• Giu
    03
    2020

Album

BMG

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Impossibile parlare del quarto capitolo Run the Jewels senza fare riferimento all’attuale situazione socio-politica americana. Questa particolare congiuntura storica ha preparato il miglior terreno possibile per il disco, che – per usare il più logoro dei cliché – è con distacco il più politico del duo. È nato prima che la bomba esplodesse definitivamente, ma è uscito esattamente nel mezzo di quelle che sono le proteste “razziali” più periodizzanti, dalle rivolte di Los Angeles a seguito del famigerato pestaggio di Rodney King. RTJ4 è il disco che rischia di rendere definitivamente El-P e Killer Mike i Public Enemy della nostra generazione, e il manifesto perfetto per attestare lo stato di salute di un hip hop ancora vivo e in grado di raccontare al meglio l’America sfregiata dalle fiamme di Minneapolis, a cavallo tra gli omicidi di Eric Garner, Trayvon Martin, Michael Brown, Breonna Taylor, Ahmaud Arbery e George Floyd.

Questo è l’ideale disco simbolo di un Oggi quanto mai bisognoso di certezze, di letture e di speranza. Ma è anche (soprattutto?) un album solidissimo di meriti tutti suoi che vanno ben oltre le contingenze storiche. RTJ4 piacerà a tutti, per due motivi principali: anzitutto è pienissimo e forse fin troppo denso di riferimenti, citazioni, campionamenti e featuring, nessuno mai fine a sé stesso ma tutti funzionali a una scrittura ricca di un’urgenza palpabile; inoltre, è una bomba di potenza rara anche a prescindere da approfondimenti e spiegoni vari. Anche eliminando tutti gli innumerevoli layer, è un disco hip hop con basi che pompano e rime che spaccano. Come quelli di una volta, verrebbe da dire. E in questo senso catalizzerà la gioia tanto dei puristi più nostalgici del rap impegnato, quanto di chi vuole “soltanto” un’alternativa a cose più mainstream che sappia coniugare spessore e immediatezza.

Già cominciando ad annusare la miriade di riferimenti disseminati nel disco e limitandoci a quelli musicali, slalomeggiamo in quella che è a tutti gli effetti una storia dell’hip hop in pillole: cominciando proprio dai Public Enemy, vedi il riferimento a Miuzi Weights a Ton all’inizio di Out of Sight, e proseguendo con – tra gli altri – Ol’ Dirty Bastard, Raekwon, Ghostface Killah, Tenor Saw, N.W.A., Beastie Boys, Nas e altri ancora. Le penne dei due eroi sono più in forma che mai: il giochino delle citazioni esula spesso e volentieri dalla dimensione strettamente musicale e tocca anche ai gangster movies (ad esempio in Out of Sight si va da Scarface al «Fuck you, pay me» di Goodfellas), abbondano i neologismi – vedi «pyrotechicrats dalla sincresi di «pyrotechnics» e «technocrats» – e in generale si nota un labor limae da antichi maestri. Killer Mike regala le soddisfazioni più grandi in questo senso, con barre cesellate di brevi saggi di scrittura, tra artifizi retorici vari (come il florilegio di allitterazioni della lettera “p” in «I pull my penis out and I piss on they shoes in public / People, we the pirates, the pride of this great republic» in Ooh La La), oppure la sua intera strofa in goonies vs ET – da risentire almeno un paio di volte consecutive per cominciare a coglierne davvero la grandezza.

E proseguendo sul parallelo con i PE, proprio Killer Mike qui sembra assurgere a vero e proprio nuovo Chuck-D. Diciamo che non le manda mai (ma proprio mai) a dire: e se sulle sue contraddizioni si potrebbe scrivere un libro intero, è pur vero che in questo disco più che mai viene strappato via con liberatoria violenza qualsiasi tipo di filtro o censura. Come quando, tra una cosa e l’altra, chiama pedofili gli sponsor di Trump (il riferimento è ad esempio al caso Epstein) o si immedesima in Christopher Berner (una brutta storia doverosamente da approfondire, se ancora non la conoscete): «I can’t let the pigs kill me, I got too much pride / And I meant it when I said it, never take me alive».

Walking in the snow è il brano che più di tutti rende RTJ4 il disco giusto al momento giusto. Con il giusto parterre di citazioni (da Radio Raheem di Spike Lee al compianto mentore Dick Gregory), Killer Mike apparecchia la tavola per una strofa che è probabilmente il miglior trattato possibile sull’attuale situazione americana. Il problema è affrontato alla radice: la libertà di un individuo afroamericano dura dal primo anno di vita ai 4. Con l’inizio dell’asilo, il bambino è preso in consegna dallo Stato: con la promessa di un’educazione in realtà declinata solo attraverso test e punteggi che servono a fornire una prima stima di quanti neri arriveranno nel futuro prossimo a riempire le carceri americane. The blacker the belly, the lowest the score verrebbe da dire parafrasando Kendrick, e per approfondire i meccanismi di strisciante segregazione razziale che regolano la società statunitense basta spizzicare qualche dato a caso tra quelli proposti da Pietro Bianchi in questo articolo. Qui Killer Mike consegna uno schiaffo che riassume tutte le proteste, i disordini, la rabbia e le rivendicazioni di questi giorni: «And every day on evening news they feed you fear for free / And you so numb you watch the cops choke out a man like me / And ‘til my voice goes from a shriek to whisper, “I can’t breathe”».

JU$T, l’altro brano cardine, prosegue sullo stesso versante, ampliando la prospettiva a una critica anti-capitalista che procede per lo più attraverso immagini e simboli, e proprio per questo risulta perfettamente immediata ed efficace. Nel ritornello Pharrell Williams sintetizza l’ambiguità iconografica del benessere economico tanto agognato (e celebrato nell’hip hop più edonista), dai new slaves di kanyiana memoria: «look at all these slave masters posin’ on yo’ dollar»; vale a dire che da Washington a Franklin, quasi tutti i presidenti raffigurati sulle banconote nel corso della loro vita hanno posseduto almeno uno schiavo. Ecco allora che i Deadz sventolati dai Migos diventano un cortocircuito da cui è impossibile (?) uscire. Il passo successivo diventa allora una contro-narrazione anti-romantica dell’epica da drugdealer celebrata da tutta quella fetta di trap usa-e-getta che viene qui presa di mira: «And that dumb trap shit, no proper planning / Seen ignorant shit like geekers dancing / And rappers rap about it like it’s so romantic / But I still can’t seem to escape the panic» (da holy calamafuck). 

Questo quarto episodio è anche quello in cui musicalmente El-P e il suo team produttivo spaziano di più. Perché ci sono i campionamenti succosi (vedi DWYCK dei Gang Starr in Ooh La La) e le collaborazioni giuste (anche i vari Josh Homme, Dj Premiere e Mavis Staples suonano esattamente come le persone giuste al posto giusto), i panzer di bassi come goonies vs ET e le rivisitazioni ammodernate in salsa Bomb Squad di yankee and the brave (ep.4). Ma accanto a queste certezze troviamo il trionfo di synth anni ’80 di never look back, il viaggione di cosmic-gospel pulling the pin, tra metafore bibliche e rimandi a Nietzsche, o il trip di acid-jazz della conclusiva a few words for the firing squad (radiation); oppure ancora, brani come Holy calamafuck, dove il beat cambia completamente a metà traccia, con una soluzione un po’ à la Travis Scott. 

Difficile chiedere di meglio, difficile slegare il tutto dal Qui e Ora. Perché in tutta questa abbondanza di legittime dietrologie ed esegesi, che si possono scavalcare oppure no (e il bello è appunto che va benissimo in entrambi i casi), alla fine su tutto si staglia il video di Ooh La La (girato poco prima del lockdown): persone di tutte le etnie che ballano in strada, mentre i soldi perdono di significato, con Zach De La Rocha che annuisce soddisfatto nelle retrovie. D’altronde, non si sarebbe perso la fine del capitalismo per nulla al mondo.

9 Giugno 2020
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