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In principio fu Iron Man, che nel lontano 2008 definì il tono generale che da lì in poi avrebbe costituito le basi solide per la costruzione del futuro Universo Cinematografico Marvel: la gravitas dell’eroe veniva inserita in modo naturale e fluido nella contemporaneità quotidiana, e i classici superproblemi e responsabilità non provenivano dal cattivone di turno (o meglio non solo), ma da tutto il mondo circostante il protagonista, che fosse il problema della doppia identità e della fama ingigantita dall’ego (Tony Stark), o il lato oscuro del patriottismo (Captain America), i dilemmi shakespeariani (Thor) o l’abbattimento delle barriere xenofobe (Guardiani della Galassia). Dieci anni di lungometraggi per un pubblico medio in grado di fornire qualche consiglio sull’odierna società e nasconderlo sotto la scorza dura dell’intrattenimento sfrenato. In questo quadro, l’idea del primo Ant-Man, scritta e fortemente voluta da Edgar Wright (successivamente accompagnato alla porta da Marvel) era quella di regalare al pubblico il divertimento intelligente delle sue precedenti pellicole che usassero un eroe anomalo come traino, un simbolo per la povera gente, con problemi comuni e le difficoltà dell’uomo della strada. Scott Lang, infatti, non è un miliardario, non è un genio della fisica (tantomeno di quella quantistica, come ci ricorda più volte), non spara ragnatele dalle braccia, non sprigiona fulmini da un martello e non diventa verde di rabbia quando i suoi cari soffrono. Lang è l’uomo della gente, scelto da Hank Pym per portare tranquillità sulla Terra con tanto coraggio e devozione per la propria famiglia, elemento che lo eleva umanamente ai livelli di un vero supereroe e anche al di là di essi.

Il cambio di regia in corso d’opera si sentiva, perché Peyton Reed, pur svolgendo un compito efficace, non aveva la stessa verve creativa di Wright, eppure era riuscito a portare a casa il risultato e a consegnare agli studi della Marvel la miglior commedia supereroistica possibile all’interno di quegli schemi prestabiliti. La stessa efficacia ce l’ha anche il suo sequel, Ant-Man and the Wasp, che spinge ancor di più sul pedale dell’istrionismo di un Paul Rudd in perfetta forma nei panni di Lang e del suo umorismo sfrenato a forza di movimenti corporali e facciali gestiti con una padronanza sbalorditiva per la sua apparente semplicità. Il miglioramento è sancito anche dall’arrivo di un nuovo misterioso villain, la temibile Ghost di Hannah John-Kamen, la quale per un incidente occorsole da bambina ha un disordine molecolare che la porterà inevitabilmente alla morte se non troverà in tempo una soluzione. Marvel quindi riprende la formula del “cattivo-non cattivo”, o meglio di quell’individuo spinto da cause di forza maggiore a trasformarsi nell’opposto dell’eroe per difendere un sogno (Spider-Man 2) o la propria vita. Tornano anche i numerosi punti di forza che avevano decretato il successo del precedente capitolo (sebbene gli incassi complessivi non siano paragonabili a quelli degli altri colleghi negli Avengers, purtroppo): una comicità sfrenata –alla Saturday Night Live diremmo – un invidiabile equilibrio interno tra dramma e commedia, sancito dai siparietti che hanno per protagonista Michael Peña e il suo team (che stavolta dovranno vedersela con il finto villain interpretato con eleganza da Walton Goggins) e quelli tra Rudd e un esilarante Randall Park (nei panni dell’agente dell’FBI che lo vuole a tutti i costi incastrare).

La gravitas questa volta è costituita dalla quest che impegna da anni Hank Pym e la figlia Hope (Michael Douglas e Evangeline Lilly in perfetta alchimia reciproca), ovvero cercare di riportare indietro dal mondo subatomico la madre scomparsa trent’anni prima (Michelle Pfeiffer). Il fatto che il personaggio principale, Scott Lang, sia di fatto anche nel titolo affiancato a Hope è un chiaro segnale dei tempi attuali, specchio delle pari opportunità (perlomeno è quello che a Hollywood vorrebbero far credere), ma a differenza dell’insulso Ocean’s 8 (versione al femminile anche ingenuamente misogina della trilogia di Steven Soderbergh), qui Scott Lang è veramente una parentesi che non avrebbe dovuto aver luogo (il personaggio viene richiamato a causa del messaggio nascosto nella sua mente da Janet van Dyne) e la Wasp di Hope van Dyne dimostra più volte di poter benissimo fare a meno del collega. Un segno, questo, veramente forte in un blockbuster di casa Marvel, da qualche tempo indirizzata verso uno sdoganamento totale della figura femminile nei suoi cinecomic (gli esempi passati invece ci sono e vanno tenuti a mente, su tutti la splendida Catwoman di Batman – Il ritorno) e che speriamo subirà un’impennata nell’atteso Captain Marvel.

Nel nome della diversificazione, quindi, i Marvel Studios si stanno dimostrando maggiormente filmmaker-oriented rispetto alla controparte Warner/DC, in cui finora la confusione ha prevalso sul resto; questo non significa ritrovarsi dinanzi a prodotti d’autore (eccezion fatta per i due Guardiani della Galassia, davvero impensabili con qualcun altro al posto di James Gunn – e il suo recente licenziamento potrebbe davvero mettere fine alla loro scanzonata epopea), ma a film appartenenti a diversi sottogeneri (heist-movie, fantasy, space opera, teen-movie) con il marchio Marvel ben messo in evidenza. E la strada solcata da Ant-Man and the Wasp è il simbolo di una sicurezza di intenti di uno studio davvero in stato di grazia e a prova di flop.

30 Luglio 2018
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