Recensioni

7.2

Piacciano o no, l’esordio di Rustie Glass Swords e Cosmogramma di Flying Lotus, sono due album fondamenali e ineludibili per gli anni ’10. Hanno marchiato a fuoco una nuova fase anche sociologica nel fare e intendere la musica digitale, invertito la polarità rispetto ad anni di musica elettronica scura e minimale, e magnificato, attraverso un giocoso massimalismo, il concetto di retromania, costruendo sopra a una serie di ritmi radicati nell’hip hop (e non solo) un dedalo infinito di rimandi a epoche, generi e stili della storia della musica del ‘900.

Per il debutto del timido Russell Whyte da Glasgow, in particolare, sono stati spesi fiumi di inchiostro, attivati potenti paralleli (primo tra tutti quello con il Discovery dei Daft Punk), mobilitate molteplici indagini prospettiche e contestuali e, non ultimo, evidenziato quando, dagli esordi nel 2007 all’allora 2011, il ragazzo avesse portato avanti un suo modo di fare le cose, ben contestualizzabile all’interno di ampi movimenti elettronici (vedi il wonky, il boom bap, i continuum britannici) ma ascrivibile a signature unica, ovvero a una musica giovane e colorata, complessa nei rimandi ma perfettamente melodica nello svolgimento. Una discoteca liquida fatta tanto di prog e fusion quanto di hip hop, grime, r’n’b e di tutto quello che vi può passar per la mente ripensando agli ultimi 10 anni.

Apparentemente, riuscire a dare un seguito a un caso discografico del genere non dev’esser stata impresa facile, per uno come Rustie, perennemente attaccato al laptop e sporadicamente allacciato alla rete, se non per scambiarsi .wav con colleghi musicisti. E’ bastato calibrare la rotta, tornare ad abitare a Glasgow per stare vicino alla famiglia e amici e puntare all’essenza delle cose. Rispetto a Hudson Mohawke e Lunice, che hanno progressivamente affinato le proprie armi avendo sempre il dancefloor come controparte, il glaswegiano vive da sempre la musica come un’esperienza totalizzante: da una parte c’è l’estasi sensoriale, dall’altra la passione per l’hip hop, due aspetti che possono coesistere o procedere separati.

Abbiamo così un album non sconvolgente – non poteva esserlo – piuttosto un lavoro ispirato negli stumentali, generalmente più distesi e trasognati, persino minimalisti, debordante in due dei tre brani rappati (Attak, la bomba trap con il solito affabulante e gracchiante Danny Brown, Up Down con un D Double E, molto simile a Brown, conosciuto ai tempi di My Space, la pacata He Hate Me con il duo Gorgeous Children), e non indispensabile, ma comunque generoso, nei tagli più morbidi in area r’n’b (vedi la Lost con il nuovo divo LuckyMe Redinho e Dream On con un’altra ospite non accreditata, il brano più debole).

Certo, non mancano neppure gli agganci alla palette di colori del passato a partire da Raptor, accecante “laserata” tecnicolor su canvas in 4/4, e Velcro, dove, a partire da un crescendo riconoscibilissimo, la citazione ai Daft Punk è più evidente che mai. Sorprende, e ci piace parecchio, il parallelo che si può tracciare in Paradise Stone con il minimalismo in area Tortoise/Reich come quello con certa folkronica onirica nel brano omomimo. Tirando le somme, un lavoro più che buono.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette