Recensioni

Figlio di immigrati senegalesi e nativo di Harlem, Sheck Wes è uno dei nomi più interessanti della recente fetta trap più scardinata e – perdonateci il cliché – sperimentale. Parliamo di un preciso approccio punk (almeno nelle premesse teoriche) prestato all’hip hop, rintracciabile nelle scorribande di nomi anche tra loro distanti come Death Grips, Dalek, Clipping, e buttiamoci pure i Clouddead. Attestato che la maniera imperante di oggi nell’hip hop e nella musica mainstream tutta è la trap, ecco che accanto ai progetti più canonici e à la page arriva tutta una nuova ondata di scappati di casa che mutua quell’approccio che dicevamo applicandolo agli stilemi più in voga, generando qualcosa che è trap ma non è trap, ed è sicuramente più interessante della trap stessa (o almeno di quel macchinone iper-inflazionato che è oggi saldamente in testa ai palinsesti dell’heavy rotation). Pensiamo a uno come JPEGMAFIA, ma anche Playboi Carti e perfino A$AP Rocky si sono spinti da queste parti. Sheck Wes si inserisce in questo ambaradam concettuale che è un po’ a metà tra le spinte più intellettuali della gente appena nominata, l’emotività adolescienziale di un Lil Peep e di un XXXTentacion e l’abietta caciara di un decorticato come 6ix9ine (rispetto a cui è decisamente meno odioso).
MUDBOY è uno di quegli album/mixtape che non si capisce bene che formato sia davvero che vanno tanto ultimamente; si risolve in una raccolta di tracce abbastanza free form in cui Sheck Wes alterna banger drittissime e momenti più pensosi, il tutto sempre letto attraverso questa lente deformante e riformulante che parte dalla trap ricombinandone le coordinate alla rinfusa. Quindi ecco un pastiche che è anzitutto il patchwork caotico e insensatamente godereccio di un ragazzo abbastanza incazzato, figlio bastardo di una strada violenta e razzialmente compromessa. Il nostro eroe rinuncia completamente all’autotune e si parla addosso sbarbellando, incartandosi in infiniti ad-libs, e urlando senza alcuna grazia un disagio esistenziale palpabile. È un disadattato con le palle parecchio girate che dà il via libera ad una bulimia musicale compulsiva e abbastanza sfocata, ma proprio qui sta il bello. La produzione è grimey e zozza il giusto, con beat lerci e puzzolenti su cui Sheck Wes alterna epifanie e momenti morti, s’illumina d’immenso e poi riprende a sbattere la testa contro il muro digrignando i denti. Allora ecco i bassi cavernosi di Mindfucker subito polverizzati in una nebbia psych impenetrabile (Wanted), loop di synth eerie e scampanelii vari incartati su loro stessi (Live Sheck Wes, Kyrie), e incastri di drum machine autistiche prestate a un tiro bello dark (Gmail). E poi ancora bradicardie limacciose (Chippi Chippi) e anche melodie inaspettate, stortissime ma dal respiro innegabilmente pop (Never Lost), e pure qualche chitarra trasfigurata o piano svolazzante pescato chissà dove (Jiggy on the Shits, Danimals). La matrice punk della voce emerge poi a tratti in Wanted o nelle onomotapee sbraitate in Fuck Everybody.
Chiaro che diventa difficile parlare di un capolavoro in relazione ad un disco così raffazzonato e confusionario (un JPEGMAFIA, pur alzando ulteriormente il tasso di entropia, risulta paradossalmente più quadrato), ma gli spunti eccellenti non mancano di certo. Speriamo che non finisca crivellato o in galera pure questo.
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