• Lug
    08
    2016

Album

Polydor

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Visto che si è da poco tenuta la prima edizione di Festival Moderno e il sottoscritto ha parlato in sede di live report delle «due anime principali del poptism recente» in riferimento a Grimes e Blood Orange (rispettivamente per quella white e quella più black), credo valga la pena rispolverare il discorso anche in merito a questo esordio di Shura. La pop-whiteness della Boucher è sicuramente l’ambito entro cui si muove anche la nostra Aleksandra Denton, seppur con un approccio radicalmente “altro”. Shura, più che a Grimes, si avvicina ad un intrigante incrocio tra Courtney Barnett, la Kyle Minogue di Love at First Sight (ripulita da quella patina di plasticosità tipica del pop dei primi anni Zero) e sì, buttiamoci dentro anche la Sky Ferreira di Everything’s Embarassing (visto che abbiamo citato Dev Hynes) al netto delle pose da dark insta-girl.

Il pop di Shura è di un vintage perfettamente attuale, quindi anni Ottanta – riproposti e attualizzati – come se piovesse, vedi anche l’ultimo Oh No di Jessy Lanza (e sicuramente fa riflettere anche la scelta da parte di Hyperdub di puntare così tanto su un album simile). Con quest’ultima la nostra Aleksandra condivide anche l’approccio rigorosamente da anti-diva, tanto nell’immagine quanto nelle sonorità; quindi, al posto delle funamboliche e barocche trovate recenti di Grimes, abbiamo un taglio di capelli improponibile e un abbigliamento da college-girl che non ce l’ha mai fatta davvero, un atteggiamento schivo e timido e alcune telefonatissime crisi di panico appena la major di turno arriva a bussare alla porta portando con sé un successo tanto grande quanto insperato. Sembra la solita favoletta da Cenerentola del music business, ma tante scelte della ragazza – e una spiccata autonomia compositiva – aiutano la Nostra a conservare una decisa sfumatura di genuina autenticità. Tutto questo per dire che Shura non sarà mai un’altra Grimes, ma sembra decisa a mantenere una chiara aura da successful outsider che le permetterebbe di fare pop mantenendosi in una prospettiva parzialmente al di fuori dal pop stesso.

Tratteggiato il personaggio, ciò che deve suscitare l’interesse è – ovviamente – la musica. E Nothing’s Real è un bel disco. Punto. I pezzi ci sono, la produzione c’è, la sincerità – come detto – c’è eccome. Anche i chiari riempitivi si mantengono su un livello qualitativo medio-alto, e gli highlight del disco brillano davvero. La freschezza melodica della poppissima What It Gonna Be, le più cadenzate rotondità della breve ma intensa ballata Touch, il ritorno in primo piano delle chitarre in What Happened to Us? (possiamo dire post-punk?), gli echi quasi da Genesis periodo Invisible Touch di 2Shy. I due momenti migliori, dettagli che rendono questo disco un gran disco, arrivano però a corsa iniziata: il ponte tra l’ultimo minuto di Kidz ‘N’ Stuff e l’incipit della magnifica Indecision (con Holiday di Madonna a fare prepotentemente capolino), il crescendo di chitarra finale di White Light (anche tanto funk). Un passatismo tutto futuribile.

22 Luglio 2016
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