparmiare).
Parlando del marcio urbano fattosi musica (e pessime droghe) ci sono poi stati i Royal Trux, un’altra di quelle esperienze tipiche da Primavera: per la serie o c’eri o non c’eri (vedi anche il caso del live dei This Heat), set duro e psych falcidiato dalla tensione tra la drogatissima Herrema e un Neil Hagerty quasi assente, tensione che però ha dato vigore alla performance. Alla voce “sporco impossibile”, poi, cataloghiamo anche la performance dei Death Grips, per i quali vale lo stesso discorso: non sai mai se dureranno o meno, e se riusciranno a tenere questi livelli di intensità. Politica, sarcasmo, potenza e tanto buon Hip Hop per i Run The Jewels e il duo Swet Shop Boys. A fare da raccordo tra HH e punk sono stati gli Sleaford Mods: superati i problemi tecnici, i Nostri hanno offerto l’ennesima prova di secchezza sonora, rabbia performativa, cazzeggio e sudore. La gente a ridosso del palco ha cantato i ritornelli dei pezzi, mentre il duo è passato dai palchi più piccoli del Festival al Ray-Ban (media grandezza), ma nonostante ciò non è sembrato seguire strade diverse da quella incazzata che ha mostrato finora. E la costanza è stata quella che ha mosso anche i Black Angels, con il loro set aperto con i Velvet Underground di Black Angel’s Death Song, interrotti dalla massa chitarristica che i Nostri presentano solitamente. Il loro live (nonostante una certa staticità classica dei membri della band sul palco) è stato un andirivieni godibilissimo ma allo stesso tempo oscuro tra i pezzi nuovi e i classici passati (come Young Men Dead). Infine, nota di merito anche per gli Sleep, coi loro muri di amplicatori, il suono dritto, il vento che smuove le barbe da metallari, capaci di dare un tono epico ad una performance super heavy psichedelica (pezzi lunghi, sentore stoner e, ovviamente, il classico Dragonaut), e soprattutto per i Make-Up: una piccola macchina da guerra in bilico tra assalto e spirito vintage, tutto pathos e sudore. Ian Svenonius che si getta sulla folla è sembrato James Brown coi denti maciullati e più coscienza politica (e una voce più sofferente). Tutti in completo dorato, hanno creato un bell’effetto tra la carica iper-cinetica del frontman e la fissità dei suoi compagni, che però hanno imbastito un suono perfettamente in equilibrio tra funk e garage.
Fermandoci anzitempo nel ripercorrere tutte le performance che abbiamo visto, terminiamo con le note di colore elencate tipo Robespierre degli OfflagaDiscoPax: le magliette per fan imbufaliti di Frank Ocean vendute negli stand del merchandising (l’artista ha cancellato il suo live qualche giorno prima dell’inizio della kermesse) con le scritte “Prank Ocean”, o “Fuck Ocean”, il batterista naked di Mac DeMarco (capirai la novità), il doppio pedale continuo degli immarcescibili Slayer, l’inutilità delle Mango Girls, il look ultra rimpinguato di Van Morrison e il pantalone azzurro di Weyes Blood (che suona – sorpresa – una cover dei CAN), il kitschissimo palco Firestone i cui concerti iniziavano alle 4:25 (puntuali), (FOMO disclaimer) i concerti in casa durante la settimana del festival con pubblico estratto previa registrazione, le camionette e le squadre speciali (con il fucile d’assalto) fuori dal festival (vigili, ma in disparte), Mike Gira degli Swans sempre più (pedante) sciamano, il parcheggio per le bici fuori dal festival (con burocratico sistema di firma, codice e controfirma all’uscita) utilizzato anche come pisciatoio sul retro, il gadget porta “monete” del Mango Primavera Sound, le (eterne e un po’ fastidiose) mosse improbabili di Nic Offer dei !!!, il fatto che il palco con i calibri più grossi (l’Heineken) abbia un volume più basso del mio stereo di casa (Skepta ci ha dato, ma con un impianto così castigato non è la stessa cosa), la gente che comincia a condividere (e a vantarsi) su Fitbit dei passi che fa durante la tre giorni al Parc del Forum (sì, esiste anche il corrispettivo per numero dei post pubblicati), l’APP di quest’anno che, unexpected o meno, poteva esser fatta un po’ meglio, e il piacere di vedere anche per un minuto gli Shellac live (portafortuna). Contributi di Andrea Macrì
Amazon
