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7.7

«Non volevo essere più il ragazzo delle jam acustiche. Volevo fare qualcosa di strano e fantastico che arrivasse davvero dal cuore». In questa dichiarazione che accompagna l’uscita dell’album, il talentuoso Ryley Walker sembra sfogare un’atavica frustrazione da primo della classe relegato al semplice ruolo di salvatore universale. Improvvisare non basta più nella misura in cui il solo atto di suonare presuppone una composizione non curata a dovere. È tempo di cambiare, forse è tempo di crescere.

Il ragazzo di Rockford, Illinois, torna con Deafman Glance, un nuovo album che non ha niente di lineare, apprende a piene mani dal jazz e dalle esperienze del primitivismo americano senza mai abbandonare veramente quella terra dell’amore in cui lasciar convivere le sfumature di Nick Drake, Jim O’Rourke, Van Morrison, gli Steely Dan e i Wilco. Ma oggi la cifra stilistica di Walker emerge possente negli spartiti quasi scheletrici sui quali si concentrano gli arpeggi di chitarra, fiochi e nostalgici. In questa nuova avventura, Walker non è da solo: Cooper Crain, che ha registrato e mixato l’album, aggiunge synth scintillanti, mentre Brian J Sulpizio e l’amico di sempre Bill Mackay, suonano sapientemente l’elettrica. LeRoy Bach aggiunge tutti i tasti del pianoforte, Andrew Scott Young suona basso e contrabbasso, mentre batteria e percussioni sono in mano a Mikel Avery e Quin Kirchner. A completare il quadro pensa Nate Lepine, che dipinge interessanti trame con flauto e sassofono.

Quella di Walker si dimostra, oggi più che mai, una carriera dalla volontà complessa, intricata, imprevedibile, creativa e cangiante, ricca di splendide contraddizioni. Sceglie la strada meno facile, meno immediata, sceglie di fare una musica organica, dal candore spiccato e sempre più difficile da etichettare. Laddove i dischi precedenti altro non erano che il risultato di pezzi suonati dal vivo centinaia di volte, oggi il cantautore è partito completamente da zero, costruendo l’intera struttura del disco in studio. Un processo che ha richiesto sicuramente molto più tempo rispetto alla creazione di Primrose Green e Golden Sings That Have Been Sung. Con le sue burrasche improvvise, le sue sbavature sensoriali, i suoi opachi interludi di atonalità, Deafman Glance è un album intensamente personale, figlio di una città, Chicago, della sua malinconia, della decadenza degli edifici degli anni Cinquanta, della nostalgia di una proprietà in declino: si impone come un moderno capolavoro imperfetto in cui è necessario immergersi profondamente per poterlo apprezzare nella sua totalità affascinante.

Passando dalla pigrizia letargica di Castle Dome alla frenesia jazz-rock di 22 days, si incontrano i toni dissonanti e conflittuali di Accomodations, allusioni funamboliche alla sperimentazione con un’ubriachezza subacquea che profuma di Robert Wyatt. Il moto prima candido poi spasmodico e impaziente di Can’t ask why corre in direzione di Opposite Middle, con i suoi accordi zappiani e sincopati, abbraccia pulsazioni motorik e accordi intricati. Telluride Speed, cartina tornasole dell’album, si veste da idillio pastorale à la Jim O’ Rourke, riportando in vita un classicissimo prog (lo stesso Walker ha dichiarato di aver ascoltato solo i Genesis durante la lavorazione del disco), mentre il flauto di Nate Lepine apre una finestra di bucolica grazia canterburiana nei quasi sette minuti del brano. Partendo da quella risacca di penombre e dolori che è Expired, quasi un’evocazione fantasmagorica di Elliott Smith, si manifesta come un’epifania lo splendido strumentale fingerpicking di Rocks On Rainbow, che ravviva i contorni di un glorioso post-rock minimalista su Spoil With The Rest.

Deafman Glance si rivela un disco dalla colonna vertebrale dipinta da stropicciate e astratte pennellate, capace di regalare una nuova veste al troubadour ante litteram del folk angloamericano rivestendolo di una trasparenza mai percepita prima. È un sole tiepido e impalpabile, quello che esce dalle nove tracce del disco, che sembra avvicinarsi al calore fluido di Sandro Perri, altro talento di impossibile catalogazione. L’eccellenza strumentale di Walker sembra finalmente rilassarsi dinanzi all’ansia da prestazione delle performance improvvisate; le paure si sono trasformate in musica, bordi irregolari e chitarre decadenti con un controllo dinamico impressionante. Quando Walker canta «dressed down / for revival / I lost it all in the right way», sembra di poterlo subito capire, quel suo perdere tutto, nel modo giusto, che somatizza la paura del ragazzo delle jam, condannato a un ruolo fisso, detenuto del proprio talento. Ora quel timore lucido lascia qui spazio all’impermanenza di un sentimento, allo sconquasso emotivo, alla certezza che finalmente qualcuno – là nel lontano Illinois – non ha bisogno di aspettare i quarant’anni per scrivere dei capolavori.

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