Migliori album 2018 / primi sei mesi. Le considerazioni di Tommaso Bonaiuti

Violenza e migrazione. Falsi idoli, simulacri di bellezza. Voyeurismo assoluto. La meme-culture che s’insinua pericolosamente tra le pieghe del post-modernismo. Non so, non mi vengono bene gli elenchi, anche se a pensare a questo duemiladiciotto, mi balzano in testa concetti ed istantanee in libera uscita. In un anno così pieno di grottesche contraddizioni, in sei mesi e mancia in cui abbiamo raggiunto (come società civile) picchi di assurdo da far il giro e diventare quasi tragico, come minimo il commento sonoro non potrebbe che essere una lugubre messa di Bruckner, o qualcosa dei Royal Trux che riecheggi tra le alte guglie di questa cattedrale del degrado. Purtroppo per i Trux niente da fare (almeno, per adesso). I due sembrano arrivare da dietro l’angolo con le armi in spalla e con l’urgenza di chi si è perso dieci anni pieni di subbugli, gorgoglii, spintoni e schiaffi in strada da dentro una fumeria d’oppio thailandese a cercare di trasformare in resina il tempo.

Ci si guarda intorno e ci si chiede chi stia prendendo il loro posto adesso, e la risposta è “grossomodo, nessuno”. Qualcuno ci ha provato con fiori e fiumi di colonia (Iceage), qualcun altro ci è riuscito incarnando la violenza come qualcosa di funky (Parquet Courts) e altri proprio santificandola (Death Grips), agganciati a quell’impalcatura dell’orrido e del sublime che l’internet culture ci versa addosso senza filtri Instagram, come una bacinella colma di acido di batteria – in tal senso Year of the Snitch album duemiladiciotto-più-duemiladiciotto di tutti fino ad ora, a mani bassissime e senza nemmeno preoccuparsi di cosa stia succedendo nel raggio di 20mt sull’asse electro-hip hop.

Altri portano avanti la propria rivoluzione silenziosa senza troppo clamore (Suuns), ma con grande generosità verso se stessi (Felt suona come l’epitaffio di un grande generale che molla il fronte e si ritira tra i giunchi di un’isola nel Pacifico); altri lottano strenuamente e senza quartiere ed è commovente la forza con cui si continua a farlo, chi per furore giovanilistico (i Turnstile, quasi teneri nel loro essere così Flipper in un mondo in cui hardcore è quasi più intesa come locuzione pornografica che musicale) o chi per pura dedizione alla causa (zio Reznor, che con Bad Witch raggiunge picchi di acidume e fastidio nei confronti dell’umanità che non si vedevano da una ventina d’anni), e altri ancora (Sleep) non sono proprio di questo piano del reale e dello scibile, e (forse) tendono a sfogare una certa repressione e inadattabilità al mondo sensibile attuale stringendosi ancor di più attorno alla propria nicchia e alle proprie epifanie mistiche.

Altro livello ma mai quanto la strenue fricchettanza (vi prego di abbonarmi quest’orribile neologismo) di personaggi che paiono usciti da un universo wesandersiano – le storture pop e la sgangheratezza dei Palm di Rock Island sono il ritratto di una delle cose più rare, teneramente “spostate” e decisamente eccitanti accadute al sound delle seicorde negli ultimi boh, quattro o cinque anni. Poco male che nessuno (o quasi) se ne sia accorto, ché di carneadi con storie da raccontare questo 2018 ne è pieno – come Ryan Parks da Atlanta (non a caso metropoli da cui gran parte dell’immaginario collettivo afro è ripartita ed ha generato un culto, da Childish Gambino all’omonima serie TV), a.k.a. Fit of Body, matto delle giuncaie il cui esordio Black Box no Cops (a detta del buon Arpinati) offre «suggestioni insolite, che spaziano dal jazz più scattante allo sghembo nervosismo wave e punk», fornendo, aggiungo io, una vibe trasversale ed iper contemporanea, di quel contemporaneo senza tempo tipo i Talking Heads, per dire. A tal proposito, come precedentemente accennato, gli “eterni delfini” di Byrne, i Parquet Courts da Brooklyn, sfoggiano tutte le loro doti calcistiche e su schemi e tattiche di mister Danger Mouse mettono a referto il loro goal più bello e completo, per comunione d’intenti e spirito di abnegazione, e per raccontarci finalmente la violenza di strada con i ritmi ciondolanti e felini della Detroit anni Settanta e di tutti i suoni contingenti.

D’altronde, se violenza chiama altra violenza, noi reagiamo col groove – ed è quello che questo maledettissimo duemiladiciotto sta cercando di farci capire: un anno fa di questi tempi i sempiterni Chk Chk Chk ci dicevano che Dancing is the Best Revenge, e avevano visto lungo. Un tempo era Death to Disco ma adesso è Death Before Disco, ovvero c’è speranza e luce in fondo al tunnel, c’è vita su Marte  – oppure ancora: come fare l’album dell’anno (senza troppi avversari che tengano testa degnamente) senza che pressoché nessuno se ne accorga (neanche l’onniveggente Pitchfork). Mr. Nicolas Jaar, e penso di non dover aggiungere altro a riguardo.

Gli altri meri (si fa per dire) inseguitori si accordano sulle stesse frequenze positive, ognuno con le proprie modalità, il proprio retaggio: l’afrobeat luciferino degli Here Lies Man, il Medio Oriente avveniristico e la dabke elettrificata dei texani Khruangbin e il funk partenopeo dei Nu Guinea, con Awesome Tapes from Africa a fare da punto di contatto tra queste due operazioni tutto sommato post-moderne e affascinanti nella riscoperta di sonorità sepolte, e adesso più hip che mai. Oltre ad A.A.L., l’house torna a prosperare tra le voluttuosità di una Peggy Gou sempre più nel gotha dei dj di grido, la verve edonistica e dissacrante degli australiani Confidence Man (rivelazione live assoluta dell’anno, andate a vederli appena possibile – di base degli Ace of Base ma con più pompa e coreografie), il puerile mondo in 8bit degli Sweet Valley o i fantasmi della trance e dell’house anni Novanta di Rezzett – il cui LP omonimo è una cosa veramente spettrale nei termini del recupero di certe sonorità (nemmeno troppo remote) filtrate da una produzione che li fa sembrare quasi field recordings di scuola BoC. Daniel Avery fa il compitino giusto, nel senso che si rilancia sulla scena con la solita physique-du-role  dello sciamano/stregone della techno umorale e crepuscolare, ed è tutto molto bello ma non è quello che ci serve adesso per sopravvivere, come abbiamo visto: e allora ben venga l’immaginario 2.0 e infantile molto Nickelodeon della nuova cosa del momento a quanto pare, i Superorganism – non molto coraggiosi ma encomiabili, già a partire dal melting pot etnico di chi ne fa parte. E se pure una delle band punk più aggressive e urgenti del momento sta per far uscire un nuovo album il cui titolo recita esplicitamente Joy as an Act of Resistance, beh, qualcosa vorrà pur dire.

Ascolti 2018 (gennaio – giugno)

2 Luglio 2018 di Tommaso Bonaiuti
Leggi tutto
Precedente
Material Girls. In esclusiva italiana lo streaming integrale del nuovo album “Leather” Material Girls. In esclusiva italiana lo streaming integrale del nuovo album “Leather”
Successivo
“Better Call Saul”. Vince Gilligan vuole assolutamente i cameo di Walter e Jesse “Better Call Saul”. Vince Gilligan vuole assolutamente i cameo di Walter e Jesse

artista

artista

artista

artista

recensione

album

Altre notizie suggerite