Recensioni

Secondo album per Shura, a tre anni di distanza da quel Nothing’s Real di cui tanto bene vi avevamo parlato. Perfettamente inserita in quel trend di revivalismo pop tutto figlio degli anni Ottanta, in questa seconda uscita la Denton non cambia sport e nemmeno campionato, ma scivola lateralmente con grazia e naturalezza verso qualche sfumatura diversa dal predecessore. Già dal titolo, pun un poco didascalico e stucchevole ma sicuramente immediato nel suo denunciare immediatamente il focus del disco, è chiaro dove si voglia andare a parare: Shura si è innamorata (di un’altra donna, dettaglio non indifferente oggi, quando fioccano operazioni come Gone di Charli XCX), e l’album altro non è che la celebrazione di questo amore intenso, sofferto e difficile – si tratta di un rapporto a distanza tra New York e Londra.
L’eccesso di saccarosio è spesso imponente, con testi che grondano melassa da tutte le parti: si veda la tenera limpidezza di versi come «you make me feel like sunshine / feel so good / forever / together», da una title track ottantiana e zuccherina fino al midollo. Eppure la Denton riesce a non risultare mai fastidiosa – semmai un pochino pedante, quello magari sì. Come nel caso di Nothing’s Real, la sincerità dietro a tutto questo resta palpabile e difficilmente condannabile.
Musicalmente abbiamo un album meno zeppo di ritornelli orecchiabili e istantaneamente canticchiabili; mancano le varie Indecision, Touch e 2Shy, e l’unico singolo che sembra poter ambire a quei fasti di spendibilità pop è religion. Poco male. L’accento pare consapevolmente spostato verso una placida e sentimentale psichedelia suonata (l’impronta analogica degli strumenti è ben più marcata rispetto all’episodio precedente). Abbondano le chitarre liofilizzate, i sax, le batterie a sostituire le drum machine. La palette è varia ma non troppo, destreggiandosi con eleganti veroniche tra le sfarfallate d’archi di BKLYNLDN e una serie di rarefatte ballate minimal (tommy, princess leia). La cifra principale sono i sognanti lentoni innamorati, infarciti di sberluccicanti synth d’annata e shalalala da accendino in mano (flyin’). Nel percorso di Shura, non un passo in avanti e nemmeno uno indietro. Semplicemente uno di lato, che resta godibile anche se questa volta manca la scintilla che ci aveva conquistato nel caso dell’esordio.
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