Recensioni

7.3

Eravamo rimasti al doppio mattonazzo cosmicheggiante Quazarz, e alla collaborazione iniziata dal solo Butler con Oneohtrix Point Never. Ora in questo nuovo progetto firmato Shabazz Palaces è ancora il solo Butler a tornare, orfano di Maraire. C’è vento di novità e si sente immediatamente: del resto il buon Butler negli ultimi anni ha quasi inevitabilmente assorbito musica “nuova”, vista la dedizione nel seguire la carriera musicale del figlio Jazz, conosciuto a nome Lil Tracy e famoso soprattutto per la collaborazione con il compianto Lil Peep in Awful Things. Quindi non deve stupire questa ventata di freschezza: il pargolo fa Soundcloud rap, e quindi non a caso in questo nuovo lavoro del babbo si fanno strada influenze più trappuse, a fianco del solito calderone cosmic-psych.

Il disco è bipartito in due segmenti separati da un breve intermezzo costituito da una voce in vocoder proveniente da chissà quale trasmissione intergalattica. Arrivando alla ciccia: l’atmosfera generale rimane avvolta nella spiritualità sfondata di allucinogeni cui siamo abituati, proiettata verso viaggi spaziali ed estetiche afrofuturiste; il parco riferimenti va dai soliti Pharoah Sanders a Sun Ra, dal John Coltrane più mistico al Miles Davis più elettrico, passando per qualche episodio in spoken word scavato in bassi lavici che può ricordare Kode9 & The Spaceape (vedi l’apripista Ad Ventures). Eppure questa volta fanno capolino anche riferimenti più freschi, tipo al Lil Uzi Vert alieno di Eternal Atake, giusto per citarne uno (vabbè, magari un po’ più a fuoco). È il caso di Money Yoga, che potrebbe essere uscita da qualche compilation scrausa di witch-house à la Salem, e nella seconda parte estrae dal cilindro un bellissimo assolo di sax.

A livello compositivo qualche lungaggine sfrondabile non manca, ma del resto il marchio Shabazz Palaces non è mai stato esattamente sinonimo di sintesi. Ad ogni modo l’ampiezza e la freschezza della palette è super, e i riferimenti – evidenti, ma mai scontati – sono ricombinati con grande classe. I brani più “standard” scorrono bene, come il funk onirico affogato in coretti e synth del singolo Fast Learner, oppure Wet, che si basa su un tappeto di bleep che strizza l’occhiolino al Flying Lotus di Ready Err Not. Il meglio arriva però dalle perle più inattese: cavalcate riduzioniste, come lo scorticato boogie-bap di Bad Bitch Walking che man mano si arricchisce di bassi gorgoglianti e synth vintage riesumati dagli anni ’80. Oppure Chocolate Souffle, che pesca un beat molto ciccione che proprio non ti aspetti; sembra quasi un crunk post-apocalittico che nel ritornello si slabbra terribilmente per poi ricomporsi. La conclusiva Reg Walks By the Looking Glass infine chiude segnando l’apice del disco, con una melodia particolarmente indovinata e una serie di assoli free-form (sax, basso). Insomma, una bella rinfrescata ai “soliti” viaggi. Bravo anche da solo.

 

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