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«I giovani vogliono i soldi facili, vogliono prendere senza dare niente in cambio, vogliono volare senza avere prima imparato a camminare», scriveva Nicolai Lilin nel suo Educazione Siberiana, libro dal quale i Siberia hanno preso spunto per il loro nome. Nata tra i banchi di scuola nel 2010, la giovane band toscana capitanata da Eugenio Sournia – voce e chitarra – a due anni di distanza dal debutto In un sogno è la mia patria torna con Si vuole scappare, seconda prova discografica pubblicata da quella Maciste Dischi che ultimamente sta fornendo del carburante nuovo e fresco – vedasi Canova e Gazzelle – al panorama musicale italiano rimasto arenato nei flame delle playlist di Calcutta e nelle estenuanti collaborazioni di Tommaso Paradiso. Perché se vent’anni fa Agnelli sui giovani di oggi ci scatarrava su, nel 2018 invece i suddetti sembrano aver trovato la loro collocazione nei racconti di quei frammenti di vita precaria e vacillante su cui il sopracitato Calcutta ha edificato la propria carriera.

I Siberia invece, nonostante abbiano un’età media inferiore ai trent’anni, preferiscono remare a modo loro (e pure un po’ controcorrente) trasformando la loro musica in una sorte di Caronte che conduce l’ascoltatore tra lo spleen post adolescenziale e quel senso della vita che tarda ad arrivare. Seguendo – con molta meno irriverenza – il sentiero darkwave aperto negli anni ’80 in Italia dai Diaframma – il cui esordio casualmente porta come titolo proprio Siberia – il disco unisce il cantautorato italiano alla Luigi Tenco (e un po’ La Crus) alle sonorità wave care agli Interpol prima e Editors poi, band che echeggiano pesantemente in singoli quali Tramonto per sempre – uno dei pezzi più riusciti del disco – e Ginevra, che con il suo basso incalzante quasi ti distrae dal poetico testo in cui il tema dell’amore, non viene stereotipato e ridotto a post da social network. A differenza del suo predecessore, Si vuole scappare è caratterizzato da un uso ossessivo-compulsivo di synth ed elementi dark pop in cui talvolta è possibile riconoscere i White Lies di To Lose My LifeStrangers in the field of love – altre invece la lezione dei Joy Division e della poetica di Ian Curtis si fondono sapientemente con i testi decadenti e acidi di Sournia, che rappresentano il punto cardine su cui ruota l’intero disco. Gli  slogan faciloni e i ritornelli catchy da cantare – mentre ci si filma per la prossima storia di Instagram, magari – vengono sostituiti dai racconti di una gioventù appassita che vive tra le playlist di Spotify di Nuovo pop italiano e quella voglia di riprendere le redini della propria esistenza cantata nella nostalgica Epica del dolore.

E se è vero che questi sentieri sono già stati battuti da gente come Francesco Bianconi e i suoi Baustelle, lo è altrettanto dire che il disco non ha la pretesa di imporre alcuna innovazione: semmai ci troviamo di fronte ad una lezione ben assimilata dai quattro componenti della band, che non si limitano ad un mero copia incolla ma personalizzano le influenze degli illustri precursori. Si vuole scappare riflette lucidamente il decadimento e le speranze di questa Generazione Y, costantemente in bilico tra incertezze e aspirazioni. Una generazione che vuole sempre scappare, da qualcuno o da qualcosa.

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