• Mag
    31
    2019

Album

Superior Viaduct, W.25TH

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Dopo aver esplorato musica sacra, ambient e droning per organo e sintetizzatori, la giovane compositrice canadese Sarah Davachi, residente in California ormai da qualche anno, si concentra sul pianoforte, strumento con cui ha iniziato la sua attività di studio e pratica musicali. Due i pezzi in questo nuovo album: il primo (Perfumes) è una suite tripartita che elabora un tema dal concerto italiano di Bach al pianoforte attraverso l’utilizzo di editing da studio, voci di controtenore e suoni di organo Hammond. Il secondo brano – (If It Pleased Me To Appear To You Wrapped In…) lungo quasi venti minuti – si ispira invece al minimalismo americano di La Monte Young e vede la Davachi collaborare con i musicisti losangeliani Laura Steenberge ed Eric KM Clark in una “buona la prima” in stile improvvisativo senza overdub o manipolazioni elettroniche.

L’estetica della Davachi è sempre attenta al rapporto tra musica e misticismo, quest’ultimo non inteso necessariamente nell’accezione cattolica. Il suo è uno sguardo intimo alla musica come mezzo per liberarsi dalla pesantezza e dalla tristezza quotidiane, più orientale che occidentale. La soluzione è prendere ad esempio la musica antica (Bach) e rielaborarla secondo il proprio sentire. Il risultato all’inizio può sembrare un po’ troppo semplicistico e ingombrante, invece ascoltando la suite ci si trova senza forzature – come già del resto avevamo visto nei suoi precedenti lavori – in un mondo personale di tranquillità e calma che ci fa parlare con noi stessi, una musica che porta a farsi domande e a rinnovarsi ascolto dopo ascolto. Come dice bene l’autrice, ogni parte della suite «risulta progressivamente più astratta dal materiale originale». Notevole in questo senso la seconda parte con il cantato, come pure la terza per l’ottima costruzione dell’impalcatura fra organo, piano e layer ipnotici.

Questo aumento di astrazione si collega anche al secondo lungo brano, il cui titolo è preso da un verso di André Breton. Quasi venti minuti di droni statici vicini ai padrini minimal americani (l’autrice ha studiato al Mills College, una delle istituzioni più vicine all’estetica minimal di John Cage e La Monte Young) che grazie al violino e alla viola da gamba, fanno salire l’asticella della meditazione, proponendo un lungo viaggio fra note lunghe, battimenti e cluster di tastiere.

Un disco che esplora soprattutto nel primo lato la capacità della compositrice di dire ancora qualcosa di interessante partendo da un canone più che mai utilizzato come quello della musica antica occidentale. Non una cosa da poco.

30 Maggio 2019
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