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Il buio e la luce. Due immagini che sintetizzano bene il significato più immediato che può scaturire da una sala cinematografica, così come anche quello che deriva dallo sconforto e dalla conseguente rinascita artistica. Come quella che ha dovuto affrontare Samuele Bersani, lontano dalle scene da sette anni, un’infinità se paragonata agli standard attuali, dove i vari artisti da playlist e algoritmo compaiono ripetutamente almeno una volta all’anno, pur di scongiurare i pericoli dell’oblio. L’oblio, invece, Bersani l’ha abbracciato, l’ha fatto suo e ne è uscito con un’immagine, quella di un cinema, un multisala in cui poter proiettare diverse storie in grado di rappresentare i diversi generi cinematografici, così come diverse sensazioni e situazioni di vita quotidiana. (Se escludiamo l’inedito La fortuna che abbiamo inserito nel live album omonimo del 2016) Ci eravamo lasciati con quel Nuvola numero nove, dove la consueta malinconia del cantautore riminese ben riusciva a sposare una coerenza interna fatta di slanci di spensieratezza e serenità (un colpo di reni rispetto al precedente Manifesto abusivo, più contorto e confuso pur mantenendo un livello dignitoso), ma di tempo ne è passato e lo stesso autore non è più quello che conoscevamo a menadito.

Pur non avendo mai puntato alla ricerca spasmodica del singolo acchiappa-classifiche, in Cinema Samuele questa è ignorata alla base dal Nostro, impegnato com’è a costruire i soppalchi del suo multisala, le stanze della sua sofferenza per riflettervici sopra, per trovare una catarsi al dolore, un’autoanalisi obbligata ed essenziale manifestata attraverso storie mirabolanti e peculiari fuse con una critica all’odierna società tanto semplice quanto penetrante. Con una cura e un’attenzione maniacale per i particolari, ogni brano in scaletta è una stanza diversa nella mente del suo autore e nei suoi irresistibili ricordi, viziati dalle emozioni, filtrati dalla rielaborazione personale, senza patetismi né segni di condiscendenza verso i propri personaggi. L’incipit è affidato alla distensione, mentale e dell’immagine, in Pixel, mentre al passo successivo sprofondiamo nella cupezza de Il tiranno con le sue suggestioni da thriller-horror; terza traccia, terza sala, con Mezza bugia, contraddistinta dal tipico incedere bersaniano, dove buoni e cattivi non sono così semplici da riconoscere (come invece accade nei film) e il non riuscire a venire a capo delle relazioni umane è una costante che si ripete.

L’intermission, se così possiamo chiamarlo, arriva attraverso un trittico praticamente perfetto: Il tuo ricordo, con cui Bersani prosegue nell’indagine delle paure e idiosincrasie della coppia avviata nel segmento precedente, sulle difficoltà di lasciarsi alle spalle pezzi di vita vissuta intensamente. Fortuna che c’è l’arte. Sì, qualsiasi tipo d’arte. Dal buio della sala cinematografica un uomo riesce improvvisamente e come per magia a rigettare dei pericolosi pensieri suicidi, rinfrancato dal mistero, dalla scoperta della creazione. Harakiri è una seduta d’analisi e d’auto-convincimento in cui riuscire finalmente a ritrovare la gioia di vivere. Sia nel mezzo sia nelle stesse storie da raccontare: come quella de Le Abbagnale, storia d’amore tra due ragazze unite nella passione nonostante il destino avverso e il chiacchiericcio urbano, un brano in cui le immagini sono continuamente suggerite da un suono («Il loro modo per non congelare / è dirsi parolacce nelle orecchie»).

Dopo la canonica Con te, forse l’episodio più debole del lotto, arrivano due zampate verso la follia del mondo digitale moderno: c’è Scorrimento verticale, in cui poter prendere le distanze da chi pretende conoscenza senza sapere, vuoi perché abbagliati dall’immagine e non dal contenuto, vuoi perché negazionisti («Sono cresciuto coi consigli / Di una pediatra senza figli / Le chiederò un risarcimento»); segue quindi la critica all’odierno modus operandi del giornalismo, volto più a farsi buoni gli artisti che a proporre analisi e critiche accurate («E mi dicono ‘scusa ma come l’hai trattato / Sai che l’artista ci serve / E tu sei licenziato’»), la caccia indiscriminata al click feroce ha sostituito l’approfondimento, la flash news ha fagocitato l’inchiesta, lo slogan ha mascherato l’informazione.

A chiudere il sipario pensa Distopici (ti sto vicino), una chiusa forse un po’ in sordina rispetto al resto della tracklist, troppo poco interessante e dalle sonorità plastiche e prevedibili. Tuttavia, l’obiettivo di Cinema Samuele è centrato – anche se non sempre perfettamente a fuoco: offrire una camera con vista all’interno della fantasia del suo autore, fantasia che a seconda di chi ascolta può diventare incubo o sogno. Buio o luce.

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