A$AP Rocky (US)

Biografia

Scrittore qualitativamente non eccelso ed MC tecnicamente nella media, A$AP Rocky – pseudonimo di Rakim Mayers, rapper statunitense classe 1988 nativo di Harlem – è riuscito, soprattutto con il secondo album At. Long. Last. A$AP ad elevare la propria proposta grazie ad uno stile definito e personale, ancorato su basi impeccabili e un’estetica peculiare a metà tra attitudine gangsta e “swaggherie” modaiole.

Segnato da una situazione familiare problematica (padre arrestato per spaccio di droga, fratello assassinato) e formatosi sulla strada, fonda nel 2007 la crew hip hop A$AP Mob insieme ad A$AP Yams, A$AP Bari e A$AP Illz, collettivo di MC, videoartisti, produttori e fashon designers. Nel 2011 vengono pubblicati i due singoli di debutto Peso Purple Swag con relativi video, primi manifesti dell’estetica di A$AP Rocky tra pose gangsta, SWAG e ritornelli soul. Nell’ottobre dello stesso anno vede la luce il mixtape Live. Love. A$AP., grazie al quale ottiene un contratto biennale con RCA Records. 

Chiamato insieme a Kendrick Lamar ad aprire il Club Paradise Tour di Drake nel 2012, l’anno seguente pubblica l’esordio in LP Long. Live. A$AP. anticipato dal singolo Goldie. Questo primo album compiuto rappresenta di fatto un ponte diretto tra una legittimazione stradaiola ben radicata nel terreno newyorkese e nella tradizione East Coast tutta, e l’ampia serie di corollari hipster e trendy del rimasuglio hip hop lasciato dopo My Beautiful Dark Twisted Fantasy. Il disco presenta anche un’altisonante carrellata di featuring, tra cui spiccano Drake, Kendrick Lamar, 2 Chainz, Skrillex, Schoolboy Q, A$AP Ferg e Gucci Mane, scelte che evidenziano una precisa spinta in direzione blockbuster e che effettivamente trovano un felice riscontro nelle fortune commerciali dell’album.

Better Things

Con un’espressione tanto abusata quanto appropriata si può già parlare di disco della maturità, per il secondo LP di A$AP Rocky pubblicato a maggio 2015. Abbandonate le pose à la page tutte Dolce & Gabbana (Fashon Killer) e money & weed (Goldie) dell’album precedente, il rapper di Harlem dà vita ad una prova più introspettiva, drogata e intrisa di psichedelia radicalmente black. Rocky non è Kendrick Lamar eppure il suo rinnovato flow, decisamente più sicuro e personale, anche mimetico rispetto alle basi, punta a qualcosa di fortemente identitario, un’estetica e un immaginario precisi che ne forgiano uno stile che è finalmente il suo.

una prova più introspettiva, drogata e intrisa di psichedelia radicalmente black

Dalle chitarrine à la Van Morrison alle scorie soul (Jukebox Joints, Wavybone), dalle crepuscolari ballate dal sapore quasi western (l’iniziale Holy Ghost) agli alienanti synth lisergici (Lord Pretty Flacko Jodye 2 (LPFJ2)), ai rimasugli funk (Better Things) e alle striate psichedeliche (L$D), ovunque il livello è altissimo. Potrà sorprendere che nonostante la presenza di nomi come Lil Wayne, Kanye West, Rod Stewart, M.I.A., Schoolboy Q, Miguel, Bones, Juicy J, UGK e Mos Def manchino i singoloni “spaccaclassifica” come potevano essere in passato Fuckin’ Problems (con Drake, Kendrick Lamar e 2 Chainz) o la tamarrissima (ma con gusto) Wild for the Night (con relativa base coatta di Skrillex), ma è soltanto l’ulteriore conferma che il tutto qui abbia superato le parti in gioco.

Testing

Prodotto dallo stesso rapper insieme a Hector Delgado, Juicy J, Chace Johnson e AWGE, Testing, del 2018, è la conferma che anche questa volta la libertà di sperimentare regni sovrana, come è anche chiaro che i due dischi cui inevitabilmente sarà relazionato saranno Die Lit di Playboi Carti e DAYTONA di Pusha T. Il parallelo con il primo è immediato, con la parola chiave “sperimentazione” da spendere prontamente. Il riduzionismo di Rocky è però meno brutale dell’asciutto minimalismo di Carti, e anzi prova esplicitamente ad ammantare la sua tipica psichedelia a tinte fosche di una patina ancora più arty. Nel senso di un feeling reciproco tra hip hop e arte “alta”, ecco che rientra in gioco Pusha T e in generale tutta la cricca GOOD Music: chi più di chiunque altro se non Kanye ha indagato ambiziosamente le possibilità dell’hip hop di elevarsi contaminandosi con infiltrazioni concettuali alt(r)e?

prova ad ammantare la sua tipica psichedelia a tinte fosche di una patina ancora più arty

A$AP piega il suo hip hop a prestarsi praticamente a ogni cosa che gli passi per la testa: campiona Porcelain di Moby in A$AP Forever, saltella tra sfocate dissonanze in Tony Tone, giocherella con l’ormai da chiunque abusato flautino zufolato nella divertente Praise the Lord con il sempre più prezzemolino Skepta. Riflette sull’hip hop di ieri che ha plasmato quello di oggi, vedi  lamore per il rap del Dirty South, con Memphis polo prediletto: Gunz N Butter campiona Project Pat aggiungendoci un feat. di Juicy J (che già compariva nel pezzo originario) ma strizza l’occhio anche ad Atlanta con una comparsata di T.I. in A$AP Forever. Il flow si conferma in crescita, seppur i testi raramente regalino linee particolarmente memorabili. Se si esclude il miglior riassunto di carriera possibile candidamente tratteggiato in OG Beeper: «My whole life I just wanted to be a rapper / Then I grew’d up and the boy became a rapper». La sensazione complessiva dell’operazione potrebbe facilmente esaurirsi in un «e quindi?» che ne denunzierebbe facilmente la pretenziosità fine unicamente a sé stessa.

Tuttavia è innegabile che nell’ondivago e onnivoro girovagare di Rocky, gli episodi esaltanti non solo non manchino, ma abbondino addirittura: gli oltretombali e suadenti bassi di Fukk Sleep, la notturna ed estiva chitarra di Calldrops, Kids Turned Out Fine e Changes, e i synth e gli echi di Buck Shots. E poi ancora l’inaspettato crepuscolo jazzato di Brotha Man, l’asciutto minimalismo di OG Beeper e i fantasmi g-funk di sfondo a Hun43rd. A fugare ogni dubbio residuo, la conclusiva Purity con Frank Ocean. Un pezzo che suggella la scaletta e che sembra chiedersi: «può Testing essere legittimamente considerato il Blonde di A$AP Rocky? Probabilmente la risposta è sia sì che no. Perché è bello vedere (e sentire) un peso massimo come Rocky che abbia voglia di cazzeggiare creativamente in totale e serena libertà fregandosene bellamente di intascare quanto potrebbe, ma allo stesso tempo la sperimentazione qui è fine anziché mezzo. Certo, può anche bastare così.

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