Recensioni

Quello di Shlohmo (Henry Laufer), producer californiano classe ’90 stanziato a New York, è stato un percorso perennemente all’insegna del cambiamento e della trasformazione: dalle decostruzioni del primissimo EP Shlo-Fi (2009) alle incursioni wonky con faro guida sua maestà Flying Lotus di Shlohmoshun EP (2010), dall’obliquo pastiche Camping EP (2010) fino a Places EP (2011), che introduce alcune intuizioni approfondite poi nell’esordio in LP Bad Vibes (2011), un caleidoscopio di emozioni e suggestioni differenti: la folktronica solare e distesa macchiata di glitch in cullanti downtempo all’altezza dei Mount Kimbie di Crooks & Lovers nella prima parte del disco, la desolazione “dronica” con echi addirittura ad altezza Sunn O))) di Trapped in a Burning House, la sintetica marcia funebre ambientale di Get Out, lo scarno blues distorto di Your Stupid Face, fino a tornare su atmosfere più aperte e leggere con chitarre vagamente “frusciantesche” nei due pezzi conclusivi.
Seguono poi Vacation EP (2012), che dopo l’orgia di influenze tra voci post-dubstep, ritmiche abstract-trap mutuate da Kuedo e tentazioni witch dell’iniziale The Way U Do si riallaccia alle coordinate glitch-hop di Bad Vibes nei rimanenti due pezzi, e Laid Out EP (2013), immersione nel trap giro Ryan Hemsworth con la parte conclusiva della finale Without che alza il tiro sulle influenze witch-house anticipando l’evoluzione che seguirà.
Dopo la parentesi R&B di No More EP (2014) in cui affianca Jeremyh, ecco quindi che l’annuncio della pubblicazione di questo Dark Red, secondo disco su lunga distanza del buon Henry, porta con sé un grandissimo punto di domanda sulle coordinate sonore su cui si muoverà l’album, e le dichiarazioni dell’artista in merito (“è come se gli Electric Wizard provassero a fare un disco r&b, o come se i Boards of Canada incontrassero Burzum sullo Stige”) non fanno altro che alimentare la curiosità. Appena il disco inizia a girare, la lancinante e sanguinolenta apertura di Ten Days of Falling lascia però pochi dubbi, spalancando le porte all’evidenza di un’ennesima trasformazione di Shlohmo, che porta il future pop area Purity Ring in territori più oscuri accentuandone decisamente le componenti witch e haunted e colorando il tutto con forti suggestioni cinematografiche. Il Nostro spazia inoltre con la consueta imprevedibilità, incorporando scorie ritmiche trap che si sviluppano fino a lambire lidi drum & bass in Slow Descent, Fading e Beams e anche vaghe fascinazioni orientaleggianti in Remains e Relentles (con un campionamento in coda che sembra uscito da Break & Enter dei primi Prodigy), il tutto con un fortissimo odore di Salem spogliati da suggestioni esoteriche (Apathy).
Il disco è stato composto facendo fluire al suo interno il dolore causato da alcuni lutti familiari che hanno recentemente colpito il producer, che firma così il proprio personale Pornography: un album forte e potente, oscuro e disperato, che non lascia aperture ma procede nel suo essere evocativo, segnando un altro centro nel coerente percorso dell’artista.
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