Recensioni

Arrivati all’album numero sei, sembra proprio che i Russian Circles ce l’abbiano fatta a piazzare quello scatto in avanti che da loro ci si aspettava da un po’. La formula, a dire il vero, non ha subito stravolgimenti, e non è che i Nostri vi abbiano introdotto chissà quali novità stratosferiche. L’hanno semplicemente migliorata: sono sempre le progressioni tra post-rock e post-metal a cui Cook, Turncrantz e Sullivan ci avevano abituati; adesso però sembrano un po’ più fluide e anche un po’ più avvincenti (e convincenti).
Migliorate sicuramente per una resa più densa, atmosferica e ambientale di un sound di per sé già definito, ma anche per qualche guizzo in più nelle idee, e per un lavoro più “strutturale”: più amalgama ai vari layer sonici e più profondità ai poderosi crescendo scolpiti nel rumore – e poi, anzi soprattutto, più attenzione alle velature, agli intrecci, alle dissolvenze nella costruzione dei tipici climax strumentali. Questi Russian Circles paiono più melodici e ipnotici quando vogliono essere melodici e ipnotici e più saturi e intensi quando spingono sull’heavy. Pure, la parte post-metal vibra di un oversound psichedelico che si avverte perfino nelle staffilate di Calla, un brano di quasi solo metallo spinto, ma specialmente in Lisboa, che enfatizza i contrasti stridenti tra lo slowcore dell’attacco e un post-metal denso e volatile al tempo stesso dove ogni accordo sembra polverizzarsi in una miriade di particelle sonore che creano il tessuto per il motivo melodico del gran finale.
Se parliamo di dissolvenze, il gruppo non ha nemmeno abbandonato il vezzo di presentare i diversi brani come un flusso ininterrotto e il disco in sé come una sorta di suite unica. Il trucco funziona bene tra i primi due pezzi, sfumati da una lunghissima rullata di batteria che parte in fondo all’ouverture arpeggiata di Asa e trapassa nello sludgecore di Vorel. È però con i brani centrali che l’album entra davvero nel vivo. Il gruppo lavora, come al solito, sui climax, rendendoli più brillanti. Lo schema è quello già noto dell’esposizione, ripetizione, sviluppo e ripresa di temi melodici strumentali, bombardati di dissonanze e avvolti da droni sotto forma di pedali lunghi e tenuti (Mota) o note ribattute in maniera frenetica da chitarre sature (Afrika): mentre Afrika porta in primo piano una melodia in cui agisce di rinforzo una chitarra feroce in wah wah, Mota è un crescendo movimentato e sinuoso, e da un math-folk con sfumature etniche si butta in un suggestivo post-rock con doppia cassa e chitarre metal.
Nulla di sconvolgente, perché gli echi sono tanti, dai Godspeed You Black Emperor (in versione più “compressa” e meno orchestrale) a Mogwai, Sigur Rós, Radiohead, fino ai cerimoniali post-metal di Isis e Pelican. La sintesi che nasce però può non essere derivativa e farsi apprezzare anche per questo.
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