Recensioni

Ci sono solo due scenari per cui il Venom prodotto da Sony Pictures e diretto da Ruben Fleischer avrebbe potuto rivelarsi un successo assicurato. Il primo vede lo spettatore vittima di un vortice impazzito che spezza il continuum spazio-temporale e lo teletrasporta direttamente nel 1998, prima della rivoluzione che sconvolgerà il mondo dei cinecomic – inaugurata da X-Men (2000) di Bryan Singer – e all’epoca in cui l’unico tentativo riuscito di fumetto al cinema dal 1992 era stato il Blade di Stephen Norrington, baraccone impazzito che contaminava l’horror con l’action nudo e crudo in un mix perlopiù indigesto anche se assai ironico. Il secondo scenario vede sempre il nostro povero spettatore vittima di una gravissima amnesia, che non gli permette di ricordare i diciotto film (diciotto!) confezionati dal 2008 ad oggi dai Marvel Studios, né quelli precedenti (tra Sam Raimi e Christopher Nolan vari); il risultato potrebbe in effetti garantire qualche entusiasmo di troppo verso la pellicola con Tom Hardy protagonista e un’eccitazione sensoriale favorita dal fatto che il nostro spettatore ipotetico non vede un cinecomic dai tempi di Batman & Robin (1997).

Ora, fatti due conti, tra Iron Man (2008) di Jon Favreau e Ant-Man and the Wasp (2018) di Peyton Reed, un po’ di cosette sono successe: i Marvel Studios hanno collaudato una formula talmente perfetta da poterla modificare a loro piacimento, non importa quale supereroe venga trasposto sul grande schermo (si vedano le differenze abissali, ad esempio, tra Thor: The Dark World e Thor: Ragnarok); Warner/DC, dopo un decennio di dominio (grazie a Nolan), si trova in un’impasse schizofrenica causata dalla malgestione ai piani alti (tra licenziamenti e ripensamenti folli) e un’idea di base (quella dell’universo condiviso, ma chiuso di Zack Snyder) intrigante sulla carta, meno per il portafogli; perfino 20th Century Fox per garantire una sana dose di buone pellicole ha scelto di ignorare goliardicamente la sua stessa continuity e proporre storie contraddittorie, ma intriganti. E la Sony di cui sopra? Sony è nel caos totale, e una prima avvisaglia di ciò va rintracciata nella decisione di condividere i profitti sul personaggio di Spider-Man con Marvel (esatto, lo stesso personaggio che nel 2007 fece incassare ai Nostri 890 milioni di dollari con Spider-Man 3). L’accordo, però, non sembra aver ridestato i produttori, che hanno quindi deciso di rifondare il proprio universo cinematografico (fermo al 2014, ai due mediocri The Amazing Spider-Man a firma Marc Webb) con ai posti di partenza una pellicola dedicata all’arcinemesi dell’Arrampicamuri (ma senza quest’ultimo).

Un film interamente dedicato a Venom, personaggio relativamente giovane all’interno del mondo fumettistico (fu creato da Todd Macfarlane e David Michelinie nel 1988), avrebbe potuto in realtà essere la carta vincente di uno Studio con il bisogno di risollevarsi dopo anni di stenti. Invece, dai primi imbarazzanti minuti è evidente che il fattore “rischio” in questo genere di operazione è stato lasciato fuori dalla porta; il nostro povero spettatore – sì, sempre lui – deve convincersi in pochissime sequenze che Eddie Brock, che ha il volto e soprattutto il fisico di Tom Hardy, è uno dei migliori giornalisti d’assalto dell’era moderna, grazie alle sue inchieste ficcanti e alla simpatia contagiosa attraverso i social (è di nuovo il 1998?), e che in un solo giorno viene licenziato in tronco e mollato dalla fidanzata non per un oscuro e mirato complotto ai suoi danni, ma per suoi (e solo suoi) errori gravi. Qui, il Nostro (spettatore) comincerà a chiedersi se la salute mentale del protagonista non sia già profondamente alterata ancora prima dell’incontro col simbionte. Non saranno passati che quindici minuti dall’inizio del film. Il resto ve lo risparmiamo, ma è un’imbarazzante fiera dell’ovvio, del già visto, del trito e ritrito, di reazioni dei personaggi che non sembrano abbracciare nessuna logica né sequenzialità narrativa. La trovata che fa virare il tutto verso la buddy comedy potrebbe anche funzionare, ma è calata all’interno di uno scenario talmente piatto e monocorde, che il risultato ottenuto è l’opposto e la coppia Venom/Brock assume contorni deliranti, quando non proprio fuori contesto.

Il cast – di altissimo livello – è ai minimi storici: come detto Hardy, pur impegnandosi e mostrando un sano divertimento (probabilmente più per il conto in banca che per altro), è totalmente fuori parte, Michelle Williams è chiamata a dare vita a un personaggio più bidimensionale di un foglio di carta velina, mentre Riz Ahmed (che in molti ricorderanno per la superba prova in The Night Of o come il fidanzato stronzo di Lena Dunham in Girls) fa fatica perfino a credere di trovarsi su un set cinematografico. Se nel 2018, come ricordavamo all’inizio, siamo costretti a sorbirci una origin story indietro di almeno vent’anni, senza un briciolo di personalità (o se c’è è schizofrenica) né un’idea di dove si voglia andare a parare (un’intera saga su Venom?), allora il problema di Sony è più serio di quanto immaginassimo. Sam Raimi perdonali, perché non sanno quel che fanno.

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