• Gen
    18
    2019

Album

Jagjaguwar

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«Remind Me Tomorrow è il suo lavoro più sperimentale, con riferimenti sonori che sono proprio quel genere di cose a cui non pensi quando pensi a Sharon Van Etten»: reagisce così una larga fetta di giornalisti e addetti ai lavori dopo aver ascoltato l’ultimo disco dell’artista americana. Qualcosa che non ti aspetti, un suono che non associ all’artista. Ma perché? Perché nel 2019 dobbiamo ancora credere e sperare nell’immobilismo stilistico come unica forma di fedeltà a se stessi? Forse per una personalissima vulnerabilità che mi lascia empatizzare con l’altro, non sono mai riuscita a vedere la cantautrice e attrice statunitense come un’artista finita e immobile, la grande songwriter dei cuori miseri, sempre fedele allo stesso copione, per quanto apprezzato e artisticamente riuscito.

La mia – e spero anche di molti altri – Sharon Van Etten è sempre stata una mina vagante, un corpo impazzito in balia degli eventi, capace di collocarsi perfettamente nel disagio periferico come nella lucentezza razionale di una New York anni novanta. Il rischio che si corre nell’aspettarsi un’armonica ripetitività è quello di decontestualizzare l’individuo pensante dal proprio habitat socio-politico, pretendendo un distacco dalla realtà che causerebbe solo un’analisi falsata e superficiale della stessa. Nell’apprezzare l’intelligenza artistica della Van Etten si finisce per credere al suo racconto sonoro, fatto sì di love songs tormentate e intime crisi post-adolescenziali, ma anche centrato sulle difficoltà del proprio tempo, tradotto in elegie senza fronzoli, mai stanze rassicuranti nelle quali rifugiarsi. Il mondo della cantautrice nata a Lincoln è sempre stato questo, prendere o lasciare. Ecco che fa quantomeno sorridere lo sbigottimento di chi si aspettava ”l’ennesimo” sound, scarno e mesto. Il cambiamento è qualcosa che riecheggia nel suono del disco, una collezione di talentuose mosse fatte con rinnovata fiducia e convinzione. Questa giovane donna sembra esattamente dirci come ci si sente a trovare la pace dopo un lungo periodo di dolore, quest’ultimo purtroppo per tanti anni sempre uguale a se stesso.

In Remind Me Tomorrow, sono le primissime note di piano a decidere la sorte della giocatrice, impavida, lontana dalle fragilità passate. Quelle note, fatte di affetti spericolati, nutrimento animato e tenero coraggio, provocano i nostri impulsi più sensibili. Il nuovo lavoro arriva cinque anni dopo Are We There e si staglia come un magnete sonoro in cui gli strumenti di sempre assumono una nuova forma, scoprono il mondo dei riverberi: i tasti del pianoforte in smaniosa agitazione, i droni profondi, i distintivi tamburi affilati, i synth intensi, l’organo propulsivo, l’harmonium distorto. Le canzoni della Van Etten sono più che mai risonanti, i temi vivono di un approccio onesto e sottile all’amore e al desiderio, approccio che fa di una seriosità empatica il proprio punto di forza: «Ho scritto questo disco mentre andavo all’università, ero incinta, e avevo fatto l’audizione per The OA», ha raccontato l’artista, inquadrando così un momento personale e professionale assolutamente ricco nonché complicato groviglio di diritti e doveri.

In Remind Me Tomorrow, la cantautrice americana, ha posato la chitarra, e nel farlo ha abbandonato un porto quieto, l’oggetto transizionale di un’insicurezza atavica. Sharon Van Etten diventa oggi portatrice di un suono sprezzante, speranzoso nella sua quotidiana intimità e perseveranza. Dopo decine di canzoni dedicate al lato oscuro dell’amore, alle relazioni soffocanti, all’annullamento di sé, ha finalmente sondato l’avventura selvaggia di una famiglia che nasce quasi all’improvviso – quella formata assieme al collega musicista Zeke Hutchins – in mezzo a pannolini sporchi, rigurgiti sulla camicia appena lavata e lezioni all’università, nuovi inizi che donano potenza a una donna realmente multi-tasking. È nei bordi frastagliati e nella spavalderia sorridente di una rinata Van Etten che si muove Remind Me Tomorrow, costruito anche attorno a synth e droni, mentre una sezione ritmica propulsiva e incessante pone le basi di dieci meravigliosi pezzi tra l’esperimento folk e i ricordi goth. Avviene così il passaggio da cantautrice solitaria e sofisticata, nota per le languide canzoni sulla rottura, a qualcosa di più pieno e meno fragile; indubbiamente questo è un disco veloce, solido e chiassoso, ma non il passo falso, non il preambolo di una nuova identità musicale. Sharon Van Etten si spinge verso qualcosa di più luminoso e pieno di speranza, una prefigurazione dei brani futuri, più incisivi e più immediati. Tuttavia, la nuova energia di queste canzoni deve molto all’impatto della genitorialità, una fantasia che diventa orienteering domestico: la routine strutturata dei tempi di pisolini e pappe, il senso dei più preziosi. Se la musica della Van Etten è stata contrassegnata anche dalla sua vulnerabilità, sembra esserci oggi un nuovo tipo di candore che viene fornito con impegno romantico, diventando un genitore, un lavoro a cui non possono certo bastare 24 ore.

Il disco si apre con I Told You Everything, un inizio aspro che annuncia il cambiamento con cupi accordi di pianoforte poi oscurati e sopraffatti da un drone feroce; un suono nonostante tutto ancora familiare per chiunque abbia seguito la sua carriera dal debutto nel 2009 ai successivi lavori, dischi sempre a fuoco, brulicanti disastri affettivi e vuoti a perdere. Attraverso quei dischi ha rivelato una voce di lugubre bellezza che oggi si fa più chiara, diurna potremmo dire, con quel modo di portare la voce un po’ Patti Smith un po’ Annette Peacock. Come in un saliscendi di fuochi d’artificio, No One’s Easy To Love saltella sui synth introversi per spianare la strada ai droni cavernosi e bellici di Memorial Day, un incubo notturno in dissolvenza. Comeback Kid, che in origine era una ballata per pianoforte, si evolve qui in inno intimidatorio e femminista, a metà fra Pj Harvey e gli spigoli di Siouxsie Sioux, mentre il terrore pigro e monocromo di Jupiter 4 immobilizza un basso ipnotico figlio di una visita di Zola Jesus ai SuicideSeventeen, vera e propria lettera d’amore alla città di New York, quella che l’ha fatta diventare la musicista di oggi, richiama l’energia di Springsteen, con quella batteria tenace e le chitarre vorticoso che accompagnano l’avventura della Van Etten attraverso la gentrificazione e la pazienza generazionale. Con le distorsioni epiche e sci-fi di Malibu, la liturgia festosa di You Shadow si arriva alla maestosa Hands, appello a un amore folle ma senza disperazione, vissuto con lo stupore e la gratitudine di chi forse vi aveva rinunciato.

Esattamente a un decennio di distanza dal debutto nel 2009 con Because I Was In Love – omelia per seppellire i fantasmi di relazioni tossiche – con questo nuovo album, Sharon Van Etten abbraccia l’ottimismo con quel modo semplice e disarmante di avvicinare l’ascoltatore; diventa così madre non solo del proprio figlio ma di tutti quelli che si avvicinano al suo universo sonoro. E non sarà l’America di Trump, citata e vissuta come ricettacolo di ansie materne, a toglierle la forza di essere un modello positivo, pronto a piccoli atti di gentilezza, giorno dopo giorno. Lascia andare via gli occhi del passato, lascia le radiografie in movimento di costole rotte da un cuore troppo veloce, e prende le misure di un nuovo sguardo, senza spilli e senza sangue. Mater generosa di tutti gli ascoltatori, ci lascia assorbire le emozioni di un genitore alla ricerca di un paradiso emotivo in cui sperimentare bellezza e bontà, in cui scrivere tutto quello che può sentire attraverso i tessuti del proprio corpo, scudo e scrigno di una nuova vita.

18 Gennaio 2019
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