Recensioni

6.5

Da Simon Reynolds mi aspetto sempre qualcosa. Soprattutto oggi che a mancare sono i temi cruciali, i sottotesti che si diramano come linee di forza, la rilevanza delle forme, degli stili e delle scene. Insomma, da un nuovo libro firmato Reynolds mi aspetto… una scintilla. Una chiave. La scia di luce che illumini un solco finora rimasto in ombra. Qualcosa, insomma, che mi restituisca un po’ di motivi e senso. Ne ho bisogno per potermi dire, ancora una volta, che è colpa mia, della mia maledetta distrazione (una distrazione epocale, ovvero paradigmatica), se non mi sono accorto quanto in realtà la musica continui a giocare un ruolo importante, malgrado tutto.

Il titolo di questo nuovo volume del critico musicale londinese ma ormai da tempo residente a Los Angeles, è un quanto mai intrigante Futuromania. Sottotitolo: “Sogni elettronici da Moroder ai Migos”. Molto intrigante, appunto. Mi ha fatto pensare alla possibilità che potessimo finalmente iniziare a parlare di qualcos’altro, dopo che la critica musicale dell’ultimo quarto di secolo ha perlopiù ruotato come una girandola sempre più sgualcita attorno al concetto di Retromania, vergato e argomentato nel 2011 dallo stesso Reynolds col saggio più influente della sua bibliografia (e della bibliografia musicale degli anni Dieci).

Ecco, è a causa di questa convinzione che sono uscito deluso dalle quasi 500 pagine (nota bene: le ultime trenta sono dedicate agli indici) del qui presente saggio, che si è rivelato più che altro una raccolta di articoli, da quelli brevi (tipo recensioni, più o meno) ai long-form, editi perlopiù su testate di grido come Pitchfork, The Wire e sulla tedesca Groove, oppure estrapolati da discorsi, workshop e introduzioni a libri o eventi. Insomma, è uno zibaldone che vede Reynolds rendersi autore delle consuete intuizioni folgoranti, chirurgiche e di ampio respiro, carburato da un’inventiva lessicale sbrigliata (i neologismi esplodono come popcorn) e dal taglio assieme ficcante e sbarazzino, come forse non avrebbe potuto permettersi nella dimensione più “autorevole” del saggio.

Tuttavia, ecco, al di là del fatto che i più anglofili e i meno distratti (non è il mio caso, insomma) potrebbero aver già letto gran parte di questi capitoli, è evidente la mancanza di una visione forte che li attraversi e sostanzi, a parte ovviamente la natura sintetica delle musiche analizzate. Questa benedetta (fantomatica?) futuromania non riesce insomma a rappresentare né lo sfondo concettuale né una chiave o un filo narrativo, ma – spiace dirlo – somiglia più che altro un calembour ingegnoso che ben si presta a fare da specchietto per le allodole, un’esca a cui i fan di Reynolds non possono fare altro che abboccare. (Del resto, come si può non essere fan di Reynolds?)

Non mi pare infatti troppo a fuoco né convinto il tentativo di aprire (benissimo) il cerchio con storia e analisi della rivoluzione sonora innescata da I Feel Love (della premiata ditta Giorgio Moroder/Donna Summer) per chiuderlo con la “conceptronica” di Jam City e Arca. Mi sembra più corretto prendere questo libro per ciò che è: una carrellata di brevi saggi retrospettivi e (soprattutto) di report condotti quasi in tempo reale (o con quel po’ di differita standard imposta da un minimo di ponderazione critica) sulla musica sintetica nelle sue varie declinazioni e applicazioni.

Non fosse altro perché a uno zibaldone non chiediamo certo completezza, quindi risulterà meno difficoltoso digerire la pressoché totale assenza di scene più o meno cruciali tipo la techno di Detroit, il Trip-Hop o la folktronica. Reynolds raccoglie qui ciò che gli è sembrato meritevole di pubblicazione in tomo, tipo la serie di lunghe disamine pubblicate su The Wire tra il 1992 e il 2005 e denominate Hardcore Continuum, interessanti proprio per la loro fragranza quasi cronachistica, per l’attrito tra indagine sul (loro) presente e l’irrisolta tensione prospettica.

Detto che ho trovato particolarmente gustose – anche se vagamente risapute – le sezioni dedicate alla musica elettronica femminile (con Daphne Oran, Delia Derbyshire e Joan La Barbara sugli scudi), al massimalismo digitale, ai Boards Of Canada e a quei buontemponi dei Daft Punk (“il fallimento del futuro), ammetto che si è trattata di una lettura divertente, durante la quale ho messo a dura prova il motore di ricerca del mio provider di musica in streaming (sì, mi piace avere nei timpani ciò di cui leggo, mi procura sensazioni assai gradevoli). Temo tuttavia che sarà il libro di Reynolds che più di altri mi scivolerà addosso come le proverbiali lacrime nella pioggia. E addio futuro.

Di fatto, musica sintetica o meno, Futuromania continua a muoversi nel territorio della retromania. Lo scenario in cui svolazzano gli spettri delle nostre vite (come avrebbe forse detto Mark Fisher, ovviamente citato spesso nel testo) coincide sempre più con quella piattaforma che presume e realizza continuamente la simultaneità di tutto ciò che è stato ed è. Una sorta di ultra-presente che, piaccia o meno, contiene anche le antiche e residue visioni (quindi pure le nostalgie) del futuro. Contiene tutto.

«Ecco dunque dove ci troviamo all’alba del nuovo decennio, i Duemilaventi: completamente connessi al ritmo inarrestabile della vita digitale, completamente sfiniti e in cerca di un rifugio di pace». Già, caro vecchio Simon. Proprio così.

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