Recensioni

Due anni fa gli RVG esordirono sulla lunga distanza con il buon A Quality Of Mercy, e ora rieccoli puntuali con Feral, un sophomore che riprende degnamente il filo di quel discorso. Un ragionamento che, se è vero che nulla aggiunge a una letteratura già ampiamente dibattuta, si fa più ricco da un punto di vista semantico e terminologico, con l’acquisizione di nuove locuzioni, parabole, perifrasi. Da una linguistica di base formata da pochi vocaboli, gli RVG stanno costruendo una loro filosofia, seppur strutturata su basamenti già esistenti.
Ad aiutarli nella speculazione c’è Victor Van Vugat – già dietro la consolle di PJ Harvey, Nick Cave & The Bad Seeds e Beth Orton – che asseconda gli aneliti punk del quartetto australiano lasciando che s’infettino dei bacilli jangle/power pop dei conterranei Go-Betweens e Sunnyboys, ma dandogli anche libertà di manipolare a piacimento le sequenze di certo psych/pop britannico il cui genoma è custodito in vitro fin dagli anni ’80/’90 e catalogato sotto le cartelle Cure, Smiths, Stone Roses e Belle And Sebastian. Nota curiosa: uno che non conoscesse questa giovane band di Melbourne sarebbe pronto a scommettere che la voce che canta sia quella di un uomo; ma invece è quella della frontman e principale compositrice Romy Vauger, un concentrato di energia, potenza e presenza scenica al punto che sui social la formazione si presenta come Romy Vauger Group, tanto per mettere in chiaro le cose.
Ma le disquisizioni di genere sono pleonastiche, e in questo caso più che mai, visto che i riferimenti a certo rock “mascolino” tutto sembrano meno che macchiettistici, a prescindere dal timbro d’ugola della vocalist, andando da Alexandra, che si riallaccia all’epica springsteeniana, ad Asteroid, che viola il tempio sacro dei Velvet Underground ma per denunciarne gli indegni mercanteggiamenti che spesso vi si tengono, passando per Christian Neurosurgeon, che succhia siero dai Ramones, Help Somebody, che assorbe raggi di killing moon dagli Echo & The Bunnymen, e Perfect Day, altra citazione (fin troppo didascalica) di Lou Reed.
Ecco, magari il tutto a cui abbiamo accennato manca un po’ d’originalità ma vale la pena intingervi il dito, non fosse altro perchè la crema non è ancora andata a male. L’urgenza espressiva supera l’aderenza a volte perfettamente geometrica agli stilemi del passato e trova sbocco in melodie graffianti dal sapore agrodolce, come a mitigare la tristezza di un addio (I Used To Love You) o a sforzarsi di compiere gesti che – seppur nel loro piccolo – possano lasciare un segno sulla dimensione collettiva dell’umanità, oltre che sui diretti beneficiari (Help Somebody).
In altri tempi Feral sarebbe stato uno di quei dischi potenzialmente in grado di cambiarti la vita, oggi magari un po’ meno, ma in giro – lo sappiamo tutti – c’è di (molto) peggio.
Amazon
