Recensioni

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Nell’anno dei grandi finali (Game of Thrones, Avengers: Endgame e il prossimo Star Wars: L’Ascesa di Skywalker) giunge al termine anche il franchise sui mutanti Marvel inaugurato nel 2000 da Bryan Singer e proseguito con dieci episodi tra sequel, spin-off e reboot in un’alternanza abbastanza disorientante di attori e timeline (in realtà l’ultimo vero capitolo, New Mutants, è stato rinviato a data da definire). Non sempre quella dimensione umana che aveva reso indimenticabili i primi film, nonché seminale per il discorso che faceva sul nuovo approccio del cinema al genere supereroistico, è stata la chiave interpretativa dei registi (soprattutto nella storia recente) o il vero punto di forza dell’operazione, tuttavia l’errore più grave sembra essere stato l’assottigliamento di quella netta linea che divideva il “dentro” dal “fuori” i cancelli del campo di concentramento – inquadrato nella prima scena di X-Men – il “noi” da “loro”. Inoltre, rivolgersi ad un pubblico ormai abituato al confronto con i cinecomic non dovrebbe implicare il sacrificio della scrittura dei personaggi, tantomeno affievolire la complessità che ritroviamo nei fumetti di Stan Lee. Una sfida che è riuscita benissimo ai Marvel Studios, ma non alla Fox (adesso inglobata dalla Disney), almeno per quanto riguarda le quattro pellicole del cosiddetto “riavvio”.

Dark Phoenix riprende le fila della trama abbandonando definitivamente la sfera terrestre per raggiungere lo spazio, dove l’universo degli X-Men ha ambientato la maggior parte delle sue storyline originali. Qui già si può intravedere quel distacco dal fattore umano seminato dal problematico X-Men: Apocalisse, e del tutto escluso dalla narrazione dei capitoli di inizio millennio: più lo spettatore prende confidenza con questo genere, più è facile allontanarlo da ciò che conosce. Dunque perché non spingere i mutanti fuori dal contesto reale, esonerarli da qualsiasi coinvolgimento a livello politico e culturale mentre entra in gioco, a singhiozzo, una componente psicologica?

Per Simon Kinberg, produttore di lunga data che ha scritto e diretto il film (marcando il suo esordio alla regia), la promessa di chiudere in maniera magniloquente la saga si scontra con l’incapacità di uscire da certe dinamiche tipiche del racconto di formazione, insomma del classico coming of age di impostazione americana, dove la figura di Jean Grey (nella vecchia trilogia legata a stretto giro alla storyline di Wolverine o comunque subordinata) diventa centrale senza l’esplosione della sua parte silente, sostituita da un risveglio dell’identità come donna e non più bambina. Nessuna uccisione del maschile, incidente drammatico che aveva dato una svolta al personaggio di Famke Janssen, nessuna sudditanza nei confronti del potere forte: stavolta la Fenice è protagonista, antagonista e motore dell’azione. Quando diventa pericolosa non si scaglia sugli uomini, ma trafigge con violenza incontrollata Mystica. La causa del suo cambiamento è una presa di coscienza di sé, della morte dei genitori e del trauma dell’abbandono, tutti elementi che contraddistinguono l’esperienza dell’adolescente in crisi.

D’altronde Jean non è una mutante come gli altri, è speciale, e in lei convivono due anime in perenne conflitto. È due volte diversa, perché ha il gene X, e perché nello spazio assorbe un’entità cosmica che amplifica i suoi poteri e la rende instabile. Il problema è che ogni sfumatura viene trattata ad un livello così superficiale, svogliato e infantile da rasentare la mediocrità, specialmente se paragonato agli sforzi di certi cinecomic contemporanei. Non manca nemmeno la puntuale smorzata femminista, incoraggiata dal momento storico, quando si decide di mettere in cima alla piramide due donne (Sophie Turner e la sua nemesi Jessica Chastain) o quando si fa esclamare ad uno dei personaggi che il nome del team andrebbe cambiato in “X-Women”. La saga della Fenice Nera meritava una conclusione migliore.

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