Recensioni

TOP
7.5

Cosa aspettarsi da un disco degli Shellac nel 2014, quasi 2015? Sommovimenti clamorosi, stantia fedeltà alle origini, stanche prove giusto per accumulare date dal vivo? Tutto e nulla di tutto ciò. Gli Shellac sono quello che sono da quando l’uomo (Albini, chi altri) inventò la chitarra (semicit. parafrasata da film culto della commedia italiana) e – vedi alla voce promozione completamente inesistente ampiamente dichiarata molto prima dell’uscita dell’album (cosa che stride molto con le paraculate alla Aphex Twin da un lato, quello dei giusti, e degli U2 dall’altro, quello degli approfittatori fastidiosi) – se ne fregano pure molto.

Suonano, gli Shellac. Registrano dischi quando viene loro voglia (“Recording took place sporadically over the past few years”, T’n’G dixit), non intasano il mercato tanto per esser presenzialisti, non sporcano e non disturbano (fosse vero). Solo che quei dischi che parcamente elargiscono a distanze ormai siderali – Excellent Italian Greyhound, risalente ormai a sette anni fa, e il predecessore 1000 Hurts, addirittura del 2000 – sono sempre un piccolo evento; per nostalgici e die-hard fan, ovviamente, ma non solo (vedi alla voce polemiche “social” sulla scelta della non promozione di cui sopra).

Il problema, se di problema si può parlare, è che suonano sempre tutti (magnificamente) uguali. Per forza di cose, si dirà, visto che l’impianto è quello ormai storicizzato dal primo passo (fanno vent’anni precisi dal primo full-length) e centrato su un power-trio di rara lucidità e malvagità sonora, metronomico quanto tagliente in quell’interplay tra batterie asciutte e ridotte all’osso, chitarre affilate e così tremendamente albiniane (banalità: mode on) e bassi caterpillar e circolari. Tutto sempre sviluppato secondo una logica geometrica e reiterata che è un trademark definitivo della band: della serie, un giro qualsiasi degli Shellac lo si riconosce tra mille. E tra mille risaltano tutti i pezzi di questo nuovo (vecchio) album, come a dire che la classe, quando c’è, è bene ribadirla, seppur con parsimonia: dagli intrecci dell’opener Dude Incredible, col suo procedere a ondate, allo stop’n’go rovesciato di Complaint; dall’apparentemente annoiato sound di Riding Bikes (una canzone su “the context of children or adolescents riding bikes,[…] You’re not just riding bikes, you’re having adventures, you’re breaking things, you’re stealing things, you’re causing minor vandalism”) alla celia noise-rock a zero fronzoli di The People’s Microphone (ispirata alla comunicazione orizzontale del movimento “Occupy”); dal (post)noise-rock newyorchese di You Came In Me (“a fairly straightforward song about sexual intercourse”) a quello in implosione di Gary.

Su tutto, una specie di riflessione concettual-politica su padri fondatori, “surveyors” nel doppio senso di “agrimensori” e controllori, rivolta e progresso, insubordinazione e aggregazione, che fa del disco un lavoro ottimo anche dal punto di vista ideologico, oltre che strumentalmente nel solco della tradizione shellachiana. Per i prossimi sette anni dovremmo essere a posto.

Amazon
SentireAscoltare

Ti potrebbe interessare

Le più lette