• mar
    01
    2019

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Fat Possum

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La retorica ormai consumata degli ultimi baluardi di un’antica lotta è perfettamente aderente e funzionale a raccontare il ritorno sulle scene (a detta di molti improbabile) dei Royal Trux, una delle creature più indecifrabili dell’indie americano – sebbene ingabbiati nello stereotipo della coppietta slacker poco-genio-molta-sregolatezza a guisa di un paio di Mickey e Mallory Knox in libera uscita. Eppure questi due scapestrati sono riusciti in 30 e passa anni di carriera a prendere e scomporre la formula rock e glam con una semplicità quasi dettata dall’incoscienza, scimmiottando le politiche e l’estetica dadaista e chic della no wave newyorchese, e declinandole in una narrazione ottusa e becera da figli della middle class persa tra i vicoli di una drogatissima Washington D.C.

Hanno attraversato un decennio che col rock ci ha banchettato e di gran gusto, poi, ricomponendo pezzo-pezzo ciò che avevano sciolto nell’acido di Twin Infinitives, incensato da certe teste coronate della critica musicale come opera di valore assoluto e punto di partenza per una rinascita del noise, ma solo per pura provocazione. Difatti la Herrema e il buon Howlin’ Hex sono stati a giro oggetto di scherno e ridicolaggini assortite rispetto alla critica e al pubblico, salvo poi zittire quest’ultima con prove discografiche che non rispecchiassero affatto il loro output in sede live. Immagino che chi andava a vedere i RT nei Novanta ci andava forse (quasi) solo per un fatto di monomania o ossessione del voyeurismo assoluto, in pratica come assistere a un concerto di G.G. Allin per constatare se effettivamente tira merda dal palco, ma andarci comunque con la foga di un ultrafan dei Kiss alla sua centesima data. L’audience si aspettava una loro giocata geniale o un gesto di stizza, come quando si assisteva a un match di McEnroe, lo sclero era dietro l’angolo.

Questa band ha difatti sostenuto il peso dell’instabilità forse per troppo tempo, ma abbastanza per farci capire che era capace di prodigi e di cose grigiastre: prendere una cosa assolutamente superlativa, pedal-to-the-metal come Accelerator e metterla accanto a una roba slavata, auto-ironica e dissacrante come Thank You fa ancora un certo effetto, è un doppio salto che però a distanza di tempo giustifica il senso del loro ritorno. Oltre a una questione puramente economica (è brutto da dirsi, ma va considerato), i due tornano anche e soprattutto perché sanno che sono fuori tempo massimo, drammaticamente distanti dalla contemporaneità ma in essa inclusi come potrebbe esserlo oggi la fontana di Duchamp: fa quasi tenerezza sentirli sul pezzo con Kool Keith per fare il numero rap, guardarsi allo specchio e capire che in fondo possiamo essere ancora al passo coi tempi, poi però ascolti il pezzo due-tre volte e capisci che spacca. Solo i Royal Trux possono fare un album come White Stuff, intitolarlo in quel modo e suonarlo come se il 1968 fosse ancora là, dietro l’angolo; solo loro adesso possono scimmiottare la retorica della morte del rock ‘n roll sui vocalizzi pseudo-R’n’B di Sic em Slow, come se fossero un Kanye che gioca a fare il Jagger davanti allo specchio del bagno. E questo, cari miei, è priceless.

Qualche tempo fa ho scritto di come me li immaginassi in una fumeria d’oppio a fermare il tempo in un cubo di resina: il disco è densissimo da quanto trasuda papavero – poche papere, perché inaspettatamente i due sono pure in forma – e parte con la fretta e la verbosità di chi ha ancora qualcosa da esprimere ma ha dovuto attendere quasi vent’anni per dirlo. In questi brani si sente come non mai lo spirito pesante di Bolan, l’influsso degli MC5, i gorgoglii della Motor City, pure l’hip-hop primevo della Sugarhill Gang, suonando peraltro freschi, con un groove e uno spessore che recenti incarnazioni tipo Starcrawler se li sognano la notte. La produzione (qui curata dallo stesso Hagerty per ampi tratti) non lascia un grammo di peso all’immaginazione o all’estetica: tutto è compatto, tagliente, deciso, denso ma puntuto al tempo stesso, come Ghost Rider dei Suicide. Le chitarre sono esasperatamente tonde e succose, come quelle di Every 1’s a Winner degli Hot Chocolate, e fanno sembrare Jack White un pivello qualsiasi rispetto al divino Hagerty, mentre le batterie sembrano quelle di When the Levee Breaks, distanti e sporchissime; la dinamica tra gli elementi è fenomenale, e la pasta sonica è di un finto lo-fi che suona come se lo studio fosse nello stanzino di una friggitoria cinese, altre volte come i deliri da salotto dei primi Haunted Graffiti (Under Ice).

Ma è veramente così bello, White Stuff? Forse no, si fa bello solo se vede il proprio riflesso su uno specchio righettato e sgraffiato. Non bello ma necessario: uno degli ultimi outfit rock ancora indossabili, senza sembrare totalmente ridicoli.

1 Marzo 2019
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