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Quando si parla di quello specifico approccio mut(u)ante all’hip hop, si tirano in ballo i soliti 3-4 nomi: i cLOUDDEAD e tutto il giro Anticon, ma anche le sbilencate collaterali (perchè no, ottagonali) di Kool Keith a inizio terzo millenio, e poi clipping e Death Grips a cavallo degli anni ’10. Nell’ultima ondata si potrebbe includere anche il progetto Shabazz Palaces, che pur ha rappresentato un unicum non paragonabile a qualunque altro dei nomi che abbiamo citato. Il duo rappresenta infatti un’entità definitivamente a sé stante, lontana tanto dai flirt più indie dei cLOUDDEAD quanto dalle spinte innovativo-traghettatrici di un Kanye o (ultimamente) di un Vince Staples. Quindi se è vero che una comune matrice di influenze dall’elettronica bianca più harsh è riscontrabile, allo stesso modo non si può prescindere dal considerare che nel marasma stilistico e concettuale chiamato Shabazz Palaces questo costituisca solo uno dei tanti ingredienti.

Dopo due dischi che – sempre a modo loro – rimarranno nella storia dell’hip hop più sperimentale, questo terzo lavoro si presenta ora con le stigmate del parto gemellare; ad aumentare il grado di multimediale mattonaggine, ecco a corredo un fumetto e un cortometraggio a chiudere il cerchio di un concept che inevitabilmente vi condurrà alla seguente parola: afrofuturismo. Certo, di neri che sondano le recondite profondità dello spazio – spesso aiutati nel decollo da qualche sostanza ausiliaria – è piena la storia della musica: dalle cosmiche indagini psych-jazz di Sun Ra al policromo e pailettoso space-funk di George Clinton (in questo caso parliamo ovviamente più di Funkadelic che di Parliament), ma non scordiamoci che anche tanta inglesità ha girato da queste parti (da Kode9 a The Bug, ma anche diverse cose grime sono passate di qui). Protagonista di questo nuovo doppio album è un simpatico alieno migrato sulla Terra: le telefonatissime implicazioni politiche della cosa sono fin troppo facilmente intuibili, ma fortunatamente i due ragazzi si confermano svegli e come al solito scansano agilmente ogni pesantezza didascalica; questo sia a livello di testi che di risposte nelle interviste quando punzecchiati sulla cosa, per cui restano ancorati alla loro pretenziosa vacuità vagamente new age e non scuciono niente di niente. Si segnala qualche ammiccante riferimento al presente (Love in the Time of Kanye) e il solito ossessivo ermetismo.

Musicalmente la cosa è prevedibilmente una nuova goduria: spaziosa (sia nel senso di siderale che di ampia) e a tratti claustrofobica al contempo, si muove in un’orgia di riferimenti, citazioni e contaminazioni che lascia abbacinati. Dall’apertura Since C.A.Y.A., che sembra provenire da In den Gärten Pharaos dei Popol Vuh, ai successivi echi quasi prog rock, fino alla ripresa – (tra)sfigurata – di Das Model dei Kraftwerk. E poi tribalismi etnicheggianti assortiti, deflagrazioni spacey, refusi post-jazz, synth ondivaghi e tunnel pregni di oscurità, ma anche qualche basso grondante ciccia a fare occasionalmente capolino, più qualche ripresa di blackness psicotropa e devastata dalle allucinazioni, come il marcissimo salutino a Sly Stone di Shine a Light.

Parliamo di quasi un’ora e venti di fighissimi deliri, per cui se fruiti consecutivamente i due dischi offrono un’esperienza di ascolto quasi debilitante. Provarci è però, ancora una volta, veramente affascinante.

14 Luglio 2017
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