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«L’Autoironia può comprendere tragedia e disperazione, esorcizzandole positivamente». Questo si legge in una delle appendici che chiudono il bel libro di Gianluca Morozzi e Lorenzo “Lerry” Arabia (a cura di Oderso Rubini e Andrea Setti), Skiantos. Una storia come questa non c’era stata mai prima…e non ci sarà mai più, parole firmate da quel genio largamente incompreso che è stato Roberto “Freak” Antoni. Una definizione che involontariamente racchiude in sé un po’ tutta la parabola della band di cui Antoni era frontman, essa stessa un mix di successi e disperazione, tra colpi discografici ben assestati, occasioni sprecate, dipendenze devastanti, ma anche grande vitalità e coraggio, in un paese in cui, si sa, non c’è gusto ad essere intelligenti.

Morozzi e Arabia, per raccontare l’epopea della formazione bolognese, scelgono l’unico modo possibile: lasciar parlare i protagonisti – i componenti della band, il guru di Italian Records, Oderso Rubini, fino a personaggi come Andrea Mingardi, i giornalisti Franco Zanetti e Massimo Cotto, il discografico Roberto Magrini, il produttore Guido Elmi, i Righeira, Michele Serra, lo scrittore Pino Cacucci e molti altri – in una girandola di testimonianze sommate a interventi di fantomatici narratori esterni (nello specifico, alternati tra “ironico” e “serioso”), storie parallele inventate per riflettere (sul)le vicende raccontate (con band fittizie come Masticators e Jody & i Frakassoni), ma anche parodie di noti personaggi utilizzate per parlare strettamente di musica (un surreale Lester Bangs che, spaparanzato in paradiso, è chiamato a recensire i dischi degli Skiantos). Tutto questo, assieme a una marea di memorabilia (articoli di giornali, grafiche, fotografie, fogli dattiloscritti), contribuisce a ricreare quel senso di spaesamento, caos e fervore creativo tipico della produzione degli Skiantos, raccontando in modo appassionato una storia agrodolce e talvolta conflittuale.

Il libro parte dall’ascesa fulminea della band a fine anni settanta – grazie anche alla Cramps di Gianni Sassi e a dischi ormai classici come Inascoltable, Mono Tono e Kinotto – e termina con la morte di Freak Antoni avvenuta nel 2014, passando per la crisi che i Nostri hanno attraversato nei primi anni ottanta e la rinascita successiva grazie a episodi come Non c’è gusto in Italia ad essere intelligenti, Troppo rischio per un uomo solo, Signore dei dischi, Doppia dose o l’ultimo album pubblicato dagli Skiantos nel 2009, ovvero Dio ci deve delle spiegazioni. A parte il buon lavoro alla base della ricostruzione storica, il libro ha il pregio di nobilitare una poetica musicale che è tutto fuorché dilettantistica. Piuttosto un mix esplosivo di dimensione popolare e avanguardia che ha reso gli Skiantos qualcosa che già agli esordi andava ben oltre il semplice messaggio del punk a cui venivano associati (le provocazioni nei confronti del pubblico mutuate dalla lezione del Living Theatre, la forza dello slogan, l’approccio dadaista all’arte, quella voglia di sfottere la cultura istituzionale ma anche la controcultura a suon di rime baciate infantili, linguaggio triviale e volutamente sgrammaticato, lucidissime intuizioni tematiche e performative). E poi la sensazione che la grande vitalità creativa messa in mostra dai Nostri in quarant’anni di storia sia stata forse, e paradossalmente, anche frutto di quel successo di massa fortemente desiderato ma mai raggiunto dalla cricca di Antoni e Dandy Bestia, vuoi per ragioni di “contesto”, vuoi per fedeltà alla causa, vuoi per le personalità incontenibili in gioco (l’aneddoto di un Freak Antoni che, ospite in una trasmissione RAI, alla domanda di Enrica Bonaccorti «qual è la differenza tra demente e demenziale?» risponde «il demente è quello che non capisce la differenza tra demente e demenziale», è ormai storico).

Insomma, la fame aguzza l’ingegno, verrebbe da dire, e di fame gli Skiantos ne hanno avuta parecchia, reinventandosi ogni volta con entusiasmo ma rimanendo loro malgrado sempre ai margini di un mondo della grande discografia che non li ha mai compresi del tutto, identificandoli spesso come dei cialtroni, quando in realtà erano il prodotto di un approccio consapevole e capace di inventare un nuovo linguaggio (il rock demenziale), almeno quanto di ispirare storie parallele ben più fortunate (un solo nome: Elio e le storie tese). Questo libro ha il merito di farceli riscoprire e amare ancora di più, magari anche descrivendo i rapporti non sempre idilliaci tra i musicisti, i problemi personali, le dinamiche che hanno portato alla creazione della musica del gruppo. Un verismo rock che sembra un romanzo e invece parla di vita vissuta, di incoscienza, di grande carattere e volontà, tratteggiando l’arte di un gruppo di meravigliosi perdenti che in qualche maniera ha vinto, nonostante tutto. Vivere in Italia facendo quello che hanno fatto gli Skiantos e resistere per quattro decenni? Perché non ci provate voi. Una storia come questa non c’era stata mai prima…e non ci sarà mai più.

6 Febbraio 2018
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