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7.2

«Repetition in the music and we’re never going to loose it», cantava tanto tempo fa Mark E. Smith con i Fall. Proprio Smith, che è stato uno dei referenti ideali chiamati in causa per i due lads delle East Midlands. Uno che sul reiterare tic musicali ha costruito tutta quanta una luminosa, super rispettata carriera; idiosincrasie stilistiche unite, naturalmente, a un modo tutto suo di fare corrosivi commenti sociali che l’ha reso unico. Ed è questo in fin dei conti che hanno fatto – nel loro ancora breve percorso – anche Jason Williamson e Andrew Fearn.

Puntare, cioè, sull’alterità di una formula subito apparsa dirompente. Dissacrante, efficace e capace di colpire nel segno, proprio per il suo essere oltremodo “basica”: per il flow vernacolare di Williamson non c’era e non c’è niente di meglio delle basi “poveriste” di Fearn (no fuckin’ choice, mate…). Che poi per quanto svaccate possano apparire, piacciono proprio nella e per la loro stringatezza. Perché sono così semplificate, ridotte all’osso, stilizzate da infilarsi in generi diversi senza dare neppure l’apparenza di impegnarsi troppo a farlo. Se si agganciano alle piccole parti più ossessive del suono di leggende post-punk come PIL e Joy Division (dov’ è la novità, direte voi?) il risultato è un sound automatico solo bass&drum per pure invettive working class – novità o meno, anni luce da certi revivalismi fin troppo di maniera.

Maniera è una parola fin qui sconosciuta come le buone maniere che non conosce nemmeno questa miscellanea deluxe targata Rough Trade, come ormai il catalogo principale (e che però recupera anche perle delle uscite Harbinger), di cui notiamo la migliore copertina di tutta la discografia Sleaford Mods, omaggio sia all’amato linguaggio scatologico sia alla prima opera concettuale della storia dell’arte firmata dal signor Marcel Duchamp. Il contenuto sono inediti, b-side ma anche crowd-pleasers (metà album readymade e metà best of) che del duo di Nottingham esaltano proprio la ripetitività, oltre alla geniale strafottenza. We fuckin’ hate rockers ma quali act rock (e pure punk, EBM, grime o quel che volete) saprebbero eguagliare la pura energia cinetica e combattiva di Jobseeker, Jolly Fucker, Routine Dean, Second, la causticità e la sfrontatezza di McFlurry o Tied Up in Nottz, quello stato di (dis)grazia sottopressione che hanno i Nostri quando azzeccano il giro giusto (quasi sempre) e Fearn ci ricava quelle variazioni minime che pure non passano inosservate (alla faccia del dilettantismo)?

Dicevamo, è una compilation di materiali vari, ma con un repertorio che ne fa quasi un best of. Sì perché sanno anche bluffare i due simpaticoni, che fanno gli idiot savants. Non sono idiots per niente Fearn e Williamson, ma intelligentissimi. Anche se il loro messaggio è semplice. Niente pippe, alzare il dito (medio) e muovere le gambe, you fucking cunts. Insieme al cervello. Nei monologhi di Williamson ci sono tutta un’inventiva metrica-fonetica-semantica e un’abilità nel deformare il linguaggio, che non si riducono certo al peraltro spassoso turpiloquio e alle immagini vivide della materia di cui non sono fatti i sogni («the smell of piss is so stong it smells like decent bacon»: di fronte a versi del genere uno si arrende, che razza di malebolge ci possano essere a Notthingham si può solo immaginare, ma già ne sentiamo la puzza solo dalle parole).

Il suono dello scazzo medio paranoico e al vetriolo delle classi popolari o di quel che ne resta nell’Inghilterra del XXI secolo, tra austerity e Brexit, è qualcosa di assolutamente trascinante. E lo è altrettanto la sua controparte letteraria e performativa: cosa dire per esempio di Jobseeker, un testo che è puro Bukowski snocciolato a razzo a tempo di techno-punk-rap. Il contraltare è la poca varietà musicale spesso imputata al duo, che si riduce per buona parte della raccolta ai brani più hip-hop o a vaghe trame industrial-dub (Snake It). Ma sapete, ci si augura quasi di vederli radicalizzare ancora di più questa loro abrasività e tenersi tutto quel fantastico mordente piuttosto che cedere alle lusinghe della melodia e di una forma musicale più progressiva, come avviene peraltro in OBCT e When You Come Up to Me (e come si può intuire da Eton Alive). Vorrete mica sentire gli Sleaford Mods cantare canzonette, voi fuckin’ cunts che non siete altro. E a proposito, chi non gradisce – e non (si e)salta – è un Boris Johnson.

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